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Democrazia diretta in Svizzera

«Colpire i più deboli è cinico»

Un manifesto che urta la sensibilità di molti Keystone

Nei manifesti della sua campagna elettorale, l'Unione democratica di centro stigmatizza alcuni gruppi della popolazione, in particolari i giovani stranieri.

Secondo Dario Spini si tratta di un’operazione rischiosa, che potrebbe fomentare conflitti. Il professore di psicologia politica all’Università di Losanna invita a riflettere sull’uso dello spazio pubblico.

swissinfo: Un manifesto che rappresenta delle pecore bianche nell’atto di espellere da un campo rosso-crociato una pecora nera, un altro che ironizza sui musulmani in preghiera. Qual è l’impatto di questo tipo di campagna sui gruppi presi di mira?

Dario Spini: L’impatto è forte. È vissuto come un insulto da parte di alcune persone, che reagiscono strappando o imbrattando i manifesti.

La campagna ferisce prima di tutto i gruppi presi di mira: i cittadini stranieri che avrebbero agito in modo tale da non poter entrare a far parte del gruppo delle buone pecore bianche.

È un discorso violento, per il fatto di categorizzare, di dire che l’altro è diverso; per il fatto di voler trattare l’altro meno bene perché è percepito come estraneo al gruppo.

Creare delle categorie semplici funziona molto bene. È una maniera a buon mercato di vedere la realtà, che può però causare facilmente dei conflitti.

swissinfo: L’UDC fa della sicurezza un’ossessione. Ma con i suoi toni finirebbe dunque di suscitare reazioni violente?

D.S.: In ogni caso produce una violenza simbolica. Una violenza contro gruppi che hanno poco potere. In questo senso l’UDC non prende grandi rischi.

Da parte di Blocher, un multimilionario che detiene tutte le leve del potere, è abbastanza cinico non trovare di meglio da fare per risolvere i problemi del paese che prendersela con le categorie più deboli. Evidentemente è la soluzione più facile.

swissinfo: E come reagiscono i gruppi presi di mira?

D.S.: Sia le famiglie, sia i giovani stranieri si sentono sotto pressione, persino minacciati, perché il messaggio è chiaro: “Se fate un passo falso, possiamo rimandarvi nel vostro paese”. Ma il loro paese è il luogo dove vivono.

I migranti vogliono poter essere integrati attraverso il lavoro, avere delle possibilità di ascesa sociale. Ma l’UDC mira al contrario a rendere più difficile un progresso per i migranti. E fa di tutto per poterli punire più duramente degli altri.

In realtà, questa stigmatizzazione serve a distogliere l’attenzione dai veri problemi. E a proposito di sicurezza: le statistiche dicono che due terzi degli omicidi avvengono all’interno delle famiglie. Ma questo l’UDC non lo dice.

swissinfo: Perché questo tipo di campagna elettorale fa la sua comparsa solo ora?

D.S.: È tipico di periodi in cui prevale una certa instabilità morale o identitaria. La Svizzera non è in chiaro sul suo futuro. Si osservano dei cambiamenti sul piano politico e molta insicurezza legata al liberismo aggressivo che viviamo attualmente.

La ricchezza aumenta per alcuni, le differenze tra gruppi sociali si accentuano. È un dibattito di carattere morale che l’UDC non vuole affrontare.

La forza e la complessità dell’UDC è quella di combinare un grande discorso populista con un discorso neoliberista che soddisfa gli ambienti economici. Un doppio discorso che permette di vincere le elezioni.

swissinfo: La popolazione svizzera le sembra particolarmente ricettiva rispetto al tipo di campagna che propone l’UDC?

D.S.: Il potere appartiene a chi è presente nei media. Le esperienze collettive – per esempio il tasso di disoccupazione o di insicurezza – spesso non sono vissute in modo diretto dalla gente. Per conoscerle devono far ricorso ai media, al mondo politico, agli esperti, che spiegano cosa sta succedendo.

Con i suoi mezzi, l’UDC monopolizza il dibattito pubblico. Mi sembra necessaria una riflessione politica sulla maniera con cui è usato lo spazio pubblico. Ci si nasconde sempre dietro il concetto di libertà di espressione, ma che fare quando si sorpassano i limiti?

swissinfo: A suo avviso i manifesti dell’UDC sarebbe accettati altrove in Europa?

D.S.: Sì e no. Dipende dall’applicazione delle leggi contro il razzismo.

La questione è se la gente veda dei limiti in questo tipo di campagna. Qualcuno sì, e reagisce. Per molti altri, questo discorso permette di dare una risposta semplice a dei problemi complessi.

A livello di attitudini, nella maggior parte dei paesi d’Europa esiste un razzismo simbolico che insiste sul rispetto delle tradizioni e sulla differenza dei valori.

Ma questo razzismo è dovuto in gran parte ad un’assenza di visione politica e a discorsi semplicisti. Per me le istituzioni politiche hanno una grande responsabilità.

swissinfo: L’UDC ricorre a simboli e parole dal sapore ambiguo. C’è il rischio che la società si abitui a questo tipo di campagna?

D.S.: Sì, se non si reagisce la gente finisce per abituarsi. Molte persone oggi associano la parola “stranieri” al discorso fatto da Blocher e dall’UDC e agli aggettivi “delinquente” e “truffatore”. Non è detto però che questa visione si mantenga a lungo. Ma è necessario che anche altre voci si facciano sentire.

Intervista swissinfo: Pierre-François Besson
(traduzione dal francese e adattamento: Andrea Tognina)

Dario Spini è psicologo sociale, professore all’Università di Losanna e direttore dell’Istituto interdisciplinare di studi sulle traiettorie biografiche.

Dà corsi di psicologia politica, disciplina che si interessa a quello che avviene quando dei fenomeni psicologici e politici interagiscono.

I suoi corsi si occupano in particolare dell’importanza della comunicazione, dei rapporti tra gruppi e delle ideologie nel processo politico. Anche la diversità culturale, il razzismo e i diritti dell’uomo ne fanno parte.

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