In gioco i rapporti con l’Unione Europea
La votazione del prossimo 25 settembre sull’estensione della libera circolazione delle persone ai nuovi membri dell’UE divide la Svizzera.
I partigiani del «sì» invocano un contingentamento dell’immigrazione e le misure previste contro il dumping salariale. I fautori del «no» temono invece un abbassamento dei salari e un’immigrazione di massa.
La ministra degli esteri Micheline Calmy-Rey, il ministro dell’economia Joseph Deiss e quello della giustizia Christoph Blocher: quando tre consiglieri federali difendono apertamente un oggetto in votazione, significa che gli affari in gioco devono essere particolarmente importanti.
E’ infatti il caso: lo scrutinio federale del prossimo mese di settembre sull’allargamento della libera circolazione ai dieci nuovi Paesi membri dell’Unione Europea (UE) servirà a chiarire i rapporti fra la Svizzera e la vicina comunità di Stati.
Al cuore dell’economia elvetica
Se il popolo svizzero dovesse votare «no», le conseguenze potrebbero rivelarsi molto pesanti. L’intero pacchetto di bilaterali I e II rischierebbe di cadere come un castello di carte. Anni di trattative non sempre facili con l’UE andrebbero in fumo.
Ad esempio: gli accordi bilaterali I, conclusi nel 1999, hanno permesso all’industria elvetica dell’esportazione di trovarsi sullo stesso livello delle proprie concorrenti europee. Un vantaggio che la Svizzera ha colto al volo, visto che attualmente l’UE è il suo partner commerciale più importante.
Questa constatazione basta per capire la mobilitazione generale di lunedì a Berna. Per il governo e il parlamento, un voto positivo rinforzerebbe l’economia elvetica e renderebbe più sicuri i posti di lavoro.
Assimilazione
«Allargare la libera circolazione» suona piuttosto astratto. Concerne però le persone e i loro diritti. Concretamente significa che i cittadini dei 10 Paesi che dal mese di giugno del 2004 sono entrati a fare parte dell’UE potranno liberamente studiare e lavorare in Svizzera.
Una regola che vale già per i cittadini dei 15 «vecchi Paesi» della comunità, secondo quanto stipulato nel primo pacchetto di accordi bilaterali I entrato in vigore nel giugno del 2002.
In cambio, le persone e le società elvetiche che lo desiderano avranno libero accesso al mercato del lavoro e della formazione dei seguenti Stati: Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta e Cipro.
Paure realistiche
L’allargamento della libera circolazione delle persone è chiaramente sostenuto dal Consiglio federale e dai tre partiti di governo: radicali (PRD), socialisti (PS) e democristiani (PDC).
Una presa di posizione che il presidente dell’Unione padronale svizzera, Rudolf Stämpfli, giustifica ricordando che un posto di lavoro su tre dipende direttamente o indirettamente dall’UE.
«Non è ipotizzabile che la Svizzera sia il solo Stato al mondo a fare una differenza fra europei di prima e di seconda categoria», ha dal canto suo aggiunto il presidente dell’Unione sindacale svizzera Paul Rechsteiner.
Il rischio di dumping salariale e di pressione sulle condizioni salariali è reale. Ma, secondo Rechsteiner, sarà possibile combatterli in modo efficace.
Fra i partigiani del no, si trovano l’Unione democratica di centro (UDC) e l’Azione per una Svizzera indipendente e neutrale (ASIN), che si oppongono, a volte con toni veementi, all’apertura del mercato del lavoro ai Paesi dell’Est. Temono un’immigrazione di massa, l’aumento del lavoro nero, l’abbassamento dei salari e il dilagare della disoccupazione.
Procedimento in due tappe
I fautori dell’estensione della libera circolazione prendono sul serio queste preoccupazioni. Per questo, un primo ostacolo è già contenuto nell’accordo di libera circolazione, che prevede una fase transitoria fino al 2011.
Fino ad allora, ci saranno dei contingenti per fissare il numero delle persone provenienti dai nuovi paesi membri dell’UE autorizzate a cercare lavoro in Svizzera. Se i flussi di lavoratori dovessero essere troppo importanti, la Confederazione potrà prolungare il termine fino al 2014.
Ma le esperienze fatte fin qui tendono ad escludere un afflusso massiccio. Quando, negli anni ’80, paesi “poveri” come Grecia, Spagna e Portogallo entrarono nell’UE, non si verificò il paventato assalto nei confronti dei Paesi “ricchi” dell’Europa del nord.
Il mito dell’idraulico polacco buon mercato
Il secondo ostacolo è stato voluto dal parlamento, che ha previsto delle misure di accompagnamento contro un’eventuale pressione al ribasso salariale e sociale. I sindacati hanno ottenuto che i nuovi lavoratori provenienti dall’est siano sottoposti alle disposizioni in vigore in Svizzera.
Una schiera di 150 ispettori cantonali veglieranno al rispetto dei salari minimi pattuiti e del tempo di lavoro massimo, soprattutto nell’industria alberghiera, nel settore della costruzione e nell’agricoltura.
Chi non rispetterà le disposizioni dovrà passare alla cassa e le multe saranno salate. Inoltre, se in una regione o in un settore dovessero regolarmente verificarsi abusi, le autorità potranno allora imporre un contratto collettivo, esercitando così la necessaria pressione.
Ai datori di lavoro stranieri o ai lavoratori che infrangeranno le norme potrà essere vietato l’accesso al mercato del lavoro svizzero per un periodo fino a cinque anni.
swissinfo, Renat Künzi
(traduzione: Mariano Masserini e Anna Passera)
Il 1° maggio 2004, data dell’allargamento dell’Ue, gli accordi bilaterali del 1999 sono stati estesi automaticamente ai nuovi Stati membri, tranne quello sulla libera circolazione delle persone.
Per quest’ultimo è stata quindi concordata una regolamentazione transitoria specifica, volta ad aprire, progressivamente e in modo controllato, il mercato del lavoro svizzero ai nuovi Stati membri dell’Ue.
Le limitazioni (priorità ai lavoratori indigeni, contingentamento, verifica delle condizioni salariali e lavorative) potranno essere mantenute fino al 30 aprile 2011.
Il popolo svizzero si esprimerà il 25 settembre 2005 sull’estensione della libera circolazione.
Per il referendum sono infatti state raccolte 92’901 firme.
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