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“Il rifiuto dell’iniziativa ‘No a una Svizzera da 10 milioni’ non ha risolto la questione europea”

Nulla è ancora deciso per il futuro delle relazioni tra Berna e Bruxelles, nonostante il rifiuto popolare del 14 giugno di porre un tetto alla popolazione elvetica. Una bocciatura del nuovo pacchetto di accordi bilaterali da parte dell'elettorato svizzero resta del tutto possibile, affermano gli ospiti del nostro podcast Let's Talk.

“La bocciatura dell’iniziativa ‘No a una Svizzera da 10 milioni’ ha permesso di salvaguardare la madre di tutti gli accordi tra la Svizzera e l’Unione Europea”, stima Cédric Dupont, professore di relazioni internazionali presso l’Istituto di alti studi internazionali e dello sviluppo (IHEID), nel nostro podcast Let’s Talk.

Il riferimento è all’Accordo sulla libera circolazione delle persone, che sarebbe stato messo in discussione se il popolo svizzero avesse accettato il testo dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice). L’iniziativa, respinta in votazione federale il 14 giugno, chiedeva di limitare la popolazione residente nella Confederazione a 10 milioni di persone, riducendo drasticamente l’immigrazione. Per Cédric Dupont, la sua approvazione avrebbe infranto il pilastro fondamentale della libera circolazione, impedendo qualsiasi ulteriore sviluppo delle relazioni con l’UE.

Il professore di relazioni internazionali mette tuttavia in guardia: questo risultato non dev’essere interpretato come un assegno in bianco per il pacchetto di accordi tra la Svizzera e l’UE. Ha identificato sette Cantoni chiave, dove lo scrutinio del 14 giugno si è deciso per una manciata di voti. “Cambieranno campo oppure no?”, s’interroga l’esperto.

Per lui, la grande questione strategica risiede ora nella modalità di voto: i Bilaterali IIICollegamento esterno saranno sottoposti alla doppia maggioranza di Popolo e Cantoni o alla maggioranza semplice? “Se si analizzano i risultati della votazione del 14 giugno, la doppia maggioranza di Popolo e Cantoni sarà difficile da ottenere”, stima. Il Parlamento dovrebbe dirimere questa questione cruciale durante la sua sessione autunnale.

“Molta preoccupazione dietro le quinte”

“Da parte delle istituzioni europee, il voto sull’iniziativa dell’UDC è stato seguito con molta attenzione, ma con discrezione”, constata Aleksandra Planinic, corrispondente della Radiotelevisione svizzera di lingua francese RTS a Bruxelles. Secondo lei, la Commissione europea aveva scelto di non esprimersi pubblicamente prima dello scrutinio per evitare che le sue dichiarazioni venissero strumentalizzate nel dibattito nella Confederazione. “Dietro le quinte, c’era tuttavia molta preoccupazione. Si temeva che un ‘sì’ inviasse un segnale negativo per il pacchetto di accordi con la Svizzera”, spiega.

La bocciatura del testo è stata accolta con sollievo a Bruxelles. Aleksandra Planinic rileva tuttavia che il 45% di voti favorevoli all’iniziativa non ha lasciato indifferenti le e i responsabili europei. A suo parere, questo risultato mostra che lo scetticismo nei confronti dell’UE rimane significativo in Svizzera. “Il ‘no’ all’iniziativa dei 10 milioni non ha risolto la questione europea. Il peggio è stato senza dubbio evitato, ma il vero banco di prova sarà la futura votazione sul nuovo pacchetto di accordi Svizzera-UE”, ritiene.

Prima del voto popolare, toccherà al Parlamento pronunciarsi sul dossier, a partire da quest’autunno. Cédric Dupont identifica due grossi scogli. L’UDC si oppone fermamente agli accordi. “Denuncia un asservimento della Svizzera e teme che il Paese perda la sua capacità di decidere autonomamente del proprio futuro”, riassume. I sindacati e la sinistra, dal canto loro, si concentrano sulla protezione dei salari e chiedono garanzie contro qualsiasi forma di dumping salariale.

“La Svizzera si comporta a volte come un bambino viziato”

Da parte di Bruxelles, si è imparato a convivere con le esitazioni svizzere, secondo Aleksandra Planinic. “L’UE ha ancora un po’ di pazienza, ma non è infinita”, avverte. La giornalista osserva talvolta un certo fastidio nei corridoi delle istituzioni europee. “La Svizzera a volte si comporta come un bambino viziato. Beneficia di una relazione privilegiata con l’UE pur non essendone membro, ma a volte vorrebbe essere trattata come se lo fosse”, analizza.

Cédric Dupont è dello stesso avviso. A suo dire, nei Bilaterali III la Confederazione ha strappato concessioni che non avrebbe mai immaginato possibili. “Su alcuni punti, questi accordi le darebbero persino una posizione più favorevole di quella dei Paesi dello Spazio economico europeo, senza che debba pagarne il prezzo politico”, afferma.

Nonostante le aperture ottenute, l’entusiasmo non è alle stelle in seno al Consiglio federale, il quale ha già annunciato che non farà campagna a favore del pacchetto, ma si limiterà a presentare gli argomenti dei due schieramenti. Una posizione deplorata da Cédric Dupont: “Il Governo ha raggiunto delle ottime intese, le ha ratificate, dovrebbe esserne fiero e difenderle”. L’esperto teme che, senza una campagna da parte dell’Esecutivo, il risultato dei negoziati non venga accettato.

“Una lenta erosione delle relazioni bilaterali”

Se alla fine la popolazione dovesse respingere i Bilaterali III, Cédric Dupont prevede una lenta erosione dei rapporti tra la Svizzera e l’UE. “Non esiste un vero e proprio status quo possibile. In questo dossier, l’inazione significa un graduale passo indietro”, spiega. Il professore ricorda che i Bilaterali II sono stati conclusi nel 2004, ovvero 24 anni prima del voto sui nuovi accordi, che dovrebbe tenersi nel 2028. “Se non si fa manutenzione a un immobile per un quarto di secolo, il tetto comincia ad avere infiltrazioni. Con gli accordi è la stessa cosa”, esemplifica.

Aleksandra Planinic è dello stesso avviso. “In caso di ‘no’, non ci saranno più aggiornamenti degli accordi bilaterali e ne seguirà una silenziosa erosione di tutto ciò che è stato costruito finora”. Teme una crescente emarginazione della Svizzera, con possibili ripercussioni sull’accesso a programmi di ricerca come Horizon Europe e a programmi di scambio come Erasmus.

“Conseguenze concrete per gli svizzeri e le svizzere all’estero”

I circa 500’000 svizzeri e svizzere residenti nei Paesi dell’UE subirebbero direttamente le conseguenze di un fallimento nel consolidare le relazioni tra Berna e Bruxelles. Interpellato da Swissinfo, il direttore dell’Organizzazione degli Svizzeri all’estero, Daniel Hunziker, ritiene che un simile scenario getterebbe nell’incertezza non solo la comunità elvetica che vive nell’UE, ma anche le persone che intendono stabilirvisi o investirvi. “Un deterioramento delle relazioni potrebbe mettere in discussione il loro accesso al mercato del lavoro e le loro possibilità di mobilità”, spiega.

Aleksandra Planinic rileva inoltre che la diaspora ha respinto l’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni” in modo ancora più netto rispetto all’elettorato residente in Svizzera. “È un segnale politico forte, che dimostra il suo attaccamento alla libera circolazione delle persone. Per gli svizzeri e le svizzere all’estero, le relazioni tra la Confederazione e l’UE non sono una questione astratta: hanno conseguenze dirette sulla loro vita quotidiana”, sottolinea.

A cura di Samuel Jaberg

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