Continuano i bombardamenti sull’Afghanistan
È iniziato con nuove incursioni alla luce del sole il terzo giorno dell'offensiva anglo-americana contro il regime dei taleban in Afghanistan. Aerei statunitensi avrebbero attaccato mercoledì mattina Kandahar. I vertici Onu hanno intanto espresso preoccupazione dopo che un missile ha distrutto un ufficio dell'agenzia per lo sminamento a Kabul.
Bombe su Kandahar
Aerei statunitensi hanno effettuato mercoledì una nuova incursione diurna su Kandahar, il bastione dei taleban nell’Afghanistan meridionale, scatenando la contraerea cittadina.
Lo hanno dichiarato responsabili governativi afghani raggiunti telefonicamente precisando che «vi sono quattro o cinque aerei che sorvolano la citta»’. In sottofondo si sentiva effettivamente il rumore dei cannoni della contraerea.
Alcuni abitanti della città hanno detto di avere sentito almeno quattro forti esplosioni provenienti dalla zona dell’aeroporto, bersaglio di reiterati attacchi da quando gli anglo-americani hanno cominciato domenica i loro bombardamenti contro obiettivi militari e strategici dei taleban.
Kandahar è il cuore del potere taleban. È in questa città che risiede il capo supremo delle milizie islamiche, il mullah Mohammad Omar, sfuggito per un pelo, lunedì, ad un attacco missilistico.
Secondo un abitante della città, «Omar è stato visto mentre lasciava la sua casa pochi minuti prima che cadessero i missili». L’uomo ha aggiuto che la popolazione di Kandahar non si preoccupa granchè per le incursioni aeree che avvengono notte e giorno sulla regione: «siamo abituati a questo genere di cose da 20 anni», ha spiegato al suo interlocutore alludendo alla guerra con le truppe di occupazione sovietiche e ai conflitti interafghani venuti poi.
«Quando la gente sente il rumore degli aerei si nasconde nelle cantine e dovunque sia possibile. Comunque la maggior parte degli attacchi avvengono contro l’aeroporto e quindi in città non c’è grande preoccupazione».
Taleban respingono offnesiva dell’alleanza del nord
Le milizie dei taleban hanno respinto nella notte di martedì un’offensiva delle forze di opposizione, delle quali hanno ucciso alcune decine di militanti nel distretto di Tulak (provincia di Ghor, ovest), ha annunciato stamattina una fonte ufficiale di Kabul.
«L’opposizione ha perso tra i 35 e i 40 uomini durante gli scontri, che sono durati alcune ore», ha affermato il capo dell’agenzia ufficiale Bakhtar, Abdul Hanan Hemat. Il distretto di Tulak è a 160 km a sudovest di Chaghcharan, la capitale della provincia di Ghor. Secondo Hemat, il distretto è ora sotto il totale controllo dei taleban, e la situazione è calma. Mancano al momento conferme.
Poche ora prima di questo annuncio, l’Alleanza del nord aveva affermato che la caduta dei taleban è «imminente»: potrebbe essere una questione «di settimane, se non di giorni», ha detto in un’intervista a un’emittente britannica Abdullah Abdullah, ‘ministro degli esterì del governo afghano in esilio di Burhanuddin Rabbani.
Onu preoccupata
C’è preoccupazione al Palazzo di Vetro per il futuro delle operazioni umanitarie in Afghanistan, dopo la vicenda del missile fuori rotta che presso Kabul ha ucciso quattro persone impiegate dall’Onu, e che gli Stati Uniti hanno giustificato con ammissioni piene di distinguo e mezze verità.
Parlando a nome di tutta l’Onu, il segretario generale Kofi Annan si è detto «preoccupato» mercoledì per l’incolumità di chi lavora per le Nazioni Unite in Afghanistan, definendo «un duro colpo» la vicenda del missile finito sulla palazzina nel sobborgo di Yaka Toot, occupata dai lavoranti di un gruppo, finanziato dall’Onu per liberare i campi dalle mine.
Se nemmeno chi svolge attività umanitarie è al sicuro, ragionano i vertici dell’Onu, sarà sempre più problematico trovare dei collaboratori locali. Il problema è già abbastanza complicato dai bombardamenti, ha indicato Annan, facendo l’esempio del trasporto di generi di prima necessità che faticano ad arrivare a destinazione perché «in questa situazione non molti camionisti sono pronti» ad avventurarsi nelle aree a rischio.
La caduta del missile sulla palazzina di Yaka Toot di per sè preoccupante, stando a fonti diplomatiche del Palazzo di Vetro, assume contorni sconcertanti se si pensa alla reazione americana che non aiuta a ridimensionarlo.
In un primo momento Washington aveva ammesso che un missile lanciato da una portaerei all’ancora nel Golfo Persico era finito fuori rotta. In seguito però questa versione era stata corretta e fonti americane avevano indicato che il missile non aveva sbagliato indirizzo ma era troppo vicino a un obiettivo individuato come centro di attività sospette.
Più tardi la versione ufficiale è cambiata ancora e al Pentagono hanno preferito evitare commenti sostenendo di non avere elementi sufficenti per dare una spiegazione esauriente dell’accaduto.
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