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Dei profughi con traumi di guerra non trovano serenità in Svizzera

Armi, documenti e banconote tra le rovine di Homs, in Siria, nel luglio 2020. Keystone / Andrei Gryaznov

Un siriano con traumi di guerra sostiene di non essere stato trattato adeguatamente in Svizzera. Il suo caso porta a chiedersi se il programma elvetico per l'accoglienza di profughi di guerra vulnerabili sia viziato da difetti sistemici.

Questo contenuto è stato pubblicato il 19 ottobre 2020 - 18:00

Nel 2013 il governo svizzero ha deciso di partecipare al programma di reinsediamento dell'ONU per rifugiati vulnerabili provenienti dalla Siria.

In tale ambito, Khater Obeida è arrivato in Svizzera nel 2015. È stato ospitato in un centro per richiedenti l'asilo a Biberist, nel cantone di Soletta, che un tempo era la struttura aperta di un carcere. Nel frattempo, è stata adibita a centro di accoglienza per profughi, gestito dall'organizzazione privata ORS.

Khater Obeida. swissinfo.ch

Il 35enne siriano soffriva di disturbo post-traumatico da stress (DPTS). La sua situazione psicologica è peggiorata a causa della sua permanenza al centro e alla fine è stato stigmatizzato come"pazzo violento", racconta lo stesso Obeida a swissinfo.ch.

Secondo informazioni di organizzazioni non governative, la sua storia non è un caso isolato: rivela le debolezze del sistema d'asilo in Svizzera nei confronti di gruppi vulnerabili.

Pressione di gruppo invece di tranquillità

"Il luogo stesso è stato la causa del mio deterioramento psichico", sostiene Obeida. "Il posto mi ricordava il mio periodo di prigionia. D'altra parte, volevo trascorrere le mie giornate in solitudine, senza dovermi intrattenere con altri".

Ma questo desiderio è stato completamente trascurato. Al contrario, il personale del centro di accoglienza gli ha chiesto di fungere da traduttore per altri rifugiati. "Questo ha portato a dei conflitti. Il mio caso particolare e il mio bisogno di isolamento non sono stati presi in considerazione", dice Obeida.

L'operatore respinge le critiche

L'ORS respinge le accuse. "L'uso precedente della struttura come reparto carcerario aperto non è mai stato visibile", si legge in una dichiarazione dell'organizzazione privata. Prima di essere utilizzata come alloggio per i rifugiati, la "casa spaziosa" era stata completamente ristrutturata, si aggiunge nella dichiarazione. Oltre ad avere una grande cucina con una luminosa sala da pranzo, è circondata da una grande terrazza e da animali, prosegue il gestore. Inoltre, a differenza di altri alloggi, secondo l'ORS, c'è un bagno separato per ogni stanza.

Botta e risposta

Dal canto suo, Obeida aggiunge che una volta, dato che le sue medicine erano esaurite e non era stato portato dal medico nonostante le richieste di aiuto, ha chiamato un'ambulanza temendo un attacco di panico. Invece di aiutarlo, il personale ha chiamato la polizia. È stato accusato di aver tentato di aggredire il dipendente responsabile, cosa che egli contesta.

L'ORS replica che ad Obeida è stata "garantita in ogni momento" l'assistenza medica. Tuttavia, il profugo siriano era regolarmente afflitto dalle sue esperienze traumatiche e in alcuni casi ha dovuto sottoporsi a un trattamento d'emergenza. A questo scopo, è stato portato all'ospedale diverse volte dal personale curante. Nonostante ciò, le sue condizioni sono peggiorate in continuazione durante il suo soggiorno, scrive l'ORS.

Il centro di accoglienza per richiedenti l'asilo in cui Khater Obeida ha soggiornato nel 2015. swissinfo.ch

Psicoterapia utile

Il referto medico, che Obeida ha mostrato a swissinfo.ch, afferma che le sue condizioni sono migliorate ogni volta che si è sottoposto a psicoterapia. Secondo il referto, anche il suo trasferimento all'ambulatorio della Croce Rossa Svizzera per le vittime di tortura e di guerra a Berna e il cambio di traduttore hanno contribuito al miglioramento.

Tuttavia, non appena è tornato al centro per richiedenti l'asilo, le sue condizioni sono nuovamente peggiorate. "Sono stato stigmatizzato. Non c'era la sensibilità necessaria ad affrontare casi speciali come me", dice Obeida.

L'ORS controbatte che i rifugiati sono sempre "trattati con rispetto e alla pari, con particolare attenzione ai loro disturbi fisici e/o psicologici". Afferma altresì che attraverso il suo "intenso lavoro con gli assistenti", si impegna "in misura superiore alla media" per persone bisognose come Obeida, "al fine di fornire loro il miglior accompagnamento possibile nel cammino dell'elaborazione delle loro esperienze".

Obeida è un caso isolato?

Secondo Matthias Rysler, responsabile del centro d'informazione dell'organizzazione Solidaritätsnetzwerk Bern (Rete di solidarità di Berna), in Svizzera esiste un problema di fondo nei rapporti con i rifugiati, soprattutto con le persone traumatizzate e vulnerabili che hanno bisogno di un sostegno speciale.

Rysler attribuisce il problema alla "mancanza di uno screening sistematico dei richiedenti asilo per individuare le vittime di tortura, le persone traumatizzate e le persone con bisogni speciali e per soddisfare i loro bisogni".

Solo con una visita medica si può constatare un trauma e rispettivamente una sofferenza psicologiche o fisica, afferma Rysler.

"Problema strutturale"

Anche per Naomi Weber, direttrice dell'Osservatorio svizzero sul diritto d'asilo e degli stranieri, la storia di Obeida non è un caso isolato. In Svizzera, osserva, non esistono dati nazionali sui richiedenti asilo traumatizzati.

Tuttavia, se si guarda alla situazione mondiale, gli studi scientifici dimostrano che circa la metà dei rifugiati soffre di malattie psichiche. Tra le principali diagnosi individuate figurano depressione e disturbi da stress post-traumatico.

"Per quanto riguarda la situazione nei centri federali d'asilo e nelle procedure di asilo, osserviamo che c'è un problema strutturale nell'identificazione dei richiedenti asilo traumatizzati", dice Naomi Weber. Da un lato, i traumi non sono sufficientemente riconosciuti, dall'altro, si presta troppa poca attenzione ai traumi, aggiunge.

La pressione dei risparmi

Matthias Rysler critica anche il fatto che non ci sono procedure e regole stabilite per il modo in cui occuparsi dei rifugiati traumatizzati. Le strutture ricettive esistenti non soddisfano in alcun modo le loro esigenze. "Per le persone con disturbi da stress post-traumatico o malattie simili, il soggiorno in alloggi collettivi è di solito particolarmente stressante e le fa ammalare".

Per lui è chiaro che si tratta di un problema innescato dalla pressione dei risparmi e delle esigue risorse finanziarie. Per questo motivo organizzazioni private come l'ORS hanno ricevuto regolarmente mandati dal settore pubblico.

In questo modo si risparmia sui dipendenti. A suo avviso, solo pochissimi dipendenti dell'ORS e di altre organizzazioni private avrebbero le competenze necessarie per fornire supporto. In genere, i collaboratori sono spesso persone provenienti da settori professionali completamente diversi.

Per Naomi Weber, è fondamentalmente problematico che il settore privato orientato al profitto sia attivo nel campo dell'aiuto umanitario: "Naturalmente bisogna chiedersi quanto può dare un'azienda privata per l'assistenza di alta qualità ai richiedenti asilo".

Nel caso di Obeida, Naomi Weber critica in particolare il luogo di accoglienza. "Non riusciamo a capire perché i richiedenti asilo particolarmente vulnerabili siano ospitati in un ex carcere". Questo, prosegue, potrebbe scatenare determinate emozioni, e nel peggiore dei casi, potrebbe condurre a una ritraumatizzazione.

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