Il mondo visto dall’intelligence militare svizzera: “Restiamo vigilanti”
Stefano Trojani, capo del Servizio informazioni militare svizzero, legge una fase segnata da guerra d’usura in Ucraina, sabotaggi, tensioni tra potenze e nuovi fronti strategici. E avverte: anche la Svizzera è dentro un sistema di sicurezza sempre più interconnesso.
Ci sono mestieri nei quali il rumore del mondo arriva prima che altrove. Segnali deboli, movimenti di uomini e mezzi, infrastrutture vulnerabili, tensioni che ancora non sono crisi e crisi che possono diventare qualcos’altro. Da circa cento giorni il ticinese Stefano Trojani, intervistato dal Telegiornale della RSI, osserva tutto questo dalla guida dell’intelligence militare svizzera.
Necessario saper leggere i conflitti
Il suo compito è raccogliere e valutare le informazioni provenienti dall’estero che hanno rilevanza per l’esercito e per la difesa della Svizzera. Un lavoro che oggi significa tenere insieme scenari molto diversi: la guerra in Ucraina, la Russia, la NATO, il Medio Oriente, il Pacifico, i Balcani. E cercare di capire non soltanto cosa sta accadendo, ma soprattutto cosa potrebbe accadere. A quattro anni e mezzo dall’inizio della guerra in Ucraina, il conflitto continua intanto a consumare uomini, mezzi e territorio senza produrre una svolta decisiva. “La Russia continua a cercare di spingere, ma non riesce a capitalizzare dai pochi guadagni tattici di territorio che riesce a fare”, osserva Trojani. Quella in corso resta quindi, nella sua lettura, una guerra di usura, il cui esito dipenderà sempre di più dai potenziali a disposizione delle due parti.
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L’esperto ticinese ricorre a un’immagine molto concreta. Per un Paese come la Svizzera sarebbe inconcepibile accettare la perdita di 50 mila soldati per conquistare una città delle dimensioni di Olten. Nel sistema russo, invece, quella disponibilità alla perdita di uomini e mezzi risponde a una razionalità diversa. Ed è anche questa differenza culturale e politica a rendere più difficile misurare la reale capacità di Mosca di continuare la guerra. Le difficoltà interne alla Russia esistono, riconosce il capo dell’intelligence militare, ma per ora non sembrano tradursi in una vera erosione del potere.
“Non vediamo ancora un indebolimento importante del regime attuale”, afferma. E aggiunge un elemento spesso dimenticato nelle analisi occidentali, ossia che un eventuale cambio ai vertici russi non garantirebbe necessariamente un’evoluzione più favorevole. Nessuno può sapere con certezza in quale direzione si muoverebbe il Paese dopo Putin. La guerra, inoltre, ormai da tempo non si legge più soltanto lungo la linea del fronte ucraino.
Sconfinamenti che preoccupano
Lo dimostra anche quanto avvenuto in Germania, dove il ritrovamento di un drone con esplosivo all’aeroporto di Lipsia è stato interpretato da Berlino come un episodio riconducibile alla Russia. Per Trojani si tratta di “un indicatore di una tendenza che può essere preoccupante”. L’attribuzione pubblica di un’azione a un altro Stato cambia infatti anche il livello dello scontro. Se un governo indica ufficialmente un altro Paese come responsabile, la vicenda smette di appartenere soltanto alla dimensione dell’intelligence o della sicurezza e diventa un confronto politico diretto fra Stati.
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Ma attribuire con certezza operazioni di questo genere resta estremamente difficile. Uno dei criteri utilizzati è allora quello dell’interesse: chi trae vantaggio da una determinata azione? Nel caso di Lipsia, Trojani richiama l’attenzione sulla presenza nelle vicinanze di grandi Antonov ucraini utilizzati per il trasporto. Aerei strategicamente importanti, ma collocati lontano dalla zona di guerra e quindi, per natura, meno protetti. Colpire o disturbare una catena logistica dove le difese sono più basse può essere molto più semplice che farlo direttamente sul fronte. È il volto di una guerra che si allarga senza necessariamente dichiararlo.
E mentre l’Ucraina resta il principale conflitto sul continente europeo, attorno si accumulano altri punti di tensione: il confronto fra Iran e Stati Uniti, la Groenlandia, la pressione crescente fra Cina e Taiwan, i rapporti fra Russia e NATO, l’incertezza nei Balcani.
Non significa, precisa Trojani, che uno scontro diretto tra Mosca e l’Alleanza atlantica sia inevitabile. Significa però che alcuni indicatori vanno osservati con attenzione. Uno riguarda la pressione sull’industria occidentale della difesa. Un altro la necessità per la NATO di distribuire uomini, mezzi e risorse su un numero sempre maggiore di scenari. Gli Stati Uniti guardano prioritariamente al Pacifico. Il confronto con l’Iran assorbe capacità militari importanti, comprese portaerei e munizioni. I Balcani rimangono una regione dall’evoluzione non completamente prevedibile. Nel frattempo l’ingresso della Finlandia nella NATO ha allungato di diverse centinaia di chilometri la frontiera diretta fra l’Alleanza e la Russia.
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La posizione della Svizzera
Dentro questo scenario c’è anche la Svizzera. Pensare di poter separare nettamente la sicurezza elvetica da quella del resto d’Europa sarebbe, nella lettura di Trojani, un errore. “Non esiste un sistema svizzero, non esiste un sistema Francia o Italia, perché è tutto connesso ed è multispettrale”.
A livello militare, la Svizzera viene comunque osservata come parte di un sistema più ampio. Ciò che Berna può fare è valutare le proprie capacità operative e prepararsi a reagire alle minacce che potrebbero toccarla direttamente. Anche per questo il dialogo con i servizi militari degli altri Paesi esiste, nei limiti imposti dalla legge e dalle necessità operative. Su questo terreno, inevitabilmente, Trojani misura le parole: i contatti avvengono quanto necessario e sempre all’interno delle basi legali previste. Alla fine resta una domanda semplice, forse la più semplice di tutte: il capo dell’intelligence militare svizzera è preoccupato?
“Preoccupato forse no”, dice. Il problema, spiega, è piuttosto l’accumulazione dei fattori e degli indicatori osservati contemporaneamente. Presi uno per uno, molti di questi segnali potrebbero essere gestibili. Messi insieme raccontano invece un sistema internazionale nel quale aumentano gli attriti, si allungano i fronti e diminuisce lo spazio per considerare ogni crisi isolatamente.
Per questo, conclude, non ci sono elementi per pensare che la situazione possa risolversi positivamente “nelle prossime settimane o nei prossimi mesi”. E forse, in un mestiere nel quale le parole vengono pesate quasi quanto le informazioni, è proprio l’ultima frase a dire più di tutte le altre: “Rimaniamo particolarmente vigilanti”.
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