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Vero o falso: nelle catene di approvvigionamento svizzere esiste il lavoro forzato?

Serie Vero o falso, Episodio 7:

La Svizzera figura tra i 60 Paesi che secondo gli Stati Uniti non fanno abbastanza nella lotta contro il lavoro forzato. La mossa potrebbe essere una strategia per giustificare l’imposizione di ulteriori dazi doganali, ma c’è del vero in questa accusa?

Il 12 marzo gli Stati Uniti hanno annunciato un’indagine nei confronti della Svizzera ai sensi della Sezione 301 del Trade Act statunitense, che riguarda pratiche commerciali sleali o discriminatorie. L’obiettivo era verificare se la Svizzera facesse abbastanza per impedire l’importazione di beni prodotti grazie al lavoro forzato. 

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro definisce il lavoro forzato come “qualsiasi lavoro o servizio estorto a una persona sotto la minaccia di una punizione e per il quale la persona non si è offerta spontaneamente”. Le punizioni possono includere violenza, intimidazione o forme di coercizione come la trattenuta del salario o la confisca del passaporto. 

risultati dell’indagineCollegamento esterno statunitense sono stati resi noti il 2 giugno e la Svizzera è stata inserita in un elenco di 60 Paesi ritenuti inadempienti nell’introdurre o applicare efficacemente un divieto di importazione di beni prodotti con lavoro forzato. Il rappresentante commerciale degli Stati Uniti ha affermato che la Svizzera e gli altri Paesi interessati, non contrastando in modo efficace il fenomeno, esporrebbero i produttori americani a concorrenza sleale. 

Il 23 luglio gli USA hanno annunciato l’imposizione di un dazio aggiuntivo forfettario del 12,5% ai Paesi che, come la Svizzera, non dispongono di un divieto d’importazione per i prodotti realizzati mediante lavoro forzato. 

La risposta della Svizzera 

Il lavoro forzato è vietato in Svizzera e il Paese ha ratificato le principali convenzioni internazionali in materia di lavoro e diritti umani. Tuttavia, a differenza dell’Unione Europea, non dispone di una legislazione che vieti esplicitamente l’importazione di beni prodotti con lavoro forzato. 

Un progetto di legge è attualmente in preparazione, ma riguarderà soltanto una trentina di grandi aziende. È proprio per questo motivo che la Svizzera è nel mirino di un dazio supplementare del 12,5%, rispetto al 10% previsto per l’UE, che dispone già di una normativa in materia. 

Il Governo elvetico ha respinto le accuse secondo cui il Paese sarebbe una sorta di “zona franca” per i prodotti legati al lavoro forzato. Secondo Berna, l’approccio adottato combina regolamentazione, valutazioni obbligatorie dei rischi promosse dal settore privato e cooperazione internazionale. 

“Questo approccio si concentra sulla prevenzione e sulla lotta alle cause all’interno delle catene di approvvigionamento. Questi approcci differiscono nella metodologia, ma non nell’obiettivo e nell’efficacia. L’industria statunitense non subisce alcun danno a causa di questa prassi svizzera”, ha dichiarato il Governo in un comunicatoCollegamento esterno

Anche Economiesuisse, l’associazione mantello dell’economia svizzera, è intervenuta sul tema delle responsabilità del settore privato nel prevenire il lavoro forzato lungo le catene di approvvigionamento. “In linea con le Linee guida dell’OCSE per le imprese multinazionali e con i principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, la Svizzera ha adottato un approccio basato sui rischi, anziché un divieto generalizzato delle importazioni. Le aziende elvetiche sono soggette ad ampi obblighi di rendicontazione non finanziaria, che includono anche la ‘due diligence’ sui rischi per i diritti umani nelle catene di approvvigionamento”, ha affermato Economiesuisse. 

Nonostante gli sforzi delle autorità e delle imprese svizzere, è però impossibile garantire che le catene di approvvigionamento elvetiche siano completamente prive di lavoro forzato. 

“Penso che ci sia un rischio di lavoro forzato in quasi tutte le catene di approvvigionamento globali”, dice Dorothée Baumann-Pauly, professoressa presso la Facoltà di economia e management dell’Università di Ginevra. 

Secondo l’esperta, i tre settori d’importazione più a rischio per la Svizzera sono: i minerali critici per le batterie e l’oro, i prodotti ittici e tutti i prodotti agricoli che dipendono da forza lavoro migrante che abbia dovuto pagare delle commissioni di reclutamento per ottenere impieghi stagionali. 

Per i consumatori e le consumatrici, i prodotti realizzati mediante lavoro forzato possono nascondersi anche in beni di uso quotidiano, come il pesce venduto nei supermercati o impiegato negli alimenti per animali domestici, le nocciole e i petali di rosa provenienti dalla Turchia, il gelsomino egiziano o lo zucchero importato dall’India. 

Tradotto dall’inglese e verificato da lj 

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