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L’iconografia dell’orrore

Il campo di Birkenau, fotografato nel 1992 da Michael Kenna Keystone

Che cosa rimane dell'immenso sacrificio consumato oltre cinquant'anni fa nei campi di concentramento nazisti? Immagini, fotografie. Quelle scattate dai liberatori e quelle della propaganda nazista: una confusa iconografia dell'orrore. Ora, il Fotomuseo di Winterthur tenta con una speciale mostra di trattare questo materiale illustrativo da un punto di vista critico ed analitico.

Si è tanto parlato, dal secondo dopoguerra fino ai nostri giorni, dell’importanza di non dimenticare. Le immagini terribili delle atrocità compiute dai nazisti non possono essere relegate negli archivi, ma vanno sempre riproposte per ricordare ai giovani in quali abissi di malvagità può precipitare l’uomo. Questa è la teoria, che si fonda sul principio dello «shock pedagogico». Ma in realtà, che cosa rimane nella memoria collettiva? Immagini confuse e stereotipate: mucchi di corpi macilenti, visi emaciati dallo sguardo impenetrabile, filo spinato, torri di guardia.

Non sono immagini false, ma certamente confuse. E comunque non costituiscono una buona base per capire cosa veramente accadde e prendere coscienza del dramma. Spesso quelle fotografie vengono pubblicate senza precise indicazioni sui fatti che rappresentano, sul luogo e la data in cui furono scattate, sull’identità dell’autore. A queste immagini presentate come anonime iconi dell’orrore vengono spesso affiancate quelle ingannevoli che gli stessi aguzzini scattavano, ma da ben altro punto di vista ed a scopi di propaganda.

La mostra curata da Clément Chéroux e Pierre Bonhomme attinge da questo patrimonio fotografico con grande attenzione ed estrema cura, per offrire al visitatore uno strumento oggettivo di valutazione. All’inizio del percorso espositivo, per esempio, vengono proiettate separatamente, ma su due schermi affiancati, le fotografie che facevano i nazisti e quelle che riuscivano a scattare le loro vittime. Poi il materiale viene presentato suddiviso per periodi cronologici. In ogni caso, quasi tutto il materiale illustrativo è stato tratto dai negativi originali (molte foto sono state diffuse in versioni manipolate).

Il primo periodo, dal 1933 al 1945, mostra la differenza tra campi di concentramento e campi di sterminio, la situazione prima e durante la guerra, le differenze tra le varie categorie di prigionieri (ebrei, zingari, oppositori del regime, criminali comuni, omosessuali, testimoni di Geova, eccetera). Si tratta in gran parte di foto scattate dai nazisti: qui si vede come essi adoperassero la fotografia nei campi di concentramento: per reportage di propaganda, per studi antropologici, medici, amatoriali, ecc.

Poi arriva la liberazione e la scoperta dell’orrore. Qui i curatori della mostra fanno notare la differenza tra le immagini riprese dai fotografi militari, preoccupati soprattutto di documentare le atrocità ai fini di costituire prove per i futuri processi agli aguzzini: mostrare testimoni (la popolazione civile obbligata ad andare a vedere, le autorità in visita), le procedure militari d’accertamento, le strutture dei lager, gli impianti di cremazione, eccetera. Diverse, invece, le foto scattate dai reporter civili, che seguivano ovviamente l’esigenza dell’attualità della cronaca: mostrare il fatto, ciò che si vedeva, i mucchi di cadaveri, i resti carbonizzati, i sopravvissuti scheletrici e smarriti, i tedeschi costretti a seppellire i morti, eccetera.

L’ultima parte dell’esposizione mostra come la fotografia si è occupata dopo il 1945 di quei luoghi di sofferenza. Sono immagini dei campi di concentramento oggi: vuoti, puliti, ripresi seguendo una sorta di criterio estetico dell’angoscia. Anche se queste foto non documentano più gli avvenimenti, sono importanti perché – ha detto uno dei curatori, Clément Chéroux – documentano la memoria che si ha del fatto: sono «la prova che le giovani generazioni continuano a cercare ancora, la prova che la memoria è ancora viva».

La mostra, intitolata «Die Lager. Bildgedächtnis der Nazi-Konzentrations- und Vernichtungslager (1933-1999)», si tiene al Fotomuseum di Winterthur, Grüzenstrasse 44. Resterà aperta dal 6 aprile al 30 giugno 2001.

Silvano De Pietro

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