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“Finalmente vedo il senso del mio impegno…”

Markus Heiniger allo sportello del Centro di contatto per tossicodipendenti della città di Berna swissinfo.ch

Da cinque anni la Svizzera dispone di una legge sul servizio civile. Ma quali compiti svolge chi rinuncia per questioni di coscienza al servizio militare? Markus Heiniger, uno dei circa 1200 svizzeri che annualmente fanno questa scelta, racconta la sua esperienza: "Sono convinto di dare un contributo positivo alla mia vita e alla società."

Per accedere a questa alternativa l’obbiettore deve sottoporsi ad un esame di coscienza. Markus lo ricorda bene: “Dopo la mia domanda sono stato convocato, l’interrogatorio è stato incalzante: mi hanno chiesto di tutto. Volevano vedere se le mie posizioni etiche erano congruenti, se davvero non riuscivo a conciliare la mia coscienza con l’uso delle armi”.

Dopo essere stato ammesso al servizio civile Markus ha dovuto scegliere l’ambito d’attività. “Il catalogo di possibilità è praticamente infinito: dalla protezione dell’ambiente all’assistenza ai rifugiati o la protezione dei beni culturali. Mi è sembrato di rinascere. La scelta era difficile, ma tutti i compiti mi sembravano utili e sensati”.

Come Markus, la più gran parte dei giovani in servizio civile trova un compito in strutture sanitarie o sociali. Il 60 per cento delle giornate lavorative degli obbiettori di coscienza elvetici si svolgono in questo ambito.

Altri, il 13 per cento, scelgono un’attività nella protezione dell’ambiente. Ma ci sono anche altre istituzioni che beneficiano del contributo del servizio sociale. Si tratta di istituzioni culturali e anche organizzazioni per lo sviluppo con attività all’estero. Markus Heiniger ha trovato un posto di impiego in un centro di distribuzione di metadone nella città di Berna.

La quotidianità

“Arrivo il mattino presto, poco dopo le sette, e smonto dodici ore dopo.” La giornata al centro per la distribuzione del metadone della città di Berna è impegnativo, soprattutto per chi non conosce la realtà delle tossicodipendenze. “È gente provata, a volte qualcuno grida per questo o quell’altro, ma si impara a distinguere il baccano dai problemi veri”.

“Il mio compito è accogliere i pazienti, come li chiamiamo qui e di dare loro la dose di metadone prescritta dal medico. Il traguardo è quello di avvicinarli, di sentire i loro bisogni e di parlare. A volte c’è bisogno di un medico che li assista oppure è l’operatore sociale che interviene”.

“Me l’hanno detto subito, quando ho cominciato qui”, continua Markus: “Non si vedono dei progressi in pochi mesi di permanenza. Le stesse facce si avvicendano di giorno in giorno, a volte dimostrano gratitudine, a volte sono assenti. Ci vogliono anni per uscire dal baratro.”

Una scelta

Markus Heiniger ha svolto normalmente la sua scuola reclute. La scelta per il servizio sociale è arrivata solo in un secondo tempo. “Non vedevo più il senso degli esercizi militari”, spiega il giovane. Per essere coerente, ha scelto il servizio civile accettando di dover prestare un terzo di giorni di servizio in più rispetto ai suoi compagni di caserma.

“Durante il liceo ho letto con attenzione le idee di rivoluzione non violenta di Gandhi e mi sono impegnato in Amnesty international”. L’idea di rifiutare le armi era dunque da anni nell’aria, ma ha preso forma solo dopo aver vissuto in prima persona le strutture dell’esercito svizzero: “Non posso dire di essermi identificato, più ancora del regime di costrizioni, mi opprimeva l’idea della lotta armata e violenta”.

Adesso lavora dunque nel sociale, intercalando una pausa prolungata negli studi. Dalla situazione di studente di germanistica si trova ad amministrare i problemi umani della tossicodipendenza. Per lui è anche l’occasione di conoscere sistemi e intenzioni della politica per far fronte ad un problema sociale.

“La cosa mi tocca, certo che mi tocca, altrimenti non credo sia sopportabile. Incontro quotidianamente destini difficili”. Eppure Markus è soddisfatto del suo impegno al centro. “per la prima volta vedo un senso in questo impegno. Prima seguivo passivamente le esercitazioni militari, ma non ci credevo. Alla violenza c’è solo la risposta della violenza, non c’è soluzione”.

“Penso che un’esperienza così potrebbe essere positiva per tutti. Uomini e donne dovrebbero fare uno stage sociale per conoscere altre situazioni di vita. Adesso – dice concludendo l’obbiettore di coscienza – a volte penso che potrebbe essere una prospettiva per la mia vita.”

Daniele Papacella

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