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Votazioni federali 29.11.2020: responsabilità delle imprese e investimenti negli armamenti

Responsabilità delle imprese: il popolo dice sì, ma i cantoni dicono no

La Svizzera non introduce nuove norme sulla responsabilità civile delle imprese attive all'estero, ma in futuro le aziende saranno sottoposte a un obbligo di diligenza nell'ambito del lavoro infantile e dei minerali di conflitto. Kadir Van Lohuizen / Noor

Le aziende svizzere attive all'estero non dovranno temere nuove norme sulla responsabilità civile: l'iniziativa "per imprese responsabili" è respinta dalla maggioranza dei cantoni. Il 50,7% della popolazione si schiera però con il sì.

Questo contenuto è stato pubblicato il 29 novembre 2020 - 16:46
Andrea Tognina con agenzie

Alla fine la votazione sull'iniziativa "per imprese responsabili", lanciata da un'ampia coalizione di organizzazioni della società civile, ha dato ragione agli strateghi che ritenevano insuperabile lo scoglio della maggioranza dei cantoni.

Solo otto cantoni e un semi-cantone hanno infatti approvato la proposta che prevedeva un obbligo di diligenza generalizzato per le filiere all'estero di aziende multinazionali svizzere e precisava le responsabilità civili per le violazioni dei diritti umani o delle norme ambientali internazionali da parte delle loro filiali.

Il sì ha prevalso nei cantoni della Svizzera francese (con l'eccezione del Vallese bilingue), a Berna, Zurigo, Basilea Città e in Ticino. La maggioranza dei cantoni della Svizzera tedesca si è invece schierata in modo compatto contro l'iniziativa.

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Sì della popolazione

Se la maggioranza dei cantoni si è opposta all'iniziativa, la maggioranza dei votanti l'ha però sostenuta. Il 50,7%  ha dato il proprio sostegno all'iniziativa. Il sì è stato massiccio soprattutto nelle città. L'unica volta che un'iniziativa popolare ha ottenuto la maggioranza dei voti popolari ma è stata respinta dalla maggioranza dei cantoni è stato nel 1955 (iniziativa per la protezione dei consumatori e degli inquiliniLink esterno).

Più frequente è invece il caso di referendum obbligatori - vale a dire votazioni popolari su modifiche costituzionali approvate dal parlamento - bloccate dai cantoni nonostante il sostegno popolare. L'ultimo caso risale al 2013 (articolo costituzionale sulla politica familiareLink esterno)

Alla fine, circa 1,299 milioni di persone hanno messo un "sì" nelle urne. Circa 1,261 milioni di persone hanno votato "no". La partecipazione al voto è stata di circa il 46,5%. Questo vuole dire che la campagna per l'iniziativa, molto lunga e visibile, non è riuscita a portare alle urne un numero di persone maggiore rispetto alla media.

Controprogetto

La sconfitta dell'iniziativa apre la strada all'entrata in vigore del controprogetto indiretto elaborato dal Parlamento. L'iniziativa chiedeva alle aziende svizzere di rispettare i diritti umani e gli standard ambientali internazionali anche nelle loro attività all'estero. Per farlo puntava a un obbligo di diligenza generalizzato per prevenire abusi nell'intera filiera.

Inoltre stabiliva regole severe sulla responsabilità civile delle aziende in caso di abusi da parte delle loro filiali. Di fronte a un presunta violazione dei diritti umani o ambientali all'estero, persone o organizzazioni avrebbero potuto intentare un'azione civile per danni in Svizzera, dove si trova la sede centrale della società.

Gli iniziatori ritenevano che le multinazionali svizzere che causano danni e beneficiano del sistema giudiziario disfunzionale di alcuni paesi dovessero essere ritenute responsabili. Una posizione che non era condivisa dal governo, dal parlamento e dai partiti di destra, che hanno finito per sostenere il controprogetto indiretto elaborato dal parlamento.

Regole meno severe

Il controprogetto indiretto è più moderato dell'iniziativa. Adottata da una maggioranza di centro-destra dopo una lunga battaglia in parlamento, questa revisione di legge non disciplina esplicitamente la responsabilità della società madre per le aziende controllate all'estero. Non introduce nuovi standard, ma prevede nuovi obblighi.

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In futuro, le aziende interessate dovranno riferire annualmente sulle loro politiche in materia di diritti umani e di ambiente. Saranno anche sottoposte a un obbligo di diligenza nei confronti del lavoro minorile e dei minerali estratti nelle zone di conflitto. Perché il controprogetto entri in vigore, il Consiglio federale dovrà tuttavia ancora preparare un'ordinanza di applicazione e sottoporla alle parti interessate nel quadro di una cosiddetta procedura di consultazione. 

Lunga campagna

L'iniziativa, presentata nell'ottobre 2016, era sostenuta da 130 organizzazioni non governative, dai sindacati, dalle chiese e dai partito di centro-sinistra. I promotori hanno lanciato l'offensiva molto prima della data di voto, creando quasi 450 comitati regionali.

Ovunque, sui balconi, alle finestre o nei giardini, sono apparsi striscioni arancioni in sostegno all'iniziativa per le multinazionali responsabili. A lungo i sondaggi hanno dato l'iniziativa in vantaggio, anche se le ultime rilevazioni avevano indicato un'erosione del sostegno alla proposta.

Reazioni

Il risultato ha suscitato soddisfazione fra i partiti di centro-destra, mentre dagli ambienti di sinistra prevale la convinzione che il sostegno della maggioranza della popolazione sia comunque un successo.

La reazione della ministra di giustizia e polizia Karin Keller-Sutter:

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Il Partito liberale radicale si dice particolarmente contento che la Svizzera non adotti una soluzione diversa da quella di altri paesi. L'Unione democratica di centro, pur allarmata dall'esito combattuto dello scrutinio, è sollevata dal fatto che i cittadini non abbiano ceduto al ricatto moralista dei promotori dell'iniziativa.

Il Partito popolare democratica dal canto suo si rallegra per la prossima entrata in vigore del controprogetto, adottato dal Parlamento e sostenuto dal Consiglio federale.

Era importante che le imprese elvetiche non venissero inutilmente penalizzate rispetto alla concorrenza internazionale, ha evidenziato l'Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM).

A sinistra, il Partito socialista non nasconde la sua delusione, ma sottolinea come sia stato mandato un segnale forte all'economia. Le multinazionali dovranno assumersi le proprie responsabilità e di certo non verrà data loro carta bianca.

Per i Verdi, la Svizzera prima o poi sarà obbligata a legiferare sul rispetto dell'ambiente e dei diritti dell'uomo all'estero da parte delle sue multinazionali, mentre i Verdi liberali ritengono che la bocciatura sia stata causata dalle preoccupazioni legate all'insicurezza giuridica per le PMI.

Amnesty International, una delle numerose organizzazioni ad aver sostenuto il testo, parla di occasione persa, sebbene il sì del popolo, pur se inutile ai fini del risultato vista la bocciatura giunta dalla maggioranza dei Cantoni, è da considerarsi come un successo storico. Secondo l'Unione sindacale svizzera (USS) infine, andranno verificate da vicino le promesse fatte durante la campagna dagli oppositori.

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"Se la vittoria non arriverà oggi, lo farà sicuramente domani". Questo il commento dell'ex consigliere agli Stati ticinese Dick Marty, co-presidente del comitato dell'iniziativa.

Il politico ticinese ha riconosciuto che la crisi scaturita dalla pandemia di coronavirus ha sicuramente influenzato l'esito dello scrutinio. "Quando si ha paura istintivamente ci si aggrappa a quello che si ha e non si vogliono provare cose nuove". In questo modo però la Svizzera, come per il riciclaggio di denaro e il segreto bancario, rischia di essere l'ultima della classe.

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