Oggi in Svizzera
Care svizzere e cari svizzeri all’estero,
spesso criticata per la sua opacità sul finanziamento politico, la Svizzera ha compiuto un passo avanti verso una maggiore trasparenza. Dalle elezioni federali del 2023, partiti e comitati sono tenuti a dichiarare gli importi investiti nelle campagne.
Sebbene queste nuove regole siano considerate incomplete da alcune voci critiche, oggi permettono di scoprire che i budget per la campagna in vista della votazione sull’iniziativa "No a una Svizzera da 10 milioni!" stanno battendo ogni record.
Buona lettura e buon fine settimana.
I budget della campagna per la votazione del 14 giugno sull’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni!” raggiungono livelli record. Secondo i dati pubblicati venerdì dal Controllo federale delle finanze, i campi che sostengono il “sì” e il “no” investiranno complessivamente 15,5 milioni di franchi in questa battaglia politica.
Con 9 milioni di franchi, la fazione che si oppone all’iniziativa lanciata dall’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) spenderà di più per combattere il testo, che mira a limitare la popolazione svizzera intervenendo in modo rigoroso sull’immigrazione. Quasi la metà di questa somma (4,2 milioni di franchi) proviene dall’organizzazione mantello delle imprese elvetiche Economiesuisse. Chi si batte a favore dell’iniziativa investe invece 6,4 milioni di franchi nella campagna, finanziati in larga parte dai membri dell’UDC.
I 15 milioni di franchi già dichiarati superano ampiamente il precedente record di circa 10 milioni di franchi, registrato in occasione della votazione sull’estensione delle autostrade nel novembre 2024. La legge, tuttavia, impone solo dal 2023 ai partiti e ai comitati di dichiarare le spese.
Non sorprende che le risorse mobilitate per la seconda votazione del 14 giugno, relativa alla modifica della legge sul servizio civile, siano molto più modeste. In questo caso, i due fronti sono più equilibrati: il budget della campagna a favore ammonta a 300’000 franchi, contro 320’000 franchi per il campo opposto.
Per la prima volta dal 2019, la Svizzera non sarà rappresentata alla finale dell’Eurovision. Nonostante una performance apprezzata, la candidata di Thun (Canton Berna), Veronica Fusaro, non si è qualificata.
Con il brano pop-rock “Alice”, Veronica Fusaro non è riuscita a convincere il pubblico televisivo. La stampa, tuttavia, ha elogiato venerdì l’esibizione della cantante sul palco viennese. “Il suo inno pop-rock sull’emotività, sull’amore diventato tossico, su un Paese delle Meraviglie trasformato in prigione aveva mantenuto le sue promesse”, commenta in particolare il quotidiano romando Le Temps.
La cantante si è detta “delusa” per l’eliminazione in semifinale, ma anche “fiera” della propria performance e del fatto di aver portato “una canzone molto forte che può vivere anche al di fuori del contesto dell’Eurovision”. Ai microfoni della Radiotelevisione svizzera di lingua francese RTS ha tratto comunque un bilancio positivo: “Molte persone hanno scoperto la mia musica grazie all’Eurovision. Tornerò più forte e migliore”.
La concorrenza era particolarmente agguerrita giovedì sera a Vienna. Diversi favoriti erano già stati indicati nei giorni precedenti dai bookmaker, tra cui Australia e Danimarca, entrambe qualificate. Al termine delle due semifinali di martedì e giovedì, 25 Paesi si sfideranno sabato in finale.
Ogni settimana in Svizzera vengono denunciati circa sei crimini d’odio contro persone LGBTIQ (minoranze sessuali e di genere). Un dato stabile, ma che secondo le associazioni mantello rappresenta solo la punta dell’iceberg.
L’ottavo rapporto sui crimini d’odio pubblicato venerdì dalla LGBTIQ Helpline registra 281 segnalazioni di violenze e discriminazioni contro persone lesbiche, gay, bisessuali, trans, intersex e queer nel 2025. Sono 28 in meno rispetto all’anno precedente.
I dati ufficiali rappresentano però solo una minima parte della realtà, denunciano le organizzazioni per i diritti delle persone LGBTIQ. Le loro affermazioni si basano sui risultati di un recente studio condotto a Ginevra, secondo cui oltre l’80% delle persone interessate ha già subito discriminazioni o violenze nello spazio pubblico.
Mentre domenica si celebra la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia, l’interfobia e la transfobia, le organizzazioni mantello LGBTIQ lanciano un appello a “ridurre il numero dei casi non denunciati e aumentare le segnalazioni di crimini d’odio”.
La Svizzera ospita da oggi, per la prima volta dal 2009, i Campionati mondiali di hockey su ghiaccio. Per il Paese ospitante la sfida è doppia: riuscire nell’organizzazione di un grande evento internazionale e tentare di conquistare, in casa, un primo titolo mondiale.
Dopo 17 anni di assenza, i Mondiali di hockey tornano in Svizzera fino al 31 maggio. L’edizione 2020, inizialmente prevista nel Paese, era stata annullata a causa della pandemia di Covid-19, aumentando l’attesa tra tifosi e tifose. Negli impianti di Zurigo e Friburgo, 16 nazioni si contendono il titolo.
La Nazionale rossocrociata inizia il suo torneo con la sfida contro gli Stati Uniti, campioni in carica dopo la vittoria dell’anno scorso a Stoccolma in una finale combattuta proprio contro la Svizzera. La selezione di hockey elvetica punta chiaramente all’oro in casa. Sarebbe un traguardo storico: la Svizzera ha già conquistato tre argenti e otto bronzi, ma mai il titolo mondiale.
Oltre all’aspetto sportivo, l’evento riveste anche un’importanza strategica per l’immagine del Paese. “Mostreremo il nostro know-how per accendere luci in vista del 2038”, ha dichiarato il presidente del comitato organizzatore dei Mondiali, Marc-Anthony Anner, a Le Temps, riferendosi ai Giochi olimpici invernali che dovrebbero svolgersi in Svizzera in quell’anno.
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