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«La diplomazia svizzera appoggiò Franco»

Giuseppe Motta fu a capo della diplomazia svizzera tra il 1920 e il 1940 e, secondo le ricerche di Ralph Hug fu dichiaratamente filo franchista. Keystone

Lo storico e giornalista Ralph Hug getta nuova luce sulla guerra civile spagnola. Nel suo ultimo libro, "Schweizer unter Franco" (Svizzeri sotto Franco), illustra il modo in cui alcuni diplomatici elvetici collaborarono con il regime franchista per difendere gli interessi economici e politici della Svizzera. A scapito dei diritti umani.

Nato e cresciuto a San Gallo, Ralph Hug ha pubblicato diversi libri sulla guerra civile spagnola. Nel 2006 è stato tra i promotori di un’iniziativa per riabilitare i circa 800 volontari svizzeri che parteciparono alle Brigate internazionali in difesa della Repubblica. La loro riabilitazione giunse nel 2009, 70 anni dopo la fine del conflitto.

swissinfo.ch: Ci sono ancora aspetti sconosciuti del franchismo?

Ralph Hug: Certamente e il mio libro ne è un esempio. Il risultato più significativo delle mie ricerche è che la diplomazia svizzera fu chiaramente filo franchista e negligente rispetto ai diritti dei nostri cittadini che, per ragioni politiche, furono vittime della guerra civile spagnola. Semplicemente i loro problemi vennero ignorati.

swissinfo.ch: Di quante persone stiamo parlando?

R. H.: Ci furono diverse decine di svizzeri tra le vittime della dittatura. Franco e coloro che lo appoggiarono nella sua lotta contro la democrazia istituirono un regno del terrore e cercarono di annientare tutte le forze d’opposizione. Il Generalissimo non impose soltanto una dittatura militare, ma uno Stato fascista simile a quello italiano di Benito Mussolini. Tutti gli strumenti democratici furono distrutti e tutti coloro che si opposero al regime furono rinchiusi negli oltre 150 campi di concentramento che contava la Spagna di quegli anni. Lì furono torturati e in migliaia persero la vita.

Ralph Hug

La principale preoccupazione dei diplomatici era che Franco vedesse di buon occhio la Svizzera, in modo da poter fare affari e ottenere vantaggi per le imprese elvetiche attive in Spagna

Tra i prigionieri c’era anche lo zurighese Karl Brunner, che in Spagna si faceva chiamare Carlos Brunner. Lavorava come commerciante di vini nei pressi di Barcellona, a Villafranca de Penedès. Durante le sommosse del luglio 1936 era attivo nei comitati rivoluzionari locali. Il suo compito era quello di redigere i verbali.

swissinfo.ch: Cosa ne è stato di lui?

R. H.: Dopo la vittoria di Franco, Brunner fu vittima di delazione. La polizia franchista lo arrestò immediatamente e, poco più tardi, il tribunale militare lo condannò a morte. La sua unica colpa era quella di aver trascritto a macchina i verbali! Il processo fu una farsa, senza la possibilità di una difesa degna per quest’uomo.

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Questo caso mostra che i tribunali franchisti non erano indipendenti, ma un pretesto per poter liquidare i nemici del regime in modo apparentemente legale. Per fortuna Brunner si salvò grazie ai buoni uffici del console svizzero a Barcellona, Adolf Gonzenbach, un diplomatico liberale che non era per nulla d’accordo col regime. Gonzenbach dovette però tornare in Svizzera pochi mesi dopo l’arrivo di Franco al potere. Fu sostituito dal console Giacomo Balli, che era un sostenitore dichiarato di Franco e fece poco o nulla per liberare Karl Brunner.

Brunner rimase così in prigione fino al 1942, quando le autorità franchiste lo cacciarono dal paese. Gli costò molto ricominciare una nuova vita.

swissinfo.ch: Quanti svizzeri subirono la repressione franchista?

R. H.: Una trentina. Il loro unico crimine fu quello di non essere d’accordo col nuovo governo fascista. In altre parole, furono perseguitati e messi in prigione per il solo fatto di difendere la democrazia. Ai tempi del franchismo, difendere la democrazia era molto pericoloso ed era considerato un delitto grave.

Nel libro si racconta anche la storia di undici brigatisti svizzeri che subirono lunghe pene detentive. Furono incarcerati per un anno nel campo di concentramento di San Pedro di Cardeña, vicino a Burgos, in condizioni disumane, sottoposti a torture giornaliere. Queste persone non furono mai condannate formalmente da un tribunale.

Tra il 1936 e il 1937, circa 40’000 volontari provenienti da 50 paesi giunsero in Spagna per difendere la Repubblica dall’insurrezione franchista. Circa la metà morì in combattimento, fu dispersa o ferita.

Il contingente più numeroso fu quello francese, con circa 10’000 uomini. Gli italiani furono circa 3’350, mentre gli svizzeri 800. Proporzionalmente il contingente elvetico fu uno dei più importanti. Circa 170 svizzeri pagarono con la vita la loro lotta contro il fascismo.

Sconfitti e avviliti, una volta rientrati in patria i volontari svizzeri dovettero anche fare i conti con la giustizia. Complessivamente furono pronunciate 420 condanne, con pene comprese tra 15 giorni e quattro anni di carcere. La condanna media era di 3,8 mesi.

Nel 2009, 70 anni dopo la guerra civile spagnola, il parlamento svizzero ha deciso di riabilitare i brigatisti svizzeri annullando le condanne a loro carico.

swissinfo.ch: Può citare un altro esempio?

R. H.: Walter Otto Lehmann rischiò di morire per mancanza di cure. Il consolato svizzero si disinteressò completamente del suo caso e di quelli di tanti altri svizzeri. Al termine della guerra, furono in molti a denunciare la passività e il disinteresse della diplomazia elvetica.

swissinfo.ch: Come si spiega questo comportamento?

R. H.: Fondamentalmente i funzionari svizzeri si sentivano vicini alla nuova Spagna di Franco e in linea di massima erano favorevoli a uno Stato che prometteva di istituire la legge e l’ordine in una società cattolica e patriottica. Invece di proteggere i diritti umani dei cittadini elvetici, che in carcere soffrivano di abusi e di maltrattamenti, i nostri diplomatici preferirono simpatizzare con la dittatura.

swissinfo.ch: Per quale ragione?

R. H.: La principale preoccupazione dei diplomatici era che Franco vedesse di buon occhio la Svizzera, in modo da poter fare affari e ottenere vantaggi per le imprese elvetiche attive in Spagna: banche, assicurazioni, società industriali o elettriche. La Nestlé, ad esempio, appoggiò Franco distribuendo latte in polvere gratis. Le tre grandi banche svizzere  – Schweizerische Kreditanstalt [oggi Credit Suisse, ndr], Società di Banca svizzera e Unione di banche svizzere [che nel 1998 si unirono per formare l’attuale UBS, ndr] – concedettero a Franco crediti importanti durante la guerra, malgrado l’embargo decretato dal Consiglio federale [governo svizzero, ndr] lo vietasse.

Altri sviluppi

swissinfo.ch: Chi fu responsabile da parte svizzera?

R. H.: Tra le alte sfere, i favorevoli al regime fascista furono principalmente Giuseppe Motta, capo della diplomazia svizzera per vent’anni, e la sua cerchia intima all’interno del Dipartimento. Motta era cattolico e anticomunista. Pensava che la Spagna fosse in preda a una rivoluzione bolscevica, ma non era così. Motta non credette mai nella Repubblica spagnola. Fraternizzava con i rappresentanti di Franco a Berna, anche se non erano diplomatici riconosciuti e accettati ufficialmente. Con i veri diplomatici della Repubblica invece non trattò mai.

Nell’autunno del 1936, Motta cercò di impedire l’insediamento del nuovo inviato della Repubblica spagnola, Fabra Ribas. E questo unicamente perché era socialista, nemmeno comunista. Però il suo piano fallì, dato che Franco non riuscì a conquistare Madrid nel novembre del 1936 come pensavano i partiti borghesi [Madrid cadde nel marzo del 1939, segnando la fine della guerra civile e l’inizio del regime franchista, ndr].

swissinfo.ch: Giuseppe Motta non fu però l’unico…

R. H.: Si può citare Hans Frölicher, responsabile del dossier spagnolo presso il dipartimento degli affari esteri. Così come una maggioranza dei diplomatici svizzeri in Spagna. Ad esempio Eugene Broye, inviato speciale presso Franco, e il suo predecessore Karl Egger. Broye disse: “Franco non è un dittatore. L’idea centrale del franchismo è garantire più giustizia sociale e trasformare la Spagna, che tanto assomiglia alla Russia, in una grande potenza militare e imperiale”. Tutti erano anticomunisti viscerali e salutarono il colpo di Stato di Franco contro la democrazia spagnola.

swissinfo.ch: E quale fu l’attitudine del governo?

R. H.: Il 14 febbraio del 1939, la Svizzera fu la prima democrazia a riconoscere ufficialmente il regime franchista e ad accettare il Generalissimo come unico rappresentante legittimo dello Stato spagnolo. Di fatto, quando la Svizzera riconobbe Franco, la guerra civile non era ancora finita.

(Traduzione dallo spagnolo, Stefania Summermatter)

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