Il fotografo e lo scultore
Di Alberto Giacometti e delle sue opere si conoscono molte fotografie. Il suo volto scavato, incorniciato dai riccioli, la sua personalità affascinante, ha ispirato noti fotografi. Tra di essi lo svizzero Ernst Scheidegger, che ha accompagnato con il suo obiettivo molti anni della vita dell'artista.
L’appuntamento è nel suo appartamento, a Zurigo, a pochi passi dal Kunsthaus. Una casa costruita sopra un cimitero, come mi dirà più tardi. Ernst Scheidegger mi accoglie con il suo boxer, e con il sigaro, tra i quadri e le sculture dei tanti artisti che ha conosciuto e fotografato.
L’incontro con Giacometti
“Ero soldato a Maloja, nel comune di Stampa, nel 1943,” racconta Scheidegger, “il paese era vuoto, durante la guerra. All’epoca disegnavo spesso. La signora della pensione in cui alloggiavo mi disse: ‘C’è un altro matto qui in paese che disegna molto, lo vada a trovare!’ Allora lo andai a trovare. Ne fui assolutamente sorpreso!”
A Maloja i Giacometti avevano una casa, dove la famiglia trascorreva le estati. Vicino alla casa c’era una stalla, trasformata in atelier. Nel 1942 Alberto aveva lasciato Parigi e si era trasferito a Ginevra. Di frequente tuttavia lo s’incontrava a Maloja.
“A Zurigo ero una sorta di voyeur”, continua Scheidegger, “visitavo spesso gli atelier, perché frequentavo la scuola d’arte e conoscevo parecchi pittori svizzeri. Ma quello che vidi allora, da Giacometti, era per me qualcosa di completamente nuovo. Mi affascinò subito.”
In quel periodo Alberto lavorava a sculture minuscole, ma nell’atelier di Maloja c’erano anche opere precedenti, molte teste dei familiari, alcuni esperimenti cubisti, alcune sculture realizzate da Max Ernst durante la sua visita a Giacometti nel 1935.
Le fotografie che Scheidegger scattò allora sono in molti casi testimonianze di opere ormai scomparse. “All’epoca fotografavo ancora poco”, dice, “presi soprattutto delle immagini dell’atelier, ma la persona di Giacometti non osavo ancora veramente ritrarla.” Nel libro che il fotografo ha dedicato a Giacometti, “Spuren einer Freundschaft” (Tracce di un’amicizia), di quegli anni ci sono due immagini dell’artista, piccolo, lontano dall’obiettivo, fra i prati e gli alberi di Maloja.
“A Maloja non avevo molto da fare, era il periodo dell’invasione tedesca dell’Italia, dovevamo sorvegliare un ghiacciaio. Ero nelle truppe di trasmissione, avevo molto tempo libero. Allora andavo tutti i giorni nell’atelier, a chiacchierare. Non parlavamo d’arte, io non ci capivo niente di quello che faceva lui.”
Da quelle chiacchierate nacque un’amicizia che sarebbe durata fino alla morte di Alberto.
La Parigi del dopoguerra
Dopo la guerra Ernst Scheidegger trascorse qualche tempo in Jugoslavia, poi finì a Parigi. “A Parigi conoscevo due persone: il noto rilegatore Altermatt e Alberto Giacometti. Vivevano tutt’e due nella stessa zona della città.” Furono il suo primo punto di riferimento.
A Parigi Scheidegger trovò lavoro nella struttura del Piano Marshall. Organizzava esposizioni “per incrementare la produttività degli operai.” Nel tempo libero fotografava.
“A quell’epoca non si discuteva molto di arte. Si discuteva più di politica, dell’attualità, dell’esistenzialismo. Era un’epoca fantastica, tutto era in movimento,” ricorda il fotografo. “Alberto ebbe l’idea di farmi fotografare le sue sculture all’aperto, sulla strada. La prima fu ‘La mano’. Lui bloccava il traffico e io feci le foto. Tutti suonavano il clacson, terribile.”
Da quel primo lavoro ne nacquero molti, con Mirò e con altri ancora. Nella sua lunga carriera di fotografo e fotoreporter – prima da freelance per la Magnum, poi come redattore dell’inserto fotografico della “Neue Zürcher Zeitung” – Scheidegger continuò a ritrarre artisti. Molti di quei lavori sono documentati dai libri editi dalla sua casa editrice.
“Ho sempre solo fotografato artisti con cui avevo in qualche modo a che fare, con i quali facevo dei lavori,” aggiunge Scheidegger. “Oggi mi dispiace un po’. Ho incontrato per esempio anche Matisse e Braque, ma non li ho fotografati.”
L’occhio discreto del fotografo
“Ho sempre detto che quello che facevo era informazione, non arte. E Giacometti apprezzava il mio lavoro.” Quando nella seconda metà degli anni Cinquanta l’artista bregagliotto divenne famoso, molti prendevano un appuntamento per fotografarlo. “Ma ad aver libero accesso al suo atelier”, ricorda Scheidegger, “eravamo solo Cartier-Bresson, Brassai, io e pochi altri.”
“Io non lo disturbavo, fotografandolo. Allora le pellicole non erano sensibili come oggi, ma non ho mai usato luci artificiali. La qualità delle foto è al limite. Ma se fossi andato nell’atelier con luci e blitz, tutto questo non sarebbe stato possibile,” dice Scheidegger indicando il libro dedicato a Giacometti, “non avrei potuto ridare quell’intimità che a volte ho raggiunto. Quando avevo l’impressione di disturbare, me ne andavo.”
Sono così nate migliaia di fotografie, scattate con una Leica o una Rolleiflex, ritratto del lavoro di un uomo che “muore a poco a poco, si consuma, e si trasfigura in divinità femminili” come scrisse Jean Genet in un suo celebre saggio su Giacometti, illustrato dalle immagini di Scheidegger.
Andrea Tognina
In conformità con gli standard di JTI
Altri sviluppi: SWI swissinfo.ch certificato dalla Journalism Trust Initiative
Potete trovare una panoramica delle discussioni in corso con i nostri giornalisti qui.
Se volete iniziare una discussione su un argomento sollevato in questo articolo o volete segnalare errori fattuali, inviateci un'e-mail all'indirizzo italian@swissinfo.ch.