Gb: Sunak si difende su emissioni 0 ma l’advisor si dissocia
(Keystone-ATS) L’annacquamento degli impegni sulla transizione verde annunciato ieri dal governo conservatore britannico fra non poche polemiche non significa che il target finale delle emissioni zero di CO2, assunto da Londra a suo tempo in sede internazionale, non sarà rispettato.
Lo ha ribadito oggi a Bbc Radio 4 il primo ministro, Rishi Sunak, la cui correzione di rotta continua in ogni caso a suscitare un dibattito rovente nel Regno Unito: fra i consensi della stampa di destra e di alcuni settori sociali e le critiche degli oppositori politici, d’una parte dell’industria e dello stesso advisor indipendente di Dowing Street sul dossier clima.
“Io credo nell’obiettivo emissioni zero e voglio attuarlo”, ha insistito il premier, malgrado la svolta significativa annunciata ieri sulle tappe intermedie: svolta che comprende – fra l’altro – il rinvio del bando totale delle auto con motore a scoppio nel Regno dal 2030 promesso a suo tempo sotto la leadership di Boris Johnson al 2035. Sunak ha affermato che i cambiamenti – destinati politicamente a differenziarlo su un tema divisivo nella società dalla piattaforma dei rivali del Labour in vista delle prossime elezioni, ma anche dagli avversari interni legati in casa Tory all’eredità di Johnson – sono frutto di una impostazione “realistica”. E che le misure rimaste in piedi sono sufficienti. Convinzione che tuttavia il capo del comitato indipendente chiamato a consigliare il governo, Chris Stark, ha liquidato come “wishful thinking”.
In difesa delle scelte governative è intervenuta oggi in tv anche la ministra dell’Industria, Kemi Badenoch, alla quale ha replicato il ministro ombra (ed ex leader) dell’opposizione, Ed Miliband: assicurando che un ipotetico futuro governo laburista ripristinerà sia la scadenza del 2030 per lo stop ai veicoli a benzina e diesel sia quella sulle caldaie a gas (pure rinviata dal premier); non senza sostenere che i risparmi degli slittamenti sarebbero illusori e che in realtà le famiglie britanniche rischiano a regime di dover “pagare miliardi” di costi extra.
Infine nel mondo dell’industria, il gruppo britannico Jaguar Land Rover – di proprietà del colosso indiano Tata – si è oggi sganciato dalle critiche condivise ieri con altri produttori, in primis la Ford, al piano Sunak: riconoscendogli – dopo averne approfondito i dettagli – un approccio “pragmatico”.