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È morto il regista ungherese Béla Tarr

Keystone-SDA

Il regista e sceneggiatore ungherese Béla Tarr, figura centrale del cinema europeo contemporaneo è morto oggi a Budapest all'età di 70 anni.

(Keystone-ATS) La notizia della scomparsa è stata confermata dal regista Bence Fliegauf all’agenzia di stampa ungherese Mti, in rappresentanza della famiglia del cineasta, che ha conquistato l’interesse della critica internazionale per il suo stile volto a promuovere l’idea di un cinema specchio della crisi comunicativa che affligge l’umanità.

Nato a Pécs il 21 luglio 1955, Tarr si è distinto per uno stile caratterizzato da lunghi piani sequenza, una forte componente nichilista e, nella seconda parte della carriera, dal bianco e nero. Nonostante il successo di critica, i suoi film sono rimasti poco noti al grande pubblico, ma opere come “Sátántangó”, “Le armonie di Werckmeister” e “Il cavallo di Torino”, sceneggiati con lo scrittore ungherese László Krasznahorkai, Premio Nobel della Letteratura 2025, sono considerate tra i capolavori assoluti del cinema ungherese ed europeo.

La carriera di Tarr iniziò a soli 16 anni con cortometraggi amatoriali, e nel 1979 esordì nel lungometraggio con “Nido familiare”, prodotto dai Béla Balázs Studios. Nei primi film raccontava la vita nell’Ungheria comunista, spesso utilizzando attori non professionisti. Lo stile che lo ha reso celebre si definisce con “Perdizione” (1988) e trova la sua piena maturità nei film successivi, tra cui il monumentale “Sátántangó” (1994), della durata di sette ore e mezza, tratto dall’omonimo romanzo di Krasznahorkai. La sua cifra stilistica include l’uso di lenti carrelli, piani-sequenza lunghi, ritmi dilatati e un’attenzione ossessiva ai dettagli della miseria e dell’isolamento umano.

I suoi protagonisti sono spesso figure marginali, come la compagnia circense di “Le armonie di Werckmeister” (2000) o il manovratore ferroviario di “L’uomo di Londra” (2007), che si differenzia dagli altri suoi film, per il ricorso all’utilizzo di attori famosi (Tilda Swinton) e la scelta del soggetto (un giallo tratto da un romanzo di Georges Simenon). Il suo ultimo film, “Il cavallo di Torino”, del 2011, gli è valso l’Orso d’argento alla Berlinale e rappresenta il testamento cinematografico di un autore che ha indagato la condizione umana nelle sue forme più estreme e quotidiane, tra abbandono, povertà e lenta decadenza.

Negli ultimi anni Tarr si era dedicato anche alle videoinstallazioni e ai progetti speciali, come “Missing People” (2019), commissionato per il Wiener Festwochen, dove ha raccontato le vite dei più poveri e dei migranti di Vienna. Insegnante di grande influenza, ha formato diverse generazioni di cineasti in tutto il mondo, da László Nemes a Valdimar Jóhannsson e Pilar Palomero.

Tarr ha collaborato per tutta la vita con una ristretta cerchia di fidati collaboratori: la moglie e co-regista Ágnes Hranitzky, il compositore Mihály Víg, lo scrittore e sceneggiatore László Krasznahorkai e il direttore della fotografia Fred Kelemen. Con Krasznahorkai ha realizzato le opere più celebri, instaurando un sodalizio creativo durato decenni.

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