L’ovazione della politica svizzera
Aung San Suu Kyi è stata accolta venerdì dai deputati del parlamento svizzero, che le hanno dedicato un lungo applauso. Ripresasi dopo il malessere del giorno prima, la leader dell’opposizione birmana prosegue il suo viaggio alla volta di Oslo.
Ricevuta dai presidenti e dai vicepresidenti delle due camere del parlamento, Aung San Suu Kyi «ha avuto diritto a una standing ovation di circa due minuti» alla Camera del Popolo, ha detto Mark Stucki, portavoce dei servizi del parlamento.
Il presidente del Consiglio nazionale, Hansjörg Walter, si è detto molto onorato che Aung San Suu Kyi abbia scelto di visitare la Svizzera in occasione del suo primo viaggio in Europa da 24 anni.
Walter si è anche felicitato calorosamente con la politica birmana per il premio Nobel della Pace, che potrà ritirare a Oslo.
Dopo il leggero malessere che l’ha colpita la sera prima durante una conferenza stampa, Aung San Suu Kyi è apparsa oggi meno affaticata. «Si sente meglio. Ha ancora un leggero mal di testa, ma il programma previsto è stato confermato», ha reso noto il suo seguito.
Interrogato dall’Associated Press a Yangon, il suo medico personale si è comunque detto preoccupato per lo stato di salute della 66enne birmana. Pyone Moe Ei ha sottolineato l’estenuante programma del viaggio europeo, che oltre alla Svizzera comprende la Norvegia, l’Irlanda, la Gran Bretagna e la Francia.
«Vogliamo agire»
Giovedì sera, la leader della Lega Nazionale per la Democrazia ha salutato la collaborazione tra Svizzera e Myanmar nel processo di democratizzazione. «Abbiamo bisogno soprattutto di formare i giovani», ha detto, rammentando l’alto tasso di disoccupazione nel paese asiatico.
La Confederazione riconosce i progressi effettuati dal Myanmar, ha affermato dal canto suo il ministro svizzero degli affari esteri Didier Burkhalter. Tra i passi avanti vi è il trasferimento dei poteri a un governo civile, la liberazione di circa 500 prigionieri politici negli ultimi mesi e la conclusione di accordi di cessate il fuoco con i gruppi etnici.
Ribadendo il sostegno della Svizzera, Burkhalter ha sottolineato che Berna «non vuole stare a guardare, vuole agire». In questo senso, il consigliere federale ha citato la revoca di tutte le sanzioni nei confronti dell’ex Birmania (ad eccezione dell’embargo sul materiale bellico) e l’intenzione di aprire un’ambasciata svizzera in Myanmar nel mese di novembre.
La Svizzera intende poi sostenere la transizione aumentando l’aiuto allo sviluppo, i cui fondi annuali passeranno da 7 a circa 25 milioni di franchi. L’intervento elvetico si focalizzerà soprattutto sulla formazione professionale, sull’agricoltura e sulla sicurezza alimentare. La cooperazione svizzera condurrà inoltre progetti nel campo dello sminamento e delle infrastrutture sociali (scuole, centri sanitari).
Da parte sua, ha puntualizzato Burkhalter, la Svizzera si aspetta che tutti i prigionieri politici ancora in carcere vengano liberati e che siano adottate tutte le misure per rafforzare i diritti umani e lo stato di diritto. Tutte le forme di lavoro forzato vanno poi abolite entro il 2015, ha affermato.
Investire con responsabilità
La visita di Aung San Suu Kyi in Svizzera, tappa iniziale del suo viaggio europeo, è iniziata giovedì mattina a Ginevra. La politica birmana ha partecipato alla conferenza annuale dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), dove ha lanciato un appello ad investire nel suo paese per sostenere il processo di democratizzazione.
«Governi, imprese, lavoratori, tutti voi potete aiutare a creare la società che offrirà un futuro al Myanmar», ha affermato Aung San Suu Kyi di fronte ai circa 4’000 delegati presenti.
Anche a Ginevra, Aung San Suu Kyi ha sottolineato che «si devono incoraggiare gli investimenti diretti che consentono di creare impieghi». Le imprese straniere non agiscono soltanto per altruismo, ha riconosciuto, «ma spero che i loro profitti siano condivisi con la popolazione».
La strada è ancora lunga
«La decisione dell’OIL di togliere dopo un decennio le restrizioni punitive (…) è un’occasione senza precedenti per lo sviluppo economico del paese. Vi invito ad unirvi ai nostri sforzi», ha dichiarato Aung San Suu Kyi.
L’OIL ha infatti annunciato la sospensione delle restrizioni nei confronti dell’ex Birmania in risposta ai progressi compiuti dal paese asiatico (che ad esempio ha adottato una nuova legge sui sindacati,) e all’impegno a porre fine al lavoro forzato entro il 2015.
Il Premio Nobel per la Pace ha poi insistito su una serie di riforme ancora necessarie per instaurare la preminenza del diritto e rafforzare le istituzioni democratiche. «Molto resta ancora da fare per tradurre le promesse in realtà», ha affermato Aung San Suu Kyi.
Porre fine ai conflitti
A Ginevra, Aung San Suu Kyi ha pure parlato dei disordini che stanno attualmente scuotendo il paese (vedi a fianco). Per porre fine alle violenze «ci vuole una soluzione politica durevole», ha dichiarato.
«Un cessate il fuoco non è sufficiente», ha poi detto in riferimento agli scontri nello Stato Kachin, nel nord del paese, ripresi nel giugno 2011 dopo un cessate il fuoco durato 17 anni.
Secondo la leader dell’opposizione, vanno messe in atto delle «regole di diritto». Soltanto così si potrà infatti porre fine ai conflitti. «Per riuscirci abbiamo bisogno della collaborazione di tutti», ha sottolineato.
Compleanno con i figli
Dopo la tappa elvetica, il viaggio europeo di Aung San Suu Kyi proseguirà alla volta della Norvegia. A Oslo potrà ritirare il premio Nobel per la Pace insignitole nel 1991, un anno dopo la schiacciante vittoria del suo partito alle elezioni nazionali (in seguito annullate dalla giunta militare).
Il 18 giugno si recherà a Dublino per assistere a un concerto degli U2 organizzato da Amnesty International. Il cantante del gruppo, Bono, è da tempo un convinto sostenitore della lotta democratica e non violenta condotta da Aung San Suu Kyi.
Il giorno successivo sarà a Londra per un discorso alle due camere del parlamento britannico e per festeggiare, assieme ai due figli, il suo 67. compleanno. Dopo una visita di tre giorni in Francia, la politica birmana farà ritorno in Myanmar per la sessione inaugurale del parlamento.
Nasce il 18 giugno 1945 a Rangoon (oggi Yangon).
Suo padre, il generale Aung San, è tra i promotori dell’indipendenza birmana. Viene assassinato dai suoi rivali politici nel 1947.
Negli anni ‘60 Suu Kyi si trasferisce dapprima in India e poi in Gran Bretagna, dove studia all’Università di Oxford. Si laurea in filosofia, scienze politiche ed economia.
Nel 1972 sposa l’inglese Michael Aris, con il quale avrà due figli.
Nel 1988 rientra in Birmania per assistere la madre ammalata. Nel mese di settembre, poche settimane dopo le proteste popolari, partecipa alla fondazione della Lega Nazionale per la Democrazia.
Nel luglio 1989 viene posta agli arresti domiciliari per le sue critiche alla giunta militare. Due anni più tardi le viene attribuito il Premio Nobel per la pace.
Viene liberata nel 1995, ma preferisce non lasciare il paese per timore che i militari le impediscano di rientrare. Non può così essere a fianco di suo marito quando nel marzo 1999 è stroncato da un tumore.
Negli anni 2000 è nuovamente agli arresti domiciliari a due riprese: dal settembre 2000 al maggio 2002 e dal maggio 2003 al novembre 2010.
Nell’elezione suppletiva del 1. aprile 2012, Aung San Suu Kyi accede per la prima volta al parlamento nazionale (camera bassa).
La visita di Aung San Suu Kyi in Svizzera è in parte offuscata dagli eventi che stanno scombussolando le regioni occidentali del Myanmar.
Nello Stato Rakhine, ai confini con il Bangladesh, le tensioni tra la popolazione a maggioranza buddista e gli immigrati di fede musulmana (rohingya) sono sfociati negli ultimi giorni in violenti scontri.
I morti sono almeno 21 e gli edifici incendiati oltre un migliaio. Il presidente Thein Sein ha dichiarato lo stato di emergenza, in quelli che sono i più gravi disordini degli ultimi anni.
A scatenare le violenze è stato lo stupro e l’omicidio di una donna buddista a fine maggio. Nei giorni seguenti, dieci musulmani che viaggiavano su un autobus sono stati aggrediti e uccisi da una folla inferocita.
Il governo del Myanmar considera i rohingya dei migranti illegali dal Bangladesh. Molti di loro, spesso sprovvisti di cittadinanza, sono giunti nello Stato Rakhine nell’800, al tempo del colonialismo inglese.
Secondo l’agenzia per i rifugiati delle NazioniUnite sono circa 800’000 i rohingya che vivono nello Stato Rakhine.
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