Stretta tra Stati Uniti e Cina, la Svizzera può restare neutrale nella corsa all’IA?
Il dibattito sulla neutralità è particolarmente acceso in Svizzera in vista della votazione del 27 settembre. Ma cosa significa essere neutrali in un mondo in cui l'intelligenza artificiale, i servizi cloud e le infrastrutture digitali dipendono sempre più dagli Stati Uniti e dalla Cina?
Da oltre due secoli, la neutralità svizzera definisce la posizione della Confederazione nei conflitti armati. Il 27 settembre, l’elettorato elvetico deciderà se sancire nella Costituzione un’interpretazione più restrittiva della neutralità, che impedirebbe al Paese di imporre sanzioni agli Stati belligeranti, fatta eccezione per quelle decise dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Qualunque sia l’esito della votazione, la questione di come rimanere neutrali in un mondo in cui l’intelligenza artificiale (IA) e altre tecnologie di importanza strategica sono controllate da due potenze rivali – Stati Uniti e Cina – è più attuale che mai. La questione è particolarmente delicata per la Svizzera, che dipende fortemente dalle tecnologie sviluppate da entrambi i Paesi.
“Se ci si trova nel mezzo, si finisce nel fuoco incrociato”, afferma Jean-Marc Rickli, responsabile dei rischi globali ed emergenti presso il Geneva Centre for Security Policy.
Spinti dalla competizione economica e dalle tensioni geopolitiche, Stati Uniti e Cina stanno accelerando lo sviluppo di sistemi di IA sempre più potenti, persino “a scapito della sicurezza”, afferma Rickli. L’ascesa di modelli avanzati e autonomi di IA agentica ne è un esempio lampante.
“Con gli agenti abbiamo nuove entità potenzialmente in grado di sviluppare e attuare un proprio piano, arrivando anche a sferrare un attacco senza intervento umano, al fine di raggiungere l’obiettivo che è stato loro assegnato. Ed è qualcosa di completamente nuovo”, afferma Rickli. In questo contesto, ritiene che il pericolo di errori o di un’escalation stia diventando più concreto.
Maxime Stauffer, direttore del Simon Institute for Longterm Governance, un centro studi con sede a Ginevra, ritiene che i progressi nell’IA di frontiera stiano modificando il panorama delle minacce nel cyberspazio.
“Ogni giorno, diversi Stati e attori non statali lanciano attacchi informatici gli uni contro gli altri. È una realtà nota e quasi di routine. Ma in passato esisteva un equilibrio tra capacità offensive e difensive, che ora l’IA sta alterando”, afferma.
La crescente rivalità tra Stati Uniti e CinaCollegamento esterno nell’ambito dell’IA ha stata persino paragonata a una nuova “Guerra fredda”, sebbene l’analogia rimanga controversaCollegamento esterno.
Nonostante gli appelli, né Washington né PechinoCollegamento esterno sembrano intenzionate a rallentare la corsa all’IA. “Siamo in vantaggio sulla Cina nell’IA (…) e, francamente, voglio che continui a essere così perché chi vince nell’IA, vince”, ha affermato recentementeCollegamento esterno il presidente statunitense Donald Trump. Da parte sua, la Cina ha respinto gli appelli a rallentare lo sviluppo dell’IA, definendoli “allarmismo” e parte di una “strategia da Guerra fredda”.
Entrambi i Paesi utilizzano l’accesso alle proprie tecnologie, le sanzioni e le dipendenze industriali come leve geopolitiche. In questo contesto, mantenersi equidistanti tra Washington e Pechino sta diventando “sempre più difficile”, afferma Rickli, “perché bisogna scegliere da che parte stare per evitare potenziali sanzioni”.
Secondo la Segreteria di Stato della politica di sicurezza (SEPOS), la crescente influenza delle aziende statunitensi e cinesi sulle capacità economiche e militari dei Paesi e sulla conduzione della guerra “mette a rischio la stabilità strategica”.
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Questo significa che la neutralità svizzera è diventata irrilevante nel mondo digitale?
Dal punto di vista del diritto internazionale, la risposta è no. “Il fatto che il diritto della neutralità sia stato codificato prima dell’avvento del cyberspazio e dell’IA non significa che non si applichi a questi ambiti”, afferma Marco Roscini, professore di diritto internazionale alla Westminster Law School di Londra ed esperto di neutralità e conflitti armati.
Roscini spiega che le norme generali che disciplinano i conflitti armati – sancite dalla Carta delle Nazioni Unite, dalle Convenzioni dell’Aia e dalle Convenzioni e dai Protocolli di Ginevra – rimangono vincolanti indipendentemente dalla tecnologia impiegata. A stabilirlo è stata la Corte internazionale di giustizia in un parere consultivoCollegamento esterno del 1996. Quello che conta, dunque, è il modo in cui le tecnologie vengono utilizzate come mezzi o metodi di guerra.
Per la Svizzera, ciò comporta sia una protezione giuridica sia degli obblighi: in caso di guerra tra Cina e Stati Uniti, per esempio, Berna dovrebbe adottare misure concrete per impedire a entrambe le parti di utilizzare infrastrutture informatiche situate sul territorio svizzero per condurre operazioni contro l’altra.
“Il cyberspazio non è un’astrazione. Cloud, cavi, satelliti, centri dati, server, computer e le persone che li utilizzano hanno comunque una collocazione fisica”, afferma Roscini.
SEPOS osserva tuttavia che l’applicazione delle norme di diritto internazionale alle nuove tecnologie – anche nel cyberspazio e nello spazio extra-atmosferico – rimane per certi aspetti poco chiara, oppure che i Governi impediscono l’applicazione di tali norme.
Sovranità anziché neutralità tecnologica
Secondo gli esperti intervistati, gran parte del dilemma tecnologico della Svizzera non riguarda in realtà il diritto della neutralità. La dipendenza da software, servizi o sistemi di IA statunitensi e cinesi è soprattutto una questione di sovranità e autonomia strategica.
Il diritto della neutralità, sottolinea Roscini, si applica principalmente allo Stato, non alle aziende private. Da tempo la Svizzera approfitta dell’assenza di restrizioni generali al commercio per fare affari pur rimanendo neutrale. Durante la Seconda guerra mondiale, per esempio, le aziende svizzere continuarono a commerciare con gli Stati belligeranti, in particolare con la Germania nazista, nonostante la neutralità del Paese.
Per Eugenio Benincasa, ricercatore senior di cybersicurezza presso il Center for Security Studies del Politecnico federale di Zurigo, una strategia simile caratterizza oggi le relazioni della Svizzera con Cina e Stati Uniti: la Confederazione mantiene importanti rapporti economici con entrambi, traendo vantaggio da ciascuno senza allinearsi completamente con nessuna delle due parti. Questa dipendenza tecnologica, pur non compromettendo di per sé la neutralità svizzera, “limita il margine di manovra del Paese”, afferma Benincasa.
L’iniziativa sottoposta a votazione il 27 settembre potrebbe limitare questo margine di azione. Restringendo fortemente la possibilità per Berna di imporre sanzioni agli Stati belligeranti, potrebbe avere ripercussioni sulla reputazione e sugli interessi economici del Paese, secondo il Governo svizzeroCollegamento esterno. La Confederazione non potrebbe più aderire a numerose sanzioni contro Paesi in guerra, fatta eccezione per quelle decise dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in cui Stati Uniti, Cina e Russia dispongono del diritto di veto.
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Per rafforzare la propria sovranità digitale, Benincasa ritiene che la Svizzera debba cercare di ridurre le dipendenze nei settori più sensibili, come le infrastrutture critiche, l’amministrazione pubblica, la difesa, l’intelligence e la sanità. Laddove non fossero disponibili alternative elvetiche, il Paese dovrebbe affidarsi almeno a tecnologie europee.
Nella pratica, la Svizzera compie già valutazioni diverse a seconda della tecnologia e del fornitore, afferma Benincasa. Nel caso di Palantir, un’azienda statunitense specializzata nell’analisi dei dati e nelle tecnologie per la sicurezza, diverse istituzioni pubbliche svizzere, comprese le forze armate, hanno deciso di non utilizzare i suoi software, in parte per timori legati alla sovranità e alla sicurezza nazionale. In altri settori, invece, tecnologie cinesi come le infrastrutture di telecomunicazione di Huawei, competitive sul piano dei costi, possono essere particolarmente difficili da sostituire.
“Le valutazioni sono asimmetriche in base a ciò che i due Paesi possono offrire”, afferma Benincasa. “Parlare di completa indipendenza tecnologica è un’utopia”.
La carta della diplomazia
C’è tuttavia un ambito in cui la neutralità svizzera potrebbe rappresentare un vantaggio: la diplomazia, anche grazie alla presenza a Ginevra di diverse organizzazioni intergovernative. Storicamente, la neutralità ha permesso agli Stati neutrali di contribuire a evitare che i conflitti si estendessero e di offrire buoni uffici, mediazione e assistenza umanitaria.
Maxime Stauffer del Simon Institute di Ginevra afferma che lo status neutrale della Svizzera continua a contribuire alla creazione di spazi di dialogo sull’IA, in un contesto di rapidi sviluppi tecnologici e tensioni geopolitiche.
Stauffer cita tra i possibili ambiti di questo dialogo il mantenimento di canali di comunicazione per ridurre il rischio di un’escalation involontaria che coinvolga sistemi autonomi e la definizione di limiti all’uso dell’IA contro le infrastrutture critiche.
Il Dipartimento federale degli affari esteri non ha confermato l’esistenza di alcuna mediazione ufficiale svizzera tra Stati Uniti e Cina sull’intelligenza artificiale. Ma se l’attuale approccio della Svizzera alla neutralità può davvero aiutarla a mitigare i rischi di una guerra informatica tra le due potenze tecnologiche, forse è meno superato di quanto si possa pensare.
A cura di Gabe Bullard/ptur
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