A 50 anni, il WEF vuole proporre un modello di capitalismo migliore

Il fondatore e "patron" del WEF di Davos, Klaus Schwab, nel 1973 scrisse il primo manifesto descritto come il codice etico per i dirigenti economici. Keystone / Valentin Flauraud

Mezzo secolo dopo il primo incontro, il Forum economico mondiale continua a riunire a Davos l'élite economica e politica del pianeta. Il WEF deve però dimostrare di andare oltre le buone intenzioni e gli slogan accattivanti. Glielo chiede la piazza.

Questo contenuto è stato pubblicato il 20 gennaio 2020 - 16:00

Nel 1973, il mondo era diviso a metà dalla cortina di ferro, dalla guerra fredda e da due ideologie politiche ed economiche contrapposte. In quegli anni, il fondatore del WEF Klaus Schwab pubblicò un manifesto in cui sosteneva che le aziende non dovevano puntare solo sui profitti. Fu un'idea rivoluzionaria, in un periodo in cui i giovani scendevano in piazza per protestare contro le guerre.

Appena tre anni prima, nel periodo in cui venne organizzato il primo Forum economico mondiale, il premio Nobel per l'economia Milton Friedman indicò in un articolo pubblicato sul New York Times Magazine che l'unica responsabilità sociale delle imprese era invece quella di aumentare i profitti.

Nei decenni seguenti è la teoria di Friedman ad andare per la maggiore, mentre le idee di Schwab vengono messe in un cassetto, in attesa di tempi migliori.

"Non è stato per nulla facile far passare i miei concetti e farli accettare al mondo economico", ha detto Schwab durante una conferenza stampa tenuta la settimana scorsa e in cui ha condiviso con i giornalisti le sue riflessioni intorno al suo manifesto del 1973.

In occasione del 50esimo incontro annuale nella località alpina di Davos, il WEF rispolvera il manifesto di Schwab, riproponendo il modello dello stakeholder capitalism e ricordando così il mantra del fondatore del WEF, ossia che ciò che fa bene alla società fa bene anche all'economia.

Tenere a bada la regolamentazione

Il nuovo manifesto di Davos viene pubblicato in un momento di grande insicurezza per le imprese. Una situazione dovuta alle continue proteste di piazza degli attivisti per il clima e al crescente influsso che i politici vogliono avere sulle attività economiche delle aziende.

E la risposta del mondo economico non si è fatta attendere. L'anno scorso, ha fatto notizia negli Stati Uniti la firma da parte di 180 CEO di un testo in cui vengono ridefiniti gli obiettivi di un'azienda. Gli amministratori delegati hanno dichiarato che in futuro vogliono impegnarsi a favore di tutti gli americani, clienti, dipendenti, società e non fare solo gli interessi degli azionisti.

Oliver Classen dell'ONG Public Eye, organizzazione che negli ultimi anni ha promosso gli eventi anti-WEF, si interroga sulle motivazioni che hanno spinto gli organizzatori del Forum e le società a fare simili dichiarazioni.

"Le imprese non sono mai state tanto sotto pressione come in questi giorni", dice a swissinfo.ch, ricordando tra l'altro gli incendi in Australia. Le aziende, specialmente quelle attive nel settore petrolifero e del gas, sono spinte alle corde affinché adottino misure a favore del clima, ancora prima che vengano varate delle leggi.

La pressione dell'opinione pubblica si è fatta sentire anche in Svizzera. Da oltre due anni il parlamento dibatte sul controprogetto all'iniziativa sulle multinazionali responsabili che chiede alle aziende con sede in Svizzera e alle loro filiali di rispettare i diritti umani e l'ambiente anche all'estero. Il testo sarà probabilmente sottoposto all'elettorato nell'autunno 2020.

Frédéric Dalsace, professore presso l'Istituto internazionale di gestione dello sviluppo IMD a Losanna, riassume così l'attuale situazione per le imprese: "È una gara. Le ditte saranno in grado di definire regole interne al passo con i tempi oppure dovranno intervenire i governi?".

Non solo belletto

Il giornale economico-finanziario "The Financial Times" indica che più della metà delle maggiori aziende statunitensi hanno firmato delle lettere in cui dichiarano di impegnarsi per lo "scopo". Anche le imprese segnate a dito dalle ONG cercano di migliorare la loro reputazione.

Per esempio, la multinazionale basata in Svizzera Glencore ha titolato il rapporto 2018 "Approvvigionamento responsabile di materie prime per la vita di tutti i giorni". Tre anni prima, nel 2015 si descriveva come "un produttore e commerciante di materie prime che opera a livello mondiale".

Ma non sempre le aziende sono disposte a cambiare rotta. La multinazionale tedesca Siemens si è trovata coinvolta in una disputa con gli attivisti per il clima e la stessa Greta Thunberg, per il suo coinvolgimento nella realizzazione di una miniera di carbone in Australia.

Nonostante la pressione dell'opinione pubblica, Siemens ha comunicato che intende rispettare gli accordi presi. Il CEO della compagnia Joe Kaeser ha dichiarato che "sebbene nutra grande simpatia per le questioni ambientali, deve mettere sulla bilancia gli interessi dei vari investitori".

Per Christy Hoffman, segretaria generale dell'UNI Global Union, federazione internazionale che unisce i sindacati del settore dei servizi, "non basta affermare di voler trasformare il mondo in un posto migliore".

"Affinché sia considerato qualcosa di rivoluzionario e non un testo pieno di buone intenzioni, il modello dello stakeholder capitalism deve favorire il passaggio del potere ai lavoratori", spiega a swissinfo.ch.

Ci sono molti esempi di compagnie che stanno cercando soluzioni per rispondere alle sfide globali o che hanno cambiato completamente la loro gamma di prodotti o progetti poiché erano incompatibili con i propri valori e la propria etica.

Stando a Dalsace, i consumatori hanno oggi il potere di influenzare le scelte delle aziende. Un potere che supera quello delle leggi, degli azionisti o degli attivisti. "Quando la Nespresso ha messo sul mercato le cialde del caffè, nessuno si è interrogato sulla loro sostenibilità", spiega il professore. "Oggi i clienti chiedono invece un maggior rispetto ambientale e la Nestlé deve proporre un nuovo prodotto più ecologico".

L'unione fa la forza

Oliver Classen dell'ONG Public Eye teme che il dibattito sul clima distolga l'attenzione dalla questione fondamentale, ossia la responsabilità delle imprese. "È come se i piromani si definissero pompieri. Le aziende si presentano come coloro che trovano la soluzione ai problemi, che loro stesse hanno creato", dice Classen.

Per l'attivista, l'accordo di partenariato firmato l'anno scorso dal WEF e dalle Nazioni Unite è il simbolo del problema. Il testo "disegna un quadro preoccupante in cui i dirigenti aziendali diventano i consulenti principali delle agenzie dell'ONU. È l'esempio più scandaloso di presa in ostaggio della governance mondiale da parte delle aziende a cui abbiamo finora assistito".

L'anno scorso, immediatamente dopo la firma di questo accordo, 250 organizzazioni della società civile hanno firmato una lettera in cui chiedevano alle Nazioni Unite di porre fine all'intesa, sostenendo che la "privatizzazione dell'ONU" avrebbe delegittimato la stessa organizzazione e avrebbe ridotto il sostegno della gente.

In passato, le agenzie dell'ONU sono state criticate per i loro partenariati con le imprese, per esempio quando l'Organizzazione internazionale del lavoro ha accettato un sostegno finanziario dall'industria del tabacco.

Klaus Schwab sostiene che, vista la loro complessità, i problemi possono essere risolti solo insieme. "I governi, il mondo economico o la società civile devono affrontare insieme le grandi sfide, per esempio quella ambientale o la povertà", ha indicato il patron del WEF.

Dal canto suo, Frédéric Dalsace sostiene che non si possono risolvere i problemi senza coinvolgere le aziende. "Dobbiamo guardare in faccia la realtà. Ci sono imprese che valgono miliardi di dollari, più del PIL di molti Paesi. L'ONU deve imparare a discutere con tutti gli attori economici per trovare una soluzione".

Il professore indica che nessuno Stato meglio della Svizzera, con tutte le sue multinazionali e organizzazioni internazionali, sa come portare tutti questi attori attorno a un tavolo. "È il modo svizzero per trovare compromessi e risolvere i problemi".

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