L’USS si schiera contro la liberalizzazione del mercato dell’elettricità
Le misure di apertura del mercato, previste dal progetto legislativo distruggerebbero un sistema collaudato e metterebbero in pericolo migliaia di impieghi. Per questo l'Unione sindacale svizzera (USS) sosterrà il referendum contro la legge sul mercato dell'elettricità, malgrado non sia ancora stata fissata la data per la votazione.
In Svizzera l’approvvigionamento è garantito, i prezzi pagati dai cittadini sono vantaggiosi e la politica può fare pressione per sostenere riforme ecologiche in questo campo, ha osservato il presidente dell’USS, Paul Rechsteiner. Una situazione dovuta alla posizione di forza di cui godono gli enti pubblici grazie al monopolio nella distribuzione. “Con la legge sul mercato dell’elettricità si tratterebbe di sacrificare tutto questo per motivi ideologici”, ha detto Rechsteiner per il quale grazie al referendum la Svizzera avrà l’occasione di evitare di commettere “una stupidaggine epocale”.
Con questa presa di posizione i sindacati hanno inaugurato la propria campagna contro la nuova legge, e ciò nonostante il governo non abbia ancora fissato la data dello scrutinio popolare. Il Consiglio federale intende infatti mettere in votazione la legge soltanto l’anno prossimo, quando verrà reso noto il contenuto dell’ordinanza di applicazione, provvedimento che tra l’altro definirà le condizioni per garantire l’approvvigionamento in un mercato elvetico che sull’arco di sei anni dall’entrata in vigore della legge dovrà aprirsi completamente alla libera concorrenza.
Per l’USS è tuttavia evidente che Berna rinvia sempre più la data del voto di fronte al crescente scetticismo suscitato dagli effetti della liberalizzazione negli altri paesi. Per Rechsteiner gli argomenti che hanno animato la votazione dello scorso giugno sull’azienda elettrica zurighese, in cui i cittadini si sono opposti alla privatizzazione, saranno determinanti anche in vista del referendum. La maggioranza avrebbe optato per il no ritenendo inutile disporre di una maggiore libertà nello scegliere il proprio fornitore di corrente se la prospettiva in ogni caso sarà un aumento della bolletta.
L’argomento secondo cui la Svizzera non può restare fuori dal processo di liberalizzazione in corso a livello dell’Unione europea sarebbe sbagliato. L’obiettivo dell’UE è un’apertura del 35% nel 2004 mentre un grado superiore non è prescritto, ha fatto notare André Daguet, vice-presidente del FMLO. La Svizzera non sarebbe quindi costretta a fare di più, soprattutto se anche a livello comunitario, dopo il black out californiano e i problemi legati all’approvvigionamento in alcuni paesi europei, cominciano a emergere resistenze nei confronti di un’ulteriore liberalizzazione.
La liberalizzazione propugnata dalla nuova legge metterebbe inoltre in pericolo a breve termine circa 6mila posti di lavoro, pari al 30% degli occupati nel settore, esercitando una forte pressione al ribasso sui salari, ha sottolineato Dorsi Schüepp, segretaria centrale del sindacato del personale dei servizi pubblici. Il taglio di impieghi si tradurrebbe giocoforza in una minore sicurezza degli impianti. La Svizzera, ha concluso Rechsteiner, non ha bisogno di una liberalizzazione dell’elettricità, ma piuttosto di una rete di approvvigionamento che garantisca un rifornimento di corrente sicuro e durevole. L’importante e complessa questione sull’apertura del mercato dell’energia elettrica, processo di fatto già avviato per molti grandi consumatori e distributori elvetici, sta suscitando molte controversie e, per motivi diversi, la linea che separa i fautori dai contrari passa anche all’interno dei singoli partiti, dei cantoni e delle organizzazioni economiche.
Luca Hoderas
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