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Care svizzere e cari svizzeri all'estero,

per la Jungfraubahn, la celebre e ripida ferrovia a cremagliera che permette di raggiungere il passo ai piedi del ghiacciaio dell'Aletsch dal quale si può ammirare un panorama alpino mozzafiato, la crisi continua.

Anche quest'anno infatti il numero di visitatori è di quasi due terzi inferiore al periodo pre-pandemia (2019), quando un milione e centomila turisti erano saliti sui vagoni della linea.

A mancare è sempre la clientela internazionale, scoraggiata dalle restrizioni ai viaggi che hanno colpito il turismo mondiale. Per una delle mete elvetiche predilette dagli stranieri si devono insomma ancora attendere tempi migliori.  

Per le altre notizie di giornata dalla Confederazione vi invitiamo a proseguire nella lettura della nostra newsletter.

covid
Keystone / Laurent Gillieron

La pandemia, e in particolare la variante Omicron del coronavirus, si stanno propagando rapidamente in Svizzera, ma ci si attende un numero inferiore di ricoveri in cure intense (ma non delle ospedalizzazioni), secondo quanto ha detto oggi Patrick Mathys, dell’Ufficio federale della sanità pubblica, durante il consueto appuntamento settimanale con i media.

L’incremento sensibile dei contagi – il tasso di riproduzione è all’1,37 – sta avendo però ripercussioni sulle attività lavorative e sugli stessi ospedali, che lamentano carenze di personale in quarantena o isolamento.

Nel dettaglio, due terzi di tutte le infezioni sono imputabili alla variante Omicron, i ricoveri, in calo, si sono stabilizzati a 80 al giorno, mentre l’occupazione delle terapie intensive è del 40%. I decessi sono anch’essi in flessione, ha affermato Mathys, attestandosi a poco meno di 20 al giorno.

Per quanto attiene alla situazione epidemiologica generale, con oltre 2’000 casi su 100’000 abitanti negli ultimi 14 giorni, la Svizzera registra una delle incidenze del virus tra le maggiori d’Europa, assieme a Gran Bretagna, Danimarca, Spagna e Francia.

referendum
Keystone / Peter Schneider

È ufficialmente partita oggi a Berna la campagna per il lancio del referendum contro la riforma delle pensioni pubbliche (AVS), appena passata alle Camere federali, che a detta dei promotori viene fatta sulle spalle delle lavoratrici – già penalizzate da rendite di vecchiaia più basse – e prelude a un attacco in grande stile allo Stato sociale.

Il previsto aumento dell’età pensionabile delle donne da 64 a 65 anni, è stato sottolineato dal comitato referendario, farà risparmiare 10 miliardi di franchi, con conseguente taglio delle rendite di circa 1’200 franchi l’anno a danno delle salariate che già oggi percepiscono, al momento della quiescenza professionale, prestazioni inferiori di un terzo rispetto ai colleghi maschi.

Da parte loro i sostenitori della riforma AVS 21 giustificano l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne con l’evoluzione demografica, in particolare l’allungamento delle aspettative di vita e il calo della natalità.

Alla base della revisione legislativa c’è l’intento di garantire il finanziamento del cosiddetto primo pilastro (la componente pubblica del trattamento pensionistico elvetico, cui si aggiunge la previdenza professionale obbligatoria privata), fino al 2030, mediante l’aumento di un anno dell’età pensionabile per le donne e l’incremento dell’IVA.

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È necessario aumentare l’età di pensionamento delle donne?

Di fronte all’invecchiamento della loro popolazione, la maggior parte delle economie sviluppate ha aumentato gradualmente l’età di pensionamento. Un sacrificio necessario per assicurare il futuro delle pensioni o ci sono altre strade possibilità?

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Keystone / Gaetan Bally

La polemica sull’indipendenza dei media sta facendo discutere nella Confederazione, in seguito alle controverse dichiarazioni del CEO del gruppo editoriale Ringier Marc Walder.

In un video registrato lo scorso 3 febbraio durante un incontro privato organizzato dalla Swiss Management Association (SMG) il dirigente aveva espresso la sua adesione incondizionata alle politiche di Berna e il proposito di attivarsi di conseguenza anche nella comunicazione delle testate Ringier.

“In tutti i Paesi in cui siamo attivi – e desidererei che questo resti fra noi – abbiamo concordato su mia iniziativa che vogliamo sostenere il Governo attraverso la nostra copertura mediatica affinché noi tutti si possa superare la crisi (pandemica, ndr) in completa sicurezza”, aveva dichiarato in quel frangente Marc Walder. I media, aveva aggiunto, non devono scavare un fossato tra la società e le autorità.

Per il protagonista e lo stesso gruppo editoriale si tratta solo di una frase infelice e decontestualizzata. Di sicuro se ne sta facendo un uso strumentale, dal momento che l’autore dello “scoop”, Philipp Gut, fa parte del comitato referendario contro il pacchetto di aiuti governativi da 150 milioni di franchi ai media privati.

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© Keystone / Christian Beutler

Che il prezzo delle abitazioni in Svizzera sia uno dei principali crucci delle famiglie elvetiche non è certo una novità ed è la ragione per la quale la Confederazione è essenzialmente un Paese di affittuari. Una tendenza che sembra essersi accentuata nell’anno che si è appena chiuso.  

Uno studio condotto dal portale di transazioni immobiliari Immoscout24, in collaborazione con la società Cifi, evidenzia come il costo degli appartamenti sia lievitato mediamente del 7,3%, passando da 7’483 a 8’032 franchi al metro quadro in dodici mesi.

Per gli esperti questa evoluzione – che dovrebbe proseguire anche nel 2023 – non è dovuta tanto all’estensione del telelavoro durante la pandemia, ma soprattutto alla crescita dell’economia, dell’inflazione e dell’immigrazione, in un contesto di offerta ridotta dell’alloggio.

Da sottolineare il fatto che gli inquilini hanno visto scendere gli affitti in modo assai contenuto, nella misura dello 0,3%.

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