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Le difficoltà del rientro in Kosovo

Finora 41'000 kosovari hanno lasciato la Svizzera per il loro paese Keystone Archive

Ad un anno dai primi rimpatri dalla Svizzera, la situazione in Kosovo è sempre precaria: secondo numerose associazioni umanitarie la regione è ancora poco adatta ad accogliere i profughi traumatizzati che Berna vi invia.

Nei prossimi due mesi circa mille kosovari lasceranno la Svizzera per tornare in patria, indica Dominique Boillat, dell’Ufficio federale dei rifugiati (UFR). Finora se ne sono andati in 41’000, di cui 32’700 beneficiando del programma di aiuto. I dossier tuttora in sospeso sono 4860.

Fanno ritorno in una regione poco pronta ad accoglierli. Le condizioni sono migliorate – almeno per la maggioranza albanese – a livello di sicurezza, abitabilità, fornitura d’acqua ed elettricità. Vi sono però molti settori in cui regna ancora lo sfacelo, ad esempio le infrastrutture mediche e sociali, le scuole e l’economia.

Il tasso di disoccupazione si aggira sempre attorno al 60 per cento e manca completamente un sistema assicurativo, sottolinea Rahel Bösch, dell’Organizzazione svizzera d’aiuto ai rifugiati (OSAR). Persino nel settore delle costruzioni è difficilissimo trovare lavoro. Questa mancanza di opportunità spinge numerose persone a tornare a lavorare clandestinamente in Svizzera, aggiunge Ueli Leuenberger dell’Università popolare albanese di Ginevra.

Nelle scuole gli allievi sono numerosissimi, mentre mancano insegnanti e infrastrutture: la situazione è resa più difficile dall’afflusso di persone provenienti dalle campagne, indica Rahel Bösch.

Numerose organizzazioni non governative (ONG) hanno lasciato il Kosovo da quando la provincia non è più costantemente sotto i riflettori dei media. Nel frattempo le istituzioni statali non sono ancora perfettamente funzionanti. «La missione dell’ONU in Kosovo (Unmik) si sforza di trasferire le responsabilità alle autorità elette lo scorso ottobre: è un processo difficile poiché manca un’esperienza democratica e prevale sempre il sistema dei clan», spiega la Bösch.

In questo contesto le persone sono costrette a cavarsela da sole: ci riescono bene solo quelle che godono di buona salute – fisica e mentale – e dispongono di un’ampia rete famigliare. Per l’OSAR è sempre ancora tropo presto per rimpatriare chi è solo, malato o debilitato.

«La Svizzera ha costretto a tornare in Kosovo molte persone traumatizzate», affermano i rappresentanti delle associazioni umanitarie. «Proprio quando nella provincia manca ancora una buona assistenza medica», sottolinea la Federazione internazionale delle società della Croce Rossa: in tutta la regione vi sono solo sedici psichiatri e alcuni psicologi. L’aiuto svizzero, che si è messo in mostra per il lavoro svolto nella ricostruzione, è invece poco attivo nel settore sanitario: sostiene solo quattro progetti condotti da ONG.

L’UFR rifiuta le critiche sulla sua politica di rimpatrio: «esaminiamo caso per caso», assicura Mathias Stettler, della Divisione procedura d’asilo. Yves Brutsch, del Centro sociale protestante, ribatte invece che «sono ancora pendenti a Ginevra decine di ricorsi concernenti i rimpatri di persone psichicamente fragili o malate».

L’UFR è anche accusato di fornire informazioni sbagliate sulle possibilità di cura in Kosovo: «Abbiamo verificato, in un caso ben preciso, che nessuno dei quattro enti menzionati dall’UFR era in grado di trattare i gravi problemi della persona in questione», sottolinea Brutsch. «Non possiamo garantire che qualcuno si occuperà immediatamente del caso, non è di nostra competenza», risponde Stettler.

swissinfo e agenzie

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