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Dettagli e curiosità di un «gioiello tra i ghiacci»

La capanna del Monte Rosa in versione notturna

(Tonathiu Ambrosetti/ETH)

Dopo l’inaugurazione ufficiale avvenuta lo scorso settembre tra vette e ghiacciai, le fasi di ideazione e costruzione della nuova capanna del Monte Rosa CAS sono ora oggetto di una mostra presentata nell’atrio centrale del Politecnico federale di Zurigo.

Dal 10 marzo i camminatori esperti e gli alpinisti che avessero voglia di toccare con mano e vedere con i loro occhi l’edificio futuristico che giocherà un ruolo capitale nell’evoluzione delle costruzioni alpine moderne, possono riservare un posto nella nuova capanna del Monte Rosa CAS e mettersi in cammino.

Ma coloro che non sono sufficientemente preparati ad attraversare il ghiacciaio e la morena innevata del Gorner e del Monte Rosa, sopra Zermatt, hanno la possibilità di approfittare della bella e interessante esposizione in corso nell’edificio principale del Politecnico federale di Zurigo.

Attraverso immagini, planimetrie, disegni tecnici ma anche interviste e filmati vengono infatti riproposte le tappe della concezione e costruzione della nuova capanna la cui idea ha preso forma tra il 2003-2004 quando, nel quadro dei corsi di Architettura e Costruzione del Politecnico, il professor Andrea Deplazes ha istituito «Lo Studio Monte Rosa»

L’esposizione e il suo contesto

Per l’occasione il grande atrio in stile rinascimentale progettato nel 19° secolo dall’architetto tedesco Gottfried Semper è stato ricoperto da un enorme e soffice tappeto bianco in mezzo al quale troneggia una riproduzione in scala del nuovo rifugio dalla forma di cristallo.

Le grandi dimensioni del modello consentono ai visitatori di individuare con chiarezza le celle trapezoidali che compongono gli spazi interni: la grande sala da pranzo luminosa e aperta al pian terreno, da cui parte la cascata di scale e finestre che gira a spirale attorno all’edificio e, oltre a collegare i locali dei piani superiori riservati ai sanitari e al riposo degli ospiti, consente un punto di vista panoramico d’eccezione.

Attorno, su bassi tavolini di vetro illuminati, sono esposte le immagini scattate dal fotografo ticinese Tonatiuth Ambrosetti, che mostrano tutte le fasi di costruzione di questo gioiello architettonico, dove un’estetica unica e una tecnologia all’avanguardia abbracciano l’idea di sviluppo sostenibile.

«Devo dire che per me si è trattato di una grande avventura», ci confessa il fotografo. «Quando il responsabile delle esposizioni del Politecnico, Philippe Carrard, mi ha chiesto se volevo seguire la costruzione della capanna del Monte Rosa, ho detto subito di sì e il 21 settembre 2008 mi sono ritrovato sul sito di costruzione e ho seguito questo cantiere praticamente per più di un anno. E ciò ha significato voli in elicottero, meno 20 gradi e tempeste di neve».

Le prime tappe del progetto

Dopo un lungo e accuratissimo lavoro di progettazione che ha coinvolto specialisti ed esperti di alto livello con competenze molto diverse, nell’agosto 2008 l’ETH e il Club Alpino Svizzero (CAS) hanno dato il via ai lavori in alta quota.

Le prime foto scattate da Ambrosetti mettono a nudo i particolari delle fondamenta: una struttura in acciaio ancorata nella roccia la cui forma a stella con perno centrale lascia già intravvedere la concezione ottagonale dell’edificio che si alzerà sopra di essa.

Nel corso dell’inverno, mentre il cantiere riposa sotto metri di neve, i lavori procedono a valle dove i grandi macchinari computerizzati dell’impresa Holzbau AG di Mörel tagliano al millimetro i 420 elementi prefabbricati di legno che verranno trasportati con l’elicottero e assemblati direttamente sul sito di costruzione.

Il cantiere ad alta quota

Grazie al lavoro di volontari che dal 30 aprile aiutano a liberare il cantiere dalla neve, il 4 maggio 2009 si apre la seconda tappa. Operai e personale specializzato iniziano un lavoro indefesso e di altissima precisione e il 2 luglio la costruzione in legno sale fino al tetto.

Robert Andenmatten, il pilota dell’elicottero che ha garantito il trasporto di persone e cose, nel filmato presentato nella mostra racconta molto francamente quanto l’installazione degli elementi prefabbricati in legno - che legati ad un argano penzolavano sotto il suo elicottero - abbia rappresentato per lui una grande sfida.

Ma anche il fotografo Ambrosetti ha definito grandiosa la sua esperienza soprattutto per i problemi e le difficoltà che ha incontrato nel fotografare: ha continuato infatti a lavorare con la sua Linhof 4x5, una macchina analogica molto pesante e lenta, malgrado le difficili condizioni.

«Ci sono stati dei momenti di tensione durante i trasporti in elicottero, quando volevo fotografare degli elementi da 500 chili che venivano trasportati anche in cattive condizioni meteo e col vento» ricorda il fotografo. «Ma il risultato è stato a mio avviso ottimo e anche gli architetti e tutta l’equipe dell’ETH sono contenti».

Ciò che resta da fare

Disegni e materiali esposti permettono di capire nel dettaglio le caratteristiche tecniche che rendono così speciale questa costruzione e alcuni spezzoni del filmato ricordano inoltre che sebbene la capanna sia finita, per alcuni ingegneri dell’ETH comincia una nuova fase di lavoro, proprio adesso che essa apre le porte al pubblico.

«Il nostro progetto non è finito perché noi ora lavoriamo ‘su’ questa capanna», ci ricorda il professor Lino Guzzella che si occupa della gestione e automatizzazione dei diversi sistemi energetici in essa presenti. «Tenendo conto delle informazioni meteorologiche, del numero degli ospiti e dei livelli di energia dei diversi sistemi di stoccaggio, un dottorando deve trovare un algoritmo matematico capace di gestire in modo ottimale l’energia della capanna.»

«In un primo momento ci saranno modelli imprecisi e algoritmi non perfetti e non tutto funzionerà, ma l’obiettivo finale è di coprire il 90% del fabbisogno di energia con quello che la natura ci da, in modo che solo un 10% - o forse anche meno, speriamo - debba essere portato alla capanna con l’elicottero».

Paola Beltrame, Zurigo, swissinfo.ch

Fatti & cifre

La mostra che documenta i lavori di costruzione della capanna del Monte Rosa si trova fino al 25 marzo nel grande atrio dell’edificio centrale del Politecnico Federale di Zurigo.

Aperta solo nei giorni feriali, si può visitare dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 21 e il sabato dalle 8 alle 16.

In occasione dell’esposizione è stata presentata anche una pubblicazione in tre lingue (tedesco, francese e inglese) che documenta tutte le fasi del processo di costruzione, dall’ideazione fino alla realizzazione del progetto.

Il libro raccoglie contributi tematici di architetti e ingegneri ed è arricchito da planimetrie e disegni tecnici oltre che dalle bellissime immagini del fotografo ticinese Tonatiuh Ambrosetti.

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Contesto

La costruzione della nuova capanna del Monte Rosa è uno dei 50 progetti annunciati nel 2005 in occasione del 150° giubileo del Politecnico federale di Zurigo (ETH) e nati per consentire all’ETH di serbare la propria posizione di referenza internazionale in materia di ricerca scientifica e tecnologica.

In collaborazione con il Club Alpino Svizzero (CAS) viene elaborato il concetto di una costruzione assolutamente innovatrice capace di abbinare architettura all’avanguardia, alta tecnologia e sviluppo sostenibile. La messa in opera del progetto che apre la strada a una nuova forma di costruzione alpina ad alta quota, viene scelta in una zona esposta a 2883m d’altezza, tra i ghiacciai del Gorner, del Grenz e del Monte Rosa.

Sulla base della proposta di un gruppo di studenti di architettura del Politecnico, esperti e professori dell’ETH elaborano un progetto realizzabile dal punto di vista tecnico che tenga conto di tutte le necessità e i rischi legati all’ubicazione della costruzione.

La prima pietra dell’edificio è posta nell’agosto del 2008 e, grazie alla prefabbricazione a valle degli elementi in legno, l’edificio viene costruito tra maggio e settembre 2009.

Inaugurata ufficialmente il 25 settembre, la capanna del Monte Rosa è aperta a camminatori e alpinisti dal 10 marzo 2010.

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