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Care svizzere e cari svizzeri all’estero,

La Thailandia ha inasprito i controlli all’ingresso nel Paese con verifiche nettamente più rigorose rispetto al passato. Questo tocca anche gli svizzeri e le svizzere che vi vivono o vi si recano regolarmente. Per i soggiorni turistici classici non cambia molto, ma per permanenze più lunghe o nel caso di ingressi e uscite frequenti i controlli sono più severi.

Cordiali saluti,

Persone in fila all'aeroporto di Bangkok
I turisti in Thailandia riferiscono da mesi di controlli più severi e di tempi di attesa più lunghi. Matt Hunt / Getty Images

La Thailandia ha inasprito notevolmente i controlli all’ingresso nel Paese e rifiuta sempre più spesso l’accesso agli stranieri e alle straniere, il che comporta verifiche più severe e procedure più lunghe ai controlli di frontiera.

La Thailandia, una delle mete di viaggio più popolari per svizzere e svizzeri, ha inasprito sensibilmente i controlli sui  visitatori stranieri  rispetto al passato. Dall’inizio dell’anno, a quasi 30’000 persone è stato rifiutato l’ingresso. Secondo il Tages-Anzeiger, finora non vi sono indicazioni di svizzeri respinti. Le autorità giustificano la linea più severa con la necessità di lottare contro l’abuso dei visti, il lavoro illegale e la criminalità transfrontaliera.

Per i turisti cambia poco. Chi trascorre in Thailandia solo alcune settimane di vacanza difficilmente rientra nei radar delle autorità. Diversa la situazione per nomadi digitali o viaggiatori che finora prolungavano il soggiorno con uscite e rientri regolari.

Inoltre, la durata del soggiorno senza visto per gli svizzeri e le svizzere sarà nuovamente ridotta da 60 a 30 giorni. Il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) raccomanda ai viaggiatori di informarsi per tempo sulle condizioni d’ingresso vigenti.

Palazzo federale con urlo di munch con bocca e occhi a forma del simbolo della radioattività proiettato sulla cupola.
Attivisti di Greenpeace hanno proiettato ieri sera un’immagine sulla facciata del Palazzo federale che ricorda il dipinto “L’urlo” di Edvard Munch; occhi e bocca sono realizzati con il simbolo della radioattività. Keystone / Alessandro Della Valle

Il Parlamento ha rinviato la decisione sull’iniziativa “Stop al blackout” e si è accordato sulle modalità della raccolta digitale di firme.

Il Parlamento non ha ancora concluso le deliberazioni sulla cosiddetta “Iniziativa blackout”. Dopo un maxi-dibattito con circa 100 interventi in programma al Consiglio nazionale – e senza che tutti avessero ancora preso la parola – la decisione sul progetto di politica energetica è stata rinviata alla prossima settimana. La revoca del divieto di nuove centrali nucleari è la questione centrale dell’iniziativa.

Le Camere hanno invece trovato un accordo sui progetti pilota per la raccolta elettronica di firme. Le decisioni di principio su questi test erano già state prese in precedenza, ma ora sono chiare le condizioni per la loro attuazione. Questo tema interessa da vicino la diaspora, poiché con tali strumenti sarebbe possibile anche per chi abita all’estero partecipare alla raccolta di firme, ad esempio per un referendum o un’iniziativa popolare.

Oggi, il Consiglio degli Stati ha inoltre respinto la proposta di consentire ai negozi di rimanere aperti per un massimo di 12 domeniche all’anno, al posto delle attuali quattro.  Il Consiglio nazionale deve ancora esprimersi.

Scarpe On
On può apporre la croce svizzera sui suoi prodotti. Copyright 2022 The Associated Press. All Rights Reserved

La controversia sulla croce svizzera sui prodotti dell’azienda di articoli sportivi On torna a far discutere. Secondo la NZZ am Sonntag, On ha esercitato pressioni sull’Istituto federale della proprietà intellettuale (IPI).

L’azienda avrebbe minacciato l’IPI di intentare un’azione di responsabilità dello Stato qualora avesse subito un danno a causa dell’intervento dell’autorità. On, scrive la NZZ, ha ottenuto la rimozione di un’intervista critica dal sito dell’IPI ed è riuscita a influire sulla composizione del team negoziale incaricato di esaminare l’interpretazione della legislazione sulla “Swissness”.

La vicenda riguarda una decisione dell’IPI di marzo: dopo il contenzioso con On, l’autorità ha allentato la propria prassi. Le aziende possono ora utilizzare la croce svizzera sui loro prodotti anche se solo singole fasi come sviluppo, design o ricerca si svolgono nella Confederazione. Non è più necessario che la fabbricazione sia svolta in patria. La produzione delle scarpe On avviene prevalentemente in Vietnam.

La decisione ha suscitato apprensione in seno alle associazioni economiche e in politica. C’è chi teme che la croce svizzera e l’etichetta “Made in Switzerland” perdano valore e che le grandi aziende vengano favorite rispetto alle piccole e medie imprese. Diversi parlamentari hanno chiesto spiegazioni al Consiglio federale.

Gli specialisti del diritto dei marchi vedono la questione in modo più sfumato. Secondo quanto affermano al Tages-Anzeiger, l’IPI avrebbe in precedenza seguito un’interpretazione particolarmente rigorosa e l’allentamento corrisponderebbe piuttosto all’opinione giuridica prevalente.

Persone lavorano a una forgia
La raffineria svizzera Valcambi SA è al centro di uno scandalo finanziario indiano. Ti-Press

L’autorità di vigilanza finanziaria indiana ha portato alla luce uno scandalo che tocca anche una raffineria d’oro ticinese e una holding lucernese.

L’autorità di vigilanza dei mercati finanziari indiani Securities and Exchange Board of India (SEBI) accusa la quarta più grande impresa del Paese, la società aurifera Rajesh Exports, di massicce manipolazioni di bilancio. Per ingannare gli investitori avrebbe sovrastimato per diversi anni il proprio fatturato consolidato, che è di circa 159 miliardi di dollari (125 miliardi di franchi).

Al centro dell’attenzione vi sono due società svizzere: la raffineria ticinese Valcambi, che Rajesh Exports aveva acquisito nel 2015 per 400 milioni di dollari, e la holding lucernese Global Gold Refineries SA. L’autorità indiana mostra nel rapporto che i dati commerciali provenienti dal Ticino sarebbero stati indebitamente gonfiati nella holding con sede a Lucerna.

Lo scandalo contabile in India potrebbe nuocere alla reputazione della piazza finanziaria svizzera e in particolare al suo ruolo di centro internazionale del commercio dell’oro, anche se la SEBI, al momento, non muove alcun rimprovero contro Valcambi stessa. Rajesh Exports respinge le accuse.

Tradotto con il supporto dell’IA/Zz

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