Coronavirus e clima, quando una crisi ne eclissa un'altra

Lago di Gruyère in secca, Broc, canton Friburgo. La primavera di quest'anno in Svizzera è stata finora caratterizzata da un'insolita e prolungata siccità. Valeriano Di Domenico


Il 2020 doveva essere un anno cruciale per il clima. Il riscaldamento globale è però stato relegato in secondo piano dalla pandemia di coronavirus. Una situazione che potrebbe comunque dare nuovo slancio alla lotta contro il cambiamento climatico e il degrado ambientale. 

Questo contenuto è stato pubblicato il 27 aprile 2020 - 14:30

Perché preoccuparsi dello scioglimento dei ghiacciai alpini o del fatto che canicole e siccità diventeranno la norma in Svizzera fra 30 o 40 anni, quando un virus fino a pochi mesi fa sconosciuto sta sconvolgendo le nostre vite proprio in questo momento? Una domanda legittima, alla quale molti di noi rispondono forse in maniera inconsapevole.

Ad esempio, quando decidiamo di prendere l'automobile per dei tragitti non indispensabili, soltanto per sottrarci per qualche ora al confinamento domestico. Oppure quando non esitiamo (più) a utilizzare un sacchetto di plastica per raccogliere rifiuti potenzialmente infetti quali mascherine e fazzoletti. O ancora, quando lasciamo scorrere l'acqua del rubinetto per lavarci le mani così come raccomandato dalle autorità sanitarie, utilizzando fino a otto litri di acqua ogni volta. Ai tempi del coronavirus, la coscienza ecologica è messa a dura prova.

Ma mentre cittadini, media e mondo politico focalizzano l'attenzione sulla pandemia, un'altra crisi, quella climatica e della sostenibilità in generale, continua a essere presente. Il 2019 è stato l'anno più caldo mai registrato in Europa, con temperature medie di quasi due gradi al di sopra di quelle della seconda metà del XIX secolo, indica un rapporto sullo stato del clima pubblicato la settimana scorsa.

Il coronavirus e il cambiamento climatico sono entrambi problemi molto seri, ma tra le due crisi c'è una fondamentale differenza, ha affermato il Segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres. La Covid-19 è un problema temporaneo che un giorno scomparirà, il cambiamento climatico esiste invece da molti anni e "rimarrà con noi per decenni", ha detto.

"Dobbiamo affrontare urgentemente la crisi sanitaria e i suoi effetti sociali ed economici. Non possiamo però dimenticare che nella corsa per fermare il cambiamento climatico, il tempo stringe", sottolinea Nick Mabey di E3G, un think tank indipendente che sostiene la transizione globale verso un'economia a basse emissioni.

+ Riscaldamento globale: i prossimi anni saranno decisivi

Aria pulita, ma non per molto

Più che distogliere l'attenzione dal riscaldamento globale, il coronavirus sembra avere un impatto positivo sul clima. In seguito alla chiusura di aziende e industrie, così come all'arresto del traffico aereo, le emissioni mondiali sono diminuite e in molte città la qualità dell'aria è migliorata.

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Le conseguenze della pandemia dovrebbero comportare quest'anno una riduzione del 6% dei gas a effetto serra, secondo l'Organizzazione mondiale della meteorologia. Non c'è però motivo di rallegrarsi, avverte l'organizzazione con sede a Ginevra, secondo cui la pandemia avrà pochi effetti duraturi sul clima.

Appena sarà passata, il pianeta tornerà al lavoro e le emissioni di CO2 riprenderanno, prevede Lars Peter Riishojgaard dell'OMM, in un'intervista al quotidiano romando 24 Heures.

Nessun sostegno a chi inquina

Per Franz Perrez, ambasciatore svizzero per l'ambiente, "la sfida sarà di procedere a un rilancio dell'economia che sia compatibile con gli obiettivi del cambiamento climatico e dello sviluppo sostenibile".

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Anche per Georg Klinger, esperto di clima presso Greenpeace Svizzera, le varie misure di sostegno finanziario adottate nella Confederazione devono favorire l'emergenza di un'economia a basse emissioni e più resistente alle conseguenze del riscaldamento climatico.

In particolare, l'associazione ambientalista chiede a Confederazione e Cantoni di non offrire alcuno sostegno finanziario alle imprese che danneggiano il clima, a meno che queste adempiano i requisiti di riduzione delle emissioni allo zero netto entro il 2030, scrive Greenpeace.

Un auspicio formulato anche da Augustin Fragnière, ricercatore del Centro interdisciplinare della sostenibilità all'Università di Losanna. Il sostegno ai settori che inquinano di più, tra cui multinazionali, aviazione e industria automobilistica, dovrebbe essere condizionato al rispetto del clima e dell'ambiente, afferma.

"L'anticipazione è il grande insegnamento della Covid-19", scrive sul suo blog Fragnière, secondo cui "la crisi del coronavirus mostra che le democrazie sono pronte ad adottare misure estremamente vigorose quando c'è in gioco la protezione della popolazione".

Battaglia in strada e alle urne

Il ricercatore in scienze ambientali si aspetta però poco dai governi, la cui unica priorità sarà di rilanciare l'economia "aggrappandosi a ciò che sanno fare meglio, ovvero lo sfruttamento delle energie fossili". Augustin Fragnière è dell'avviso che toccherà alla società civile e ai movimenti per la protezione del clima far sentire la propria voce. "La battaglia del cambiamento climatico si vincerà nelle strade e alle urne".

Reiterando il suo invito ad ascoltare la scienza e ad agire di conseguenza in favore di clima e ambiente, il movimento Sciopero per il Clima chiede di affrontare la crisi climatica con la stessa "solidarietà intergenerazionale" con cui si sta facendo fronte alla Covid-19.

Anche perché per proteggere le popolazioni dagli effetti del cambiamento climatico, non si potrà contare sulla scoperta di un vaccino.

Rimandata la conferenza cruciale per il clima

A causa del coronavirus, diversi eventi internazionali sono stati posticipati - ad esempio i vertici delle Nazioni Unite su oceani e diversità biologica - e la 26esima conferenza internazionale dell'ONU sui cambiamenti climatici, prevista in novembre a Glasgow, in Scozia, è stata rinviata al 2021.

La COP26 è considerata la conferenza più importante dopo quella nel 2015 a Parigi (COP21), che si era conclusa con la firma di uno storico accordo sul clima. La COP26 rappresenta un appuntamento cruciale per rivedere gli impegni nazionali di riduzione delle emissioni, i quali sono al momento inadeguati per raggiungere l'obiettivo di limitare a 2°C l'aumento della temperatura globale.

"Tutto è stato rimandato, ma i negoziati proseguono e continuiamo ad avere contatti bilaterali e multilaterali con molti Paesi", afferma a swissinfo.ch Franz Perrez, negoziatore svizzero alle conferenze internazionali sul clima. "Già prima del coronavirus, grandi economie quali l'Unione europea e la Cina, così come numerosi Paesi in via di sviluppo, avevano annunciato che avrebbero necessitato di più tempo per rivedere le loro ambizioni di riduzione delle emissioni. In quest'ottica, il rinvio della COP26 è positivo".

La Svizzera, rammenta Perrez, ha già presentato in febbraio il suo nuovo obiettivo di neutralità climatica per il 2050. A livello legislativo, ci vorrà invece più tempo poiché il dibattito parlamentare sulla nuova legge sul CO2, tra i pilastri della politica climatica elvetica, è stato rimandato a causa della pandemia.

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