Veterano dei diritti umani brasiliano attaccato dal suo paese

Paulo Sergio Pinheiro, presidente della Commissione d'inchiesta sulla Siria, parla ai giornalisti a Ginevra nel 2018. © Keystone / Jean-christophe Bott

Il brasiliano Paulo Sérgio Pinheiro festeggia i 25 anni di servizio presso le Nazioni Unite. In questo periodo Pinheiro ha ricoperto diversi incarichi di alto profilo in ogni parte del mondo. Gran parte del suo lavoro è stato incentrato sulle violazioni dei diritti umani. Eppure, è nel suo Paese natale che Pinheiro affronta la sua più grande minaccia.

Questo contenuto è stato pubblicato il 18 settembre 2020 - 14:00
Jamil Chade, Ginevra

Lo studioso di diritto è stato recentemente inserito in una lista di insegnanti, agenti di polizia e personaggi pubblici che il governo e i servizi segreti brasiliani considerano "antifascisti".

In un'intervista a swissinfo.ch, Pinheiro parla delle sfide degli ultimi 25 anni, del multilateralismo, del ruolo centrale delle vittime nell'attività dell'ONU e dell'essere anche un obiettivo politico in Brasile.

swissinfo.ch: Dopo 25 anni al servizio dell'ONU, quale ruolo crede che l'organismo internazionale possa effettivamente svolgere per proteggere i diritti umani?

Paulo Sérgio Pinheiro: Se pensiamo alle Nazioni Unite nel loro insieme, i diritti umani sono stati fin dall'inizio al centro dell’attività, a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Tema sempre presente anche nelle decisioni dell'Assemblea generale e del Consiglio di sicurezza. Tutte le agenzie dell'Onu tutelano i diritti umani nel mondo. Ma l'organo più importante è il Consiglio per i diritti umani dell'ONU a Ginevra, con i suoi relatori speciali [in carica] dal 1979, che esaminano la situazione dei diritti umani nei diversi Paesi, assistiti dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Ha provato delle frustrazioni a causa dei limiti del ruolo internazionale?

Solo le vittime - che preferisco chiamare sopravvissuti - delle violazioni dei diritti umani possono provare frustrazione. Quelli di noi che cercano di portare alla luce le violazioni dei diritti e cercano giustizia sono frustrati solo dagli organismi delle Nazioni Unite che non funzionano come dovrebbero. Dopo più di 10 anni di violazioni dei diritti umani e di crimini di guerra [in Siria, per esempio], il malfunzionamento del Consiglio di sicurezza significa che questi crimini non vengono processati dalla Corte penale internazionale. Questo non è solo frustrante, ma anche inspiegabile per i sopravvissuti alla guerra. 

In Burundi, nel suo primo incarico nel 1995, c'era una reale aspettativa che si sarebbero fatti dei progressi. Ha funzionato?

Il relatore speciale non ha la bacchetta magica per cambiare la situazione in un determinato paese. Ma in questo caso la differenza l’ha fatta la presenza di relatori speciali e, dopo il 2016, una commissione d'inchiesta. La società civile locale è più forte e il governo si sente potenziato nel campo dei diritti umani. Il mio migliore interlocutore è stato il ministro dei diritti umani Eugene Nindorera, che in seguito è diventato direttore dell'Onu per le missioni in Costa d'Avorio e in Sud Sudan.

Lei ha anche trascorso anni a trattare con il Myanmar e il suo leader, Aung San Suu Kyi, quando era ancora agli arresti domiciliari. Com'erano questi incontri?

Il Myanmar è stato un caso eccezionale, perché c’era un governo militare che voleva avvicinarsi agli organismi dell'Onu per i diritti umani e alla società civile. Durante i primi quattro anni, ho avuto accesso a tutti i luoghi e le istituzioni che ho richiesto. Ma né io né gli altri rappresentanti dell'Onu nel Paese abbiamo risposto in modo soddisfacente a questa apertura. Il governo non è stato quindi in grado di giustificare la nostra presenza alla giunta militare [che di fatto governava il Paese] e alla fine è stato spodestato. Sono tornato indietro solo quattro anni dopo, nel 2007, quando c'è stata una rivolta dei monaci [buddisti] e della società civile.

La guerra in Siria ha ormai quasi dieci anni, e l'inchiesta da lei condotta ha raccolto una quantità di informazioni senza precedenti sulla crisi. Cosa può fare con queste informazioni?

La Commissione internazionale indipendente d'inchiesta sulla Repubblica araba di Siria non è un tribunale e non ha alcuna competenza nei negoziati politici. Lo scopo di queste commissioni è quello di indagare e documentare le violazioni dei diritti umani, i crimini di guerra e i crimini contro l'umanità. Lavoriamo affinché il popolo siriano abbia il diritto alla verità.

Il nostro database è stato utilizzato nelle indagini sugli autori del conflitto apertosi in diversi paesi. I nostri dati sono stati utilizzati anche dal Meccanismo internazionale imparziale e indipendente per la Siria, che sta preparando i casi penali da portare in tribunale in futuro. 

Il 2020 segna anche il 75° anniversario dell'ONU. Cosa c'è da festeggiare?

C'è più da commemorare che da rimpiangere. Immaginiamo che l'ONU non sia esistita. I conflitti internazionali sarebbero molto più intensi, le crisi umanitarie non verrebbero affrontate e ci sarebbero ancora meno garanzie di diritti economici e sociali. E l'applicazione, anche se imperfetta, dei principi della Dichiarazione universale e delle convenzioni sui diritti umani sarebbe ancora meno efficace. La mia assistente quando lavoravo in Burundi, Brigitte Lacroix, quando se ne andò mi disse: "Paulo, quello che conta davvero è quello che farai per le vittime. Dal punto di vista dei sopravvissuti, dobbiamo essere contenti perché sono al centro delle nostre azioni".

Paulo Sergio Pinheiro (al centro) ascolta un funzionario in visita alla pagoda Shwedagon a Yangon, Myanmar, durante la sua visita nel paese asiatico nel novembre 2007 come investigatore indipendente sui diritti. Keystone / Str

L'ONU e il multilateralismo sono a un bivio, e la risposta alla pandemia lo dimostra. C'è un rischio reale per il sistema?

La pandemia ha chiaramente messo a nudo la disuguaglianza, la concentrazione del reddito e il razzismo che continuano a prevalere in quasi tutte le società, sia al Nord che al Sud. Chi era povero diventa sempre più povero e la loro situazione sanitaria è peggiorata, non solo per la mancanza di cure per le persone colpite dal Covid-19, ma per il diritto all'assistenza sanitaria in generale.

Non credo che dopo la pandemia ci sarà automaticamente una maggiore solidarietà [...] o una migliore cura per i più sfortunati. Perché questo accada, gli Stati membri dell'ONU, invece di negare risorse al sistema - come hanno fatto con l'OMS - devono aumentare il loro sostegno politico e le risorse finanziarie all'ONU.

Paulo Sérgio Pinheiro

Pinheiro, nato a Rio de Janeiro, ha ricoperto diverse cariche presso le Nazioni Unite, tra cui quella di relatore speciale per il Burundi e di relatore speciale per i diritti umani in Myanmar. Dal 2011 è a capo della Commissione internazionale indipendente d'inchiesta sulla Siria. Pinheiro è stato segretario di Stato per i diritti umani durante la presidenza di Fernando Henrique Cardoso nel suo Paese natale, il Brasile.

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La sua cittadinanza brasiliana l'ha aiutata nel suo lavoro internazionale negli ultimi 25 anni?

L'America Latina, come dice in uno dei suoi libri un ex ambasciatore francese in Brasile, Alain Rouquié, è il "Far West", una categoria a parte dal resto del mondo occidentale. Essendo in questo gruppo, i brasiliani sono percepiti come indipendenti. Dopo il ritorno alla democrazia nel 1985 e fino all'amministrazione di Dilma Rousseff [nel 2016], il Brasile era considerato un broker onesto - un negoziatore affidabile. Perché durante questo periodo non abbiamo mai negato le gravi violazioni dei diritti umani in Brasile. Ogni Paese voleva figurare insieme al Brasile - fino al colpo di stato contro il presidente Dilma Rousseff. Al Consiglio per i diritti umani dell'ONU, il Brasile è sempre stato presente nelle risoluzioni più delicate, come quelle sull'omosessualità, il razzismo e la violenza contro le donne e i bambini. Credo che quest’aura del Brasile mi sia stata certamente di beneficio.

Lei è stato inserito in un elenco [dei cosiddetti "antifascisti"] preparato dal Ministero della giustizia in Brasile quest'estate - una sorta di dossier su coloro che mettono in discussione il governo.

È stato uno strano onore essere stati inclusi, quando sarebbe invece bastato aprire Google per vedere cosa penso, dico e faccio in Brasile, negli organismi dell'Onu e in tutto il mondo. È stata un'iniziativa deplorevole quella di far risorgere gli abominevoli dossier di spionaggio politico della dittatura militare.

Fortunatamente, la Corte suprema federale ha preso una decisione storica - con un voto 9 contro 1 il 21 agosto - di vietare al Ministero della giustizia di distribuire questi rapporti su ciò che alcuni cittadini pensano e fanno.

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