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La vita in un oggetto

macchina fotografica avvolta nella plastica
Yvette, 95 anni, Losanna: "Ho viaggiato molto nella mia vita. Partivo con mio marito o un'amica e la mia macchina fotografica. Un giorno, nel deserto tunisino vicino al lago salato, siamo stati colpiti da una tempesta di sabbia e non c'era alcun riparo per proteggere il nostro materiale. Da allora non funziona più. Continuo ad avere buon occhio e mi piacerebbe ancora fare foto. Ma purtroppo, con un telefono non riesco a farne." Thierry Dana

Qual è l'oggetto che vorreste avere con voi nell'ultimo periodo della vostra vita? Il fotografo Thierry Dana ha documentato gli oggetti personali che alcuni anziani si sono portati appresso al momento di entrare in una casa di riposo.

Un cappotto, un medaglione, un imbuto di plastica, un orologio, un vecchio libro o una scatola di gessi colorati: oggetti semplici, forse banali, che possono però assumere una dimensione speciale e inaspettata. Soprattutto se racchiudono i ricordi di una vita e se quest’ultima sta giungendo al termine.

“Siamo circondati da oggetti e la maggior parte non ha un significato”, afferma a SWI swissinfo Thierry Dana. “È quando dobbiamo scegliere che ci accorgiamo quali oggetti hanno davvero un valore”. Una scelta che i futuri residenti di un ospizio, o i loro familiari, devono fare prima di lasciare definitivamente il domicilio.

“È quando dobbiamo scegliere che ci accorgiamo quali oggetti hanno davvero un valore.”

Thierry Dana, fotografo

Affascinato dal legame tra un oggetto e il suo proprietario, Thierry Dana si è recato nella casa di riposo Bon-Séjour di Versoix, a pochi chilometri da Ginevra, per scoprire dai suoi ospiti quale fosse l’oggetto della loro vita. Nella struttura sono ospitate 94 persone, di età compresa tra i 72 e i 103 anni.

“L’ingresso in una casa di riposo è un momento di rottura nel corso della vita e gli oggetti possono fungere da ponte con il passato. Permettono alla persona di mantenere un senso di continuità e di conservare il legame con gli altri. Hanno il potere di evocare ricordi, cose che non ci sono più”, spiega Tania Zittoun, professoressa all’Istituto di psicologia ed educazione dell’Università di Neuchâtel, intervistata dal settimanale Migros-Magazin.

All’ospizio con un sacco a pelo

Le storie ad averlo colpito sono molte, dice il fotografo. Ad esempio quella di Eric, 83 anni, che nella sua nuova stanza ha voluto portare un vecchio sacco a pelo per alpinismo che aveva fabbricato lui stesso. “Dice che è per l’ultimo campo base della sua vita”, afferma Thierry Dana.

Portrait Thierry Dana
Thierry Dana: “Ho sempre ammirato la fotografia e i fotoreporter, ma pensavo di non essere degno di fare il fotografo”. Rebecca Bowring

Oppure la storia di Elena, 93 anni, che ha lasciato l’Italia nel 1948 per aiutare i genitori emigrati in Svizzera. Una donna minuta, ma estremamente energica e fiera, racconta il fotografo. “Ricorda che quando è arrivata in Svizzera possedeva soltanto un paio di scarpe verdi. Dopo due anni di lavoro ha potuto acquistare un cappotto blu, che ha conservato per tutta la vita. Oggi non lo può più indossare, è troppo grande, ma è come nuovo”, dice Thierry Dana.

E poi c’è Claudine, 84 anni, che invece non ha potuto portarsi appresso nulla. Un giorno è caduta e si è risvegliata all’ospedale, da dove è stata trasferita direttamente nella casa di riposo. Tutto quello che possedeva è stato venduto, compresa la sua collezione di dischi e CD. “Amava la musica e quindi ha acquistato una radio”, spiega Dana. “La gente si aggrappa ai ricordi ed è questo che trovo molto toccante”.

Le immagini degli oggetti e i racconti degli anziani sono presentati in un libro* pubblicato in occasione dei 30 anni della residenza di Versoix. Un modo per rendere omaggio alle persone costrette in una casa di riposo e agli anziani in generale, una popolazione spesso dimenticata e ridotta a fredde statistiche demografiche, afferma Thierry Dana.

Gli anziani sono molto contenti che ci si interessi a loro, rileva. “Mi hanno raccontato un sacco di cose sulla loro vita. Hanno bisogno di parlare a qualcuno”.

Dalla finanza alla fotografia

“Ho sempre ammirato la fotografia e i fotoreporter, ma pensavo di non essere degno di fare il fotografo”, ci dice Thierry Dana, 64 anni. Originario della Tunisia, ha lavorato per 30 anni nella finanza. Nel 1981, vince La corsa attorno al mondo, un gioco televisivo trasmesso anche dalla Radiotelevisione svizzera di lingua francese in cui i concorrenti viaggiano per il mondo muniti di telecamera allo scopo di realizzare dei reportage.

È soltanto al momento del pensionamento che Thierry Dana decide di frequentare una scuola di fotografia a Barcellona. Un percorso che gli permette di “capire che la fotografia è un mezzo per esprimere e sostenere delle cause che riteniamo importanti”.

Nel 2019, espone un lavoro sui migranti nel quadro del Festival internazionale del film e Forum dei diritti umani di Ginevra (FIFDH). Le sue fotografie mostrano gli oggetti che le persone incontrate in centri per richiedenti l’asilo sono riuscite a portarsi appresso quando hanno lasciato il loro Paese. “Essendo io stesso migrato dalla Tunisia, la questione della migrazione mi è sempre interessata”, racconta Dana. I suoi genitori, ricorda, hanno portato con loro un piccolo pesce metallico, animale portafortuna nella cultura nordafricana.

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Migranti e anziani, un destino simile

Quello sugli anziani a Versoix è il proseguimento del lavoro iniziato con i richiedenti l’asilo. Due gruppi di persone solo all’apparenza diversi, secondo il fotografo. “I migranti hanno dovuto lasciare la loro casa per andare in un Paese che non conoscevano. Non hanno potuto portare con loro quasi niente. Anche i residenti di una casa di riposo sono arrivati in un mondo che non conoscevano dopo essersi staccati dai loro averi personali. I migranti hanno alle spalle un lungo viaggio in chilometri, gli anziani un lungo viaggio nel tempo”.

“Stabiliamo forti relazioni affettive con certi oggetti, al punto che diventano un’estensione di noi, fanno parte della nostra identità.”

Tania Zittoun, Istituto di psicologia ed educazione dell’Università di Neuchâtel

Migranti e anziani, prosegue Thierry Dana, sono trattati un po’ allo stesso modo: “Sono vittime di pregiudizi e sono alloggiati in grandi strutture impersonali lontane dai centro città”.

Un seguito logico del suo lavoro, anticipa, potrebbero essere le persone in prigione. “Mi chiedo quali possano essere gli oggetti che hanno importanza in un luogo che non si può lasciare”.

L’esperta di psicologia Tania Zittoun rammenta che “stabiliamo forti relazioni affettive con certi oggetti, al punto che diventano un’estensione di noi, fanno parte della nostra identità”. Ed esserne privati, sottolinea, “è un po’ come aver subito un’amputazione”.

Morte di coronavirus, ma sempre vive

copertina libro
slatkine.com

Entrando la prima volta nella casa di riposo di Versoix, Thierry Dana è rimasto sorpreso. “Pensavo fosse un luogo triste e grigio. D’altronde è l’ultima tappa della vita e chi ci entra vive mediamente ancora per due o tre anni. Le persone che ho incontrato non sono però in attesa della morte. Sono piene di vita, di ricordi, amano scherzare. Il loro timore è che il loro ricordo svanisca”, racconta Dana.

Una serenità che la pandemia di coronavirus ha drammaticamente sconvolto. Alcune delle persone incontrate dal fotografo sono decedute a causa del virus. “Non voglio sapere chi è morto perché quando parlo di un oggetto e del suo proprietario voglio parlare al presente. È un modo per mantenere vivi la persona e il suo ricordo”.

*Il libro illustrato ‘L’objet d’une vieCollegamento esterno‘ (L’oggetto di una vita) di Thierry Dana, edito da Slatkine e pubblicato nel marzo 2021, presenta 40 fotografie di oggetti appartenenti ai residenti della casa di cura Bon Séjour di Versoix (Ginevra).

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