Votazioni: leggerissima maggioranza per la legge militare
Le due proposte di modifica della legge militare sono state approvate di strettissima misura dal popolo svizzero (51 percento di voti favorevoli). A far pendere il piatto della bilancia dalla parte dei SI sono stati i centri urbani della Svizzera tedesca - in particolare Zurigo, Berna e Basilea - mentre la maggioranza dei cantoni si sono espressi per un rifiuto. In tutti i cantoni è stata invece accettata la proposta di abrogare l'articolo sulle diocesi. L'affluenza alle urne è stata del 42 percento.
Risultato tiratissimo per i due oggetti di revisione della legge militare, che autorizzano l’invio di soldati armati all’estero e una maggiore collaborazione in ambito della formazione con gli eserciti di altri Stati. Nonostante una maggioranza di cantoni contrari, per finire il SI ha avuto la meglio, grazie soprattutto al massiccio apporto di voti da parte dei principali cantoni della Svizzera tedesca.
Le due proposte di modifica della legge militare sono state approvate dai cantoni e semicantoni di Berna, Zurigo, Argovia, Zugo, Lucerna, Soletta, Neuchâtel, Vaud, Friburgo, Basilea città e campagna. Contrari si sono espressi invece Glarona, Appenzello interno e esterno, Sciaffusa, Uri, Svitto, Giura, Vallese, San Gallo, Turgovia, Ginevra, Nidwaldo, Obwaldo, Grigioni e Ticino.
La linea di demarcazione tra il SI e il NO non corrisponde quindi, questa volta, al tradizionale fossato del Röstigraben, che separa la Svizzera tedesca da quella francese. Lo stretto margine di differenza, che ha portato all’approvazione dei due articoli sulla legge militare, si è giocato invece piuttosto nello scontro tra i centri urbani e quelli periferici della Svizzera tedesca.
Contrariamente a molti scrutini precedenti, la Romandia non ha espresso in questa occasione un voto identico a quello dei centri svizzero-tedeschi più importanti a livello demografico ed economico. Uno dei dati più singolari di questo scrutinio consiste probabilmente nella posizione comune assunta da alcuni cantoni romandi e dai cosiddetti cantoni primitivi della Svizzera tedesca. Queste due regioni si sono ritrovate eccezionalmente dalla stessa parte, anche se quasi sicuramente in base a motivazioni diverse.
Il NO dei cantoni periferici svizzero-tedeschi sembra infatti legato piuttosto all’attaccamento ai vecchi principi della neutralità e alle argomentazioni contrarie ai due articoli della legge militare sostenute dall’Unione democratica di centro (UDC) e dall’Associazione per una Svizzera neutrale e indipendente (ASNI). Queste due forze politiche che ruotano attorno a Christoph Blocher non hanno esitato a proporre croci di soldati morti sui loro cartelloni di propaganda.
Il rifiuto manifestato invece da parte dei cantoni romandi va forse attribuito soprattutto ad una maggiore percezione antimilitarista e pacifista, una sensibilità già dimostrata nell’ambito delle due ultime votazioni sull’abolizione o il dimezzamento dell’esercito.
Più che divisa in due, come è stato spesso il caso in passato, la Svizzera esce piuttosto spaccata in quattro da queste votazioni. Una spaccatura che corrisponde in definitiva alle posizioni espresse nel corso della campagna politica di questi ultimi mesi, dove si erano evidenziate chiare divisioni tanto all’interno delle forze di sinistra che di quelle di destra.
Va ricordato, a tale proposito, che il referendum contro la revisione della legge militare era stato lanciato, anche se separatamente, da forze appartenenti all’estrema destra e all’estrema sinistra. Questi due poli opposti – in particolare l’ASNI e il Gruppo per una Svizzera senza esercito – si erano congiunti in una strana alleanza, subito definita “contro natura”.
Anche tra i sostenitori della revisione erano apparse notevoli divergenze per quanto riguarda le argomentazioni da portare avanti nel corso della campagna politica. Non a caso, alla fine di marzo, vari esponenti politici di sinistra avevano deciso di lanciare un proprio comitato di sostegno ai due oggetti in votazione, allo scopo di distaccarsi dalle posizioni assunte dai parlamentari del centro, in particolare del Partito liberale radicale e del Partito popolare democratico.
Le due proposte di modifica della legge militare comportavano cambiamenti molto limitati sul piano pratico, ma assumevano invece una dimensione simbolica molto importante: concernevano ancora una volta la volontà di apertura o meno della Svizzera, lo spirito di solidarietà con l’estero, il concetto di neutralità e i principi del sistema di difesa nazionale.
Seppure per il rotto della cuffia, il Consiglio federale esce vittorioso da questa consultazione e si dichiara soddisfatto per il verdetto popolare che, secondo Samuel Schmid, conferma le scelte adottate finora in materia di politica estera e umanitaria. Il ministro della difesa ha ricordato che “la revisione della legge militare non rappresenta un assegno in bianco per un’adesione alla NATO, né la rinuncia alla nostra neutralità”.
Il voto di questa fine settimana non rappresenta, d’altra parte, neppure una garanzia di successo per il Consiglio federale in vista della votazione sull’adesione alle Nazioni Unite, in programma l’anno prossimo. Anzi, la notevole percentuale di NO, a sostegno in particolare delle tesi di Christoph Blocher, obbligherà il governo svizzero a riflettere con cura sulla campagna politica che intenderà seguire per ottenere l’appoggio del popolo svizzero.
Nessuna sorpresa, per finire, per quanto riguarda il decreto federale sulla soppressione dell’obbligo d’approvazione da parte della Confederazione per l’istituzione delle diocesi. La proposta, contestata a bassa voce soltanto da alcuni ambienti protestanti, è stata approvata in tutti cantoni con oltre il 64 percento di SI, come richiesto dal Consiglio federale e dalla maggioranza del parlamento.
Armando Mombelli
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