Il coronavirus e i fantasmi del 1918

Ospedale militare a Olten nel 1918. Archivio federale svizzero

Fra il 1918 e il 1919, l'epidemia di "influenza spagnola" causò una delle più gravi crisi sanitarie della storia umana. La situazione oggi non è paragonabile a quella di un secolo fa. Eppure alcune analogie ci sono.

Questo contenuto è stato pubblicato il 10 aprile 2020 - 11:00

"È morta per la spagnola": dai ricordi della mia infanzia emerge questa frase, forse pronunciata da un cugino di mia madre, sacrestano della comunità protestante di un piccolo villaggio svizzero al confine con l'Italia e custode delle memorie di famiglia.

La frase si riferiva alla mia bisnonna paterna, Caterina, di origini valtellinesi. Nel 1918 Caterina era incinta e, come per molte altre donne nelle sue condizioni, il contagio con il virus dell'influenza le fu fatale. Morì, insieme alla figlia neonata, poco dopo il parto, il 15 dicembre di quell'anno. Aveva 22 anni, lasciava un marito e due figlie piccole.

Un flagello globale

Caterina fu una delle tante vittime dell'influenza spagnola. Secondo le stime più recenti, l'epidemia causò in tutto il mondo tra i 50 e i 100 milioni di morti (tra il 2,5% e il 5% della popolazione del pianeta), più della prima guerra mondiale e forse anche più della seconda. In cifre assolute, fu la più grave epidemia nella storia dell'umanità. Nella sola Svizzera, i contagi furono circa due milioni, i morti quasi 25'000.

Sulle origini dell'influenza spagnola – così chiamata perché durante la guerra, la stampa della neutrale Spagna, non sottoposta a censura militare, ne aveva parlato per prima – le teorie divergono. Forse arrivò dalla Cina, forse invece ebbe inizio negli Stati Uniti o negli accampamenti militari europei.

L'epidemia investì tutti i continenti in tre ondate: la prima tra aprile e luglio 1918, la seconda, la più letale, nell'autunno del 1918, la terza nei primi mesi del 1919. E si caratterizzò per una distribuzione demografica anomala della mortalità, molto diversa da quella dell'attuale pandemia: l'influenza colpì in modo particolare le persone fra i 20 e i 40 anni.

In questa fascia d'età rientrava circa la metà delle vittime. Gli studiosi parlano di una distribuzione a W, dove il picco centrale della lettera indica la mortalità fra i giovani adulti.

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Epoca di crisi

L'influenza spagnola si diffuse in un contesto di profonda crisi sociale. "Le popolazioni erano indebolite dalla guerra, così come lo erano gli Stati e l'economia", ricorda lo storico Séveric Yersin, dottorando all'università di Basilea ed esperto di pandemie e sanità pubblica in Svizzera.

Gli assembramenti di truppe nelle caserme e nelle trincee in Europa favorirono il contagio. Anche in Svizzera, dove l'esercito era stato mobilitato a difesa delle frontiere, i soldati furono tra le prime vittime dell'epidemia: nel luglio del 1918, durante la prima ondata di influenza, fra i militari si contarono fino a 35 morti al giorno. Le agitazioni operaie in ottobre e novembre e la nuova mobilitazione di truppe per mantenere l'ordine pubblico, contribuirono a una seconda ondata di contagi.


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A differenza della percezione nella stampa dell'epoca, che in prevalenza esaltò il sacrificio dei soldati, l'epidemia colpì tuttavia soprattutto la popolazione civile. Come ha notato lo storico Christian Sonderegger nel 1991, in uno dei primi studi dedicati dall'influenza spagnola in Svizzera, le vittime militari furono meno dell'8% del totale.

Limiti della medicina

"La sanità pubblica non aveva l'importanza che ha oggi; anche in Svizzera era poco sviluppata", osserva Séveric Yersin. La Confederazione si era dotata di una legge sulle epidemie nel 1886, dopo che un primo progetto era stato bocciato in votazione popolare soprattutto a causa del previsto obbligo di vaccinazione. L'influenza non era tra le malattie contemplate dalla legge.

Nel 1893, con la creazione dell'Ufficio federale di igiene pubblica, Berna aveva posto le prime basi di un'amministrazione sanitaria nazionale. I timidi passi verso una centralizzazione della sanità si erano però scontrati con forti resistenze da parte dei cantoni.


Pranzo nel centro di convalescenza per soldati malati di influenza a Sigriswil, nel Canton Berna, nel 1918. Archivio federale svizzero

Oltretutto, all'epoca la medicina non era in grado di identificare l'agente patogeno dell'influenza. L'esistenza dei virus era già stata teorizzata, ma le loro dimensioni erano troppo esigue per essere visibili con i microscopi ottici (il microscopio elettronico sarebbe stato inventato solo nel 1931). Le ipotesi sulle origini dell'influenza erano ancora dominate dal paradigma batteriologico, allora prevalente.

Pieni poteri

La risposta delle autorità elvetiche all'epidemia fu piuttosto tardiva e si limitò inizialmente a misure di ordine pubblico. Il 18 luglio 1918, con un decreto urgente, il Consiglio federale delegò alle autorità cantonali il diritto di vietare assembramenti e manifestazioni.

"La decisione si basava sui pieni poteri attribuiti al Consiglio federale quattro anni prima, allo scoppio della guerra, non su una modifica della legge sulle epidemie", osserva Séveric Yersin. "Ed era funzionale a una strategia di repressione del movimento operaio piuttosto che alla lotta contro la propagazione della malattia."

Solo in autunno le autorità sanitarie intervennero in maniera più decisa, imponendo la chiusura di scuole, cinema e mercati e l'isolamento dei pazienti. L'11 ottobre il Consiglio federale decretò inoltre l'obbligo per i medici di segnalare tutti i casi di influenza."Alcuni cantoni vissero la misura come un'ingerenza da parte delle autorità federali. Il Canton Vallese si rifiutò persino di applicarla", nota Yersin. 

D'altro canto la Confederazione intervenne anche a sostegno dei cantoni e dei comuni, assumendosi la metà dei costi causati dall'epidemia. Nello stesso tempo i cantoni ottennero la facoltà di sovvenzionare chi aveva perso il lavoro a causa dell'influenza, una misura che tuttavia ebbe scarsa applicazione. Il governo concesse inoltre un aumento salariale al personale sanitario.

Epidemia e disuguaglianze

Nonostante le misure della Confederazione, buona parte dei costi dell'epidemia finì per pesare sugli individui, con gravi conseguenze per i più poveri. La copertura da parte delle casse malati era molto limitata; le casse collegate alle organizzazioni sindacali erano provate dalle conseguenze finanziarie degli scioperi del 1918.

"Le epidemie sono rivelatrici dello stato di una società", sostiene Yersin. "A lungo si è sostenuto che l'influenza fosse in un certo senso democratica e colpisse tutti nello stesso modo. In realtà, i dati sulla mortalità appaiono molto eterogenei e sono indice di tensioni e disuguaglianze sociali".

Se la mortalità in Europa fu di circa dell'1%, in altre regioni toccò il 5%. Nella città indonesiana di Madura raggiunse persino il 25%. Anche a livello locale, le differenze tra quartieri o classi sociali potevano essere notevoli.  Nel suo studio del 1991, Christian Sonderegger ha constatato una correlazione significativa tra proprietà immobiliare e tasso di mortalità nei quartieri della città di Berna.

In altre parole: chi era proprietario della propria abitazione, aveva sufficiente spazio a disposizione e la possibilità di restare a letto, sembrava rischiare molto meno di chi viveva in affitto, negli spazi angusti di un quartiere operaio. E, senza dubbio, era anche in posizione migliore per affrontare le conseguenze economiche della crisi sanitaria.


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