Repressione cinese in Svizzera: le ONG denunciano l’inazione del Governo federale
L’anno scorso il Consiglio federale ha riconosciuto per la prima volta la repressione che colpisce le comunità tibetana e uigura in Svizzera, vittime del lungo braccio del Governo cinese. Oggi le ONG denunciano l’assenza di misure concrete per proteggerle.
“Siamo molto delusi dal fatto che in concreto non è cambiato nulla”, afferma Selina Morell, responsabile del programma Cina presso Voices, un’organizzazione non governativa (ONG) con sede a Berna.
Poco più di un anno fa, il Consiglio federale ha riconosciuto per la prima volta in un rapporto che le comunità tibetana e uigura in Svizzera sono vittime della “repressione transnazionale” del Governo cinese tramite sorveglianza e pressioni. Questo fenomeno assume diverse forme – intimidazioni fisiche o virtuali, dirette o indirette sui familiari – e mira a mettere a tacere le voci dissidenti all’estero.
“Dopo la pubblicazione del rapporto, pensavamo che il Governo svizzero avrebbe intrapreso azioni per proteggere le vittime. Invece, ciò non è avvenuto”, aggiunge.
Non esistono cifre che permettano di quantificare con precisione la repressione sul territorio elvetico, sebbene gli osservatori ritengano che il fenomeno sia in aumento. A livello internazionale, l’ONG Freedom House ha censitoCollegamento esterno 1’375 casi nel mondo dal 2014, ma si tratta solo degli incidenti “fisici” più gravi: rapimenti, detenzioni arbitrarie, aggressioni o espulsioni illegali. Gli atti di sorveglianza e intimidazione, invece, sfuggono alle statistiche.
Un anno dopo il rapporto
Nel suo rapporto Collegamento esternopubblicato il 12 febbraio 2025, il Governo svizzero illustrava diverse misure per affrontare il problema, tra cui il dialogo bilaterale con Pechino, la sensibilizzazione degli attori che potrebbero subire pressioni, gli scambi con la diaspora, nonché la creazione di un servizio di consulenza per le vittime. Tuttavia, nel testo non c’è una scadenza per l’implementazione delle misure.
Contattato da Swissinfo, il Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) indica che “i lavori relativi alle misure nazionali […] sono iniziati”, in particolare con la costituzione di un Gruppo di accompagnamento strategico. Attivo da febbraio, dovrà elaborare entro la fine dell’anno “una panoramica delle competenze in materia di repressione transnazionale” a livello comunale, cantonale e nazionale.
L’anno prossimo, il Gruppo si concentrerà “sull’esame dei canali di comunicazione con le diaspore interessate, così come sull’ambito della sensibilizzazione e della prevenzione”, precisa il DFGP. Anche la creazione di un servizio di consulenza destinato alle persone interessate e ai testimoni sarà “presa in esame”.
Selina Morell accoglie con favore la creazione di questo Gruppo, diretto da Martin von Muralt, delegato della Rete nazionale di sicurezza, ma deplora la lentezza del processo rispetto a una situazione che, a suo avviso, richiede misure concrete a breve termine.
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La pressione continua
Anche presso le associazioni che rappresentano le comunità tibetana e uigura in Svizzera prevalgono delusione e frustrazione.
“La pubblicazione del rapporto è stata un sollievo, perché dimostra che ciò che denunciamo da anni – la sorveglianza, le pressioni, le minacce che subiamo – è reale”, spiega Rizwana Ilham, presidente dell’Associazione uigura svizzera. “Ma nella pratica, quasi nulla è cambiato”.
Originaria di Ürümqi, capitale della regione semi-autonoma dello Xinjiang (Turkestan orientale per gli indipendentisti uiguri), Rizwana Ilham racconta di aver subito, “come ogni uigura”, tentativi di intimidazione. “A ogni manifestazione, persone originarie della Cina ci seguono, ci fotografano, chiedono chi abbia organizzato l’evento; evidentemente senza alcun timore di agire in questo modo. È scioccante che ciò avvenga in Svizzera”.
“Sappiamo che le immagini saranno probabilmente inviate all’Ambasciata cinese, che verificherà se abbiamo una famiglia in Tibet, sulla quale le autorità cinesi potrebbero fare pressione”, afferma Arya Amipa, copresidente dell’Associazione dei giovani tibetani in Europa. “Se li affrontiamo, ci dicono ogni volta di essere in Svizzera per turismo, o si presentano come studenti nell’ambito di un programma di scambio fra i due Paesi, comunque e sempre si dicono per puro caso di passaggio alla manifestazione”.
Nipote di nonni fuggiti dal Tibet, il giovane indica di essere stato anche bersaglio di telefonate anonime volte a intimidirlo e di diversi tentativi di pirateria informatica. Atti che, secondo Amipa, sarebbero legati al suo impegno a favore della causa tibetana.
Effetto deterrente
“Queste azioni sono coordinate dalla Cina, talvolta con la complicità, in Svizzera, di personale diplomatico o di membri della diaspora reclutati dalle autorità cinesi”, spiega Selina Morell, che riconosce come si tratti di un “problema complesso” da gestire per le Autorità svizzere, anche perché coinvolge attori diversi in più Paesi.
Contattata, l’Ambasciata cinese a Berna non ha risposto alle nostre domande.
“La triste realtà è che questa strategia funziona. Sempre meno persone partecipano alle manifestazioni”, si rammarica Arya Amipa. “Alcuni giovani mi dicono che non osano più venire, perché temono per le loro famiglie in Tibet. È un rischio reale: le famiglie di alcuni manifestanti hanno ricevuto la visita di agenti di polizia cinesi, che le hanno minacciate per fare pressione sui loro parenti che vivono in Svizzera”.
Arya Amipa racconta di non avere più contatti con i membri della sua famiglia in Tibet, per proteggerli. E sebbene non si senta direttamente in pericolo in quanto cittadino svizzero, riconosce che il suo impegno comporta un certo isolamento, poiché molte persone della diaspora temono di essere viste al suo fianco.
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Punto di contatto
Secondo Voices Collegamento esternoe le associazioni della diaspora, la priorità dovrebbe essere la creazione di un punto di contatto per le vittime, che serva in particolare a censire i casi.
“È importante che le vittime possano segnalare le minacce subite in modo sicuro, sapendo che saranno prese sul serio e protette”, spiega Rizwana Ilham.
Secondo Ilham, è altrettanto essenziale fare di più per sensibilizzare le forze dell’ordine, i servizi alla migrazione e le università, affinché conoscano adeguatamente la questione e si rendano conto della sua gravità.
L’anno scorso, la giovane si è recata a un posto di polizia per denunciare la comparsa di falsi profili attivati a suo nome sui social network. Un’esperienza che le ha lasciato l’amaro in bocca. “Ho cercato di spiegare la mia situazione, ho detto che sono uigura, un bersaglio della repressione transnazionale. Ma non sapevano nulla al riguardo”, ricorda. “Mi hanno detto che il caso non era di loro competenza. È stata un’esperienza molto frustrante”.
Interrogato sulle azioni intraprese per sensibilizzare le forze dell’ordine, il DFGP risponde che “non è stata ancora adottata alcuna misura concreta” dal Gruppo di accompagnamento strategico, che dovrà fissare un calendario per la loro attuazione.
Agire in fretta
Mentre la tecnologia offre agli Stati che praticano la repressione transnazionale nuovi strumenti – video manipolati “deepfake”, campagne di disinformazione e di screditamento automatizzate –, le ONG chiedono che le misure previste dalla Confederazione vengano implementate rapidamente.
“Se il Governo svizzero non agirà più rapidamente, sempre più persone saranno prese di mira, perché il Governo cinese si sentirà rafforzato dall’idea che le sue tattiche sono efficaci per mettere a tacere le voci dissidenti all’estero”, afferma Arya Amipa, che teme che il rapporto del Consiglio federale diventi ben presto obsoleto di fronte a una minaccia in continua evoluzione.
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Secondo Amipa, la lentezza delle autorità elvetiche si spiega in parte con i negoziati in corso tra Berna e Pechino Collegamento esternosull’aggiornamento dell’accordo di libero scambio. In un contesto segnato dalle tensioni doganali con gli Stati Uniti, la Svizzera cercherebbe di non irritare il suo terzo principale partner commerciale. Un argomento già evocato per spiegare il ritardo nella pubblicazione del rapporto sulla repressione transnazionale.
Il DFGP indica che “anche se i temi trattati nel rapporto non hanno alcun legame con il commercio, esso costituisce un elemento importante del dibattito pubblico in Svizzera sulla Cina”. E aggiunge: “La Confederazione ha sollevato anche questo tema nel quadro dei negoziati sull’accordo di libero scambio, per mettere in evidenza le sue preoccupazioni in questo ambito”.
“Il problema è che più si aspetta a intervenire, più si diventa dipendenti dalla Cina. E forse un giorno non saranno più le comunità tibetane o uigure a essere prese di mira, ma quadri di aziende svizzere”, conclude Arya Amipa.
A cura di Virginie Mangin/sj
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