Dighe sì, ma a misura d’uomo
La Commissione mondiale sulle dighe chiede che si considerino gli aspetti umani ed ecologici nella costruzione di grandi dighe. Un rapporto presentato giovedì a Londra analizza criticamente alcuni progetti in cui sono coinvolte anche aziende svizzere.
Molte dighe realizzate con fondi internazionali nei paesi in via di sviluppo si sono rivelate più dannose che utili. A questa conclusione giunge uno studio della Commissione mondiale delle dighe, la più ampia analisi della questione mai realizzata.
Certo, ammettono gli esperti, le grandi dighe hanno rappresentato un contributo importante allo sviluppo economico, ma a costo di gravi danni ecologici e del trasferimento forzato e dell’impoverimento di milioni di persone.
Lo studio non vuole – ha chiarito il presidente della Commisione indipendente, il sudafricano Kader Asmal – indicare la via di una “moratoria” alla costruzione di dighe, come speravano molte associazioni ambientaliste. Ma ciò non toglie che sia necessario “un nuovo approccio”, che coinvolga le popolazioni direttamente interessate dai progetti idroelettrici.
Il rapporto presentato a Londra è il frutto di un lavoro di due anni, a cui hanno collaborato specialisti, rappresentati degli Stati e associazioni per la protezione dell’ambiente.
Al mondo ci sono circa 45’000 dighe, due terzi delle quali nei paesi in via di sviluppo. Complessivamente forniscono il 19 per cento dell’energia elettrica mondiale. Ma, stando alla Commissione, “in troppe occasioni il prezzo pagato dalle popolazioni costrette a trasferirsi, dalle comunità a valle degli sbarramenti, dai contribuenti e dall’ambiente si è rivelato inaccettabile e spesso inutile.”
La Commissione stima che il numero di persone trasferite – spesso contro la propria volontà – a causa della costruzione di una diga sia di 40 fino a 80 milioni e chiede che si rinunci “all’approccio tradizionale, autoritario e tecnocratico” e che si privilegi la ricerca sistematica del consenso e della trasparenza.
La Commissione mondiale sulle dighe, creata nel 1998 su impulso della Banca mondiale, ha studiato nel dettaglio otto grandi dighe in Brasile, Norvegia, Pakistan, Sudafrica, Thailandia, Stati Uniti, Zambia e Zimbabwe e ha considerato gli aspetti economici, ambientali, sociali di altri 125 grandi sbarramenti.
Due rapporti speciali sono dedicati alla Cina e all’India, dove sono in cantiere due fra i progetti più controversi, quello del fiume Narmada, in India, e quello delle Tre Gole sul fiume Yangtsé, in Cina. In entrambi i progetti sono coinvolte aziende svizzere.
La diga sullo Yangtsé, la cui prima pietra è stata posata dal premier cinese Li Peng nel 1994, dovrebbe diventare il più grande impianto idroelettrico al mondo, con una produzione annuale di 85 miliardi di kilowatt/ora. La costruzione della diga implicherebbe il trasferimento di almeno 1,2 milioni di persone. La svizzera ABB è fra i più importanti partner internazionali del progetto. Tra il 1997 e il 1999 l’azienda ha esportato in Cina apparecchiature, destinate al progetto delle Tre Gole, per un valore di più di 700 milioni di dollari. Il Crédit Suisse ha dal canto suo concesso prestiti milionari alla China Development Bank, che finanza la sbarramento dello Yangtsé.
II progetti attorno al fiume Narmada in India prevedono la costruzione di 30 grandi dighe e di altri 135 sbarramenti di medie e 3000 di piccole dimensioni. Sei grandi dighe sono già state realizzate. Anche qui vi sarebbe, secondo l’organizzazione di aiuto allo sviluppo “Dichiarazione di Berna”, la partecipazione della ABB, che avrebbe ottenuto un contratto di 70 milioni di dollari nell’ambito della realizzazione di uno degli impianti del complesso idroelettrico sul Narmada, lo sbarramento di Maheshwar.
swissinfo e agenzie
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