Niente test HIV obbligatori per i rifugiati
Cade un’idea lanciata a gennaio: i richiedenti l’asilo politico non saranno sottoposti sistematicamente ad un test del virus dell’Aids. Per contro si intendono promuovere i test volontari.
L’Aiuto Aids svizzero saluta la decisione che aveva suscitato non poche controversie.
In un comunicato congiunto diramato martedì, l’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) e l’Ufficio federale per i rifugiati (UFR) annunciano di rinunciare a sottoporre sistematicamente tutti i richiedenti l’asilo politico ad un test del virus HIV.
L’idea era stata lanciata in gennaio dall’Ufficio della sanità, visto il numero crescente di stranieri in cerca di rifugio provenienti dall’Africa, il continente più toccato dal morbo. A sud del Sahara vivono almeno 25 milioni di persone infette, un terzo del totale a livello mondiale.
Il traguardo era quello di proteggere la popolazione locale da un’ulteriore ondata di infezioni con il virus portatore dell’Aids. Negli ultimi dieci anni il numero di nuove infezioni registrate in Svizzera è infatti costantemente sceso. Da 2144 nel 1991, si era passati ai 586 casi nel 2000.
Ma nel 2001 c’è stata un’inversione di tendenza che ha fatto tremare le autorità: l’effetto delle campagne di prevenzione sembrava scomparso, il numero dei nuovi casi salito a 632, l’anno dopo a 789. Per questo si è cercato di localizzare i gruppi a rischio per intervenire puntualmente. Fra questi anche i richiedenti l’asilo.
Problemi giuridici
Da subito, le organizzazioni che si occupano dell’aiuto ai rifugiati politici, ma anche l’Aiuto Aids svizzero hanno criticato le intenzioni delle autorità. In primo piano stanno delle riflessioni di carattere etico: un’analisi non deve discriminare il richiedente l’asilo nell’iter burocratico verso il riconoscimento dello statuto.
Dominique Boillat, portavoce dell’Ufficio federale dei rifugiati, conferma a swissinfo: «È vero che una simile misura sostiene l’impressione che un’eventuale positività al virus dell’Aids influenzi l’esito della procedura di riconoscimento dell’asilo politico».
L’allarme contro la discriminazione forfettaria era stata fomentata dalla destra più estrema. Un deputato dell’Unione democratica di centro (UDC) aveva salutato la misura chiedendo contemporaneamente l’espulsione automatica delle persone risultate positive.
Inoltre, per introdurre degli esami sistematici, mancano le basi legali. Per questo ora si è dato seguito al gruppo di lavoro, istituito dai due uffici federali competenti, rinunciando all’intento.
L’Ufficio federale dei rifugiati, per bocca del suo portavoce, nega però che sia stata la pressione esterna a far cambiare strada. Piuttosto «è stata l’impossibilità di un’applicazione coerente nel margine delle visite sanitarie d’entrata a far mutare la strategia».
Peso sulla prevenzione
Per evitare una diffusione del virus in Svizzera, si prevede ora l’intensificazione del lavoro di prevenzione, soprattutto fra le persone provenienti da paesi a rischio. Nei centri di accoglienza si intende trasmettere le conoscenze di base sulla malattia e sulle misure di prevenzione.
Le informazioni vanno trasmesse nelle lingue più importanti e con l’aiuto di disegni. È ad esempio previsto materiale audiovisivo che informi sulle principali vie di trasmissione del virus tenendo conto dei background culturali dei richiedenti. Le misure necessarie alla realizzazione saranno pianificate entro l’autunno.
Reazioni positive
L’Aiuto Aids svizzero saluta questa misura, indicando quali difficoltà si incontrino nella prassi. Attualmente, nei centri per i rifugiati ci si limiterebbe ad un’informazione sommaria.
Da parte sua, l’Aiuto Aids cerca da mesi di sviluppare un’informazione coerente, gestita da persone provenienti da tutti i paesi africani. Queste persone di contatto permettono di spiegare i rischi e le conseguenze di un’infezione con il virus dell’Aids, parificando le conoscenze degli stranieri a quelle delle persone che vivono in Svizzera.
Anche l’Aiuto svizzero ai rifugiati (OSAR) saluta la decisione dei due uffici: «Il peso va messo sull’informazione ai richiedenti l’asilo e sulla possibilità di fare un test senza pressione. Rimane da definire chiaramente le condizioni con cui questi verranno offerti», afferma a swissinfo il portavoce Jürg Schertenleib.
La nuova linea proposta è ritenuta da ambedue le organizzazioni più coerente alla politica di prevenzione fin qui seguita dalla mano pubblica e inoltre sarebbe meno dispendiosa.
swissinfo e agenzie
Secondo l’Ufficio federale della sanità pubblica, il numero massimo di test HIV positivi (2144) è stato raggiunto nel 1992;
Da allora, il loro numero è costantemente calato fino al 2001, quando si è constatato un nuovo rialzo;
L’inversione di tendenza si è confermata nel 2002, con 789 test positivi, il 24.8% in più rispetto al 2001.
Il progetto di imporre un test HIV a tutti i richiedenti l’asilo era stato rivelato dalla stampa domenicale nel gennaio scorso.
Oltre alle ampie critiche, la mancanza di basi legali e l’impossibilità logistica di applicare l’idea hanno fatto fare retromarcia alle autorità competenti.
La priorità è ora data alla prevenzione.
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