A Bonn per salvare Kyoto, ma con scarso ottimismo
Dal 19 al 27 luglio a Bonn si tiene la Conferenza mondiale sul clima. La posta in gioco è alta. Si tratta di rilanciare il protocollo di Kyoto sulla riduzione dei gas a effetto serra, dopo il fallimento della conferenza dei paesi firmatari (COP6) all'Aja nel novembre 2000 e la decisione di USA e Australia di ritirarsi dall'accordo internazionale. L'obiettivo svizzero è la ricerca di un compromesso che salvi il protocollo.
“Non sono molto ottimista”, ha ammesso giovedì a Berna davanti alla stampa Philippe Roch, direttore dell’Ufficio federale dell’ambiente, delle foreste e del paesaggio (UFAFP) e capo della delegazione svizzera a Bonn. In effetti persistono forti divergenze sulla realizzazione dell’obiettivo di ridurre i gas responsabili del surriscaldamento del pianeta, sia tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, sia all’interno dei due gruppi di paesi. Stati Uniti ed Australia puntano i piedi, e non sono piedi da poco.
La situazione di partenza, insomma, è assai difficile e i tempi per le trattative a Bonn sono “corti, forse troppo corti” ha detto Roch. La delegazione svizzera si reca comunque a Bonn con l’intenzione di dare il suo contributo per salvare il protocollo di Kyoto, proponendosi come mediatrice per la ricerca di un compromesso. Un compromesso però che mantenga l’obiettivo di una reale diminuzione delle emissioni di CO2.
Per la Svizzera, Kyoto continua a rappresentare l’unica via praticabile per fissare a livello internazionale dei criteri per la lotta al surriscaldamento del clima. Un’impostazione che può contare sul sostegno dell’Unione europea e di altri paesi, ma che si dovrà scontrare con il niet di Washington.
In marzo, com’è noto, il presidente statunitense George W. Bush aveva annunciato il ritiro del suo paese, responsabile di almeno un quarto delle emissioni mondiali di CO2. L’Australia aveva seguito a ruota, ritenendo impossibile realizzare gli obiettivi di Kyoto senza la partecipazione degli USA.
La delegazione svizzera non si fa molte illusioni. Sarebbe “ridicolo” – così Roch – pensare che la Svizzera possa indurre USA e Australia a cambiare idea. Ma con i suoi partner, la Svizzera cercherà di esercitare pressione. Una residua speranza c’è, ritiene il direttore dell’UFAFP. In recenti dichiarazioni, gli Stati Uniti hanno segnalato di considerare il problema climatico con più attenzione di quanto abbiano fatto in passato.
Bonn dovrebbe servire ad elaborare delle misure vincolanti per la messa in atto dei principi stabiliti dal protocollo di Kyoto, vale a dire la riduzione del 5 per cento dei gas a effetto serra entro il 2012. La Svizzera muove dal presupposto che sia importante innanzitutto puntare alla riduzione dei gas all’interno di ogni stato.
Questo senza escludere dei meccanismi di flessibilità che permettano a paesi che non riescono a raggiungere gli obiettivi prefissati di acquistare “diritti di emissione” da paesi che invece superano gli obiettivi. La Svizzera propone però che il commercio dei diritti di emissione sia possibile solo per le quantità di riduzione che superano gli obblighi previsti dal protocollo.
Per quel che riguarda i cosiddetti “serbatoi di CO2”, cioè gli ecosistemi – come boschi e coltivazione – in grado di assorbire anidride carbonica, la Svizzera è dell’avviso che essi possano essere contabilizzati nel bilancio delle emissioni solo se contribuiscono a catturare quantità supplementari di CO2. In altre parole, di una foresta si può tener conto solo se è frutto di un’azione umana. Ma in ogni caso, sottolinea Roch, i serbatoi non devono fornire un alibi per non intervenire sul piano della riduzione delle emissioni, l’obiettivo principale di Kyoto.
E se Bonn dovesse fallire? Alla domanda di un giornalista, sono seguiti alcuni secondi di silenzio. Poi Roch, con un lieve sorriso, ha ammesso di non volerci pensare troppo. In effetti, non vi è ancora una presa di posizione ufficiale del governo in caso di fallimento delle trattative. Quel che è certo è che il Consiglio federale manterrà fede al suo impegno di ridurre del 10 per cento rispetto al 1990 l’emissione di CO2 entro il 2010. Con misure volontarie o se fosse necessario con una tassa sul CO2. E anche la possibilità di ratificare il protocollo senza gli Stati Uniti potrebbe essere discussa.
Ragioni per qualche ottimismo, nonostante il pessimismo dettato dalla ragione? Ci prova l’ambasciatore Beat Nobs dell’UFAFP: “In fondo siamo nel trend. Noi sosteniamo una tecnologia innovativa contro la resistenza di vecchie strutture economiche.” Che la modernizzazione economica possa giocare, una volta tanto, anche in favore dell’ambiente?
Andrea Tognina
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