Lafarge fa ricorso contro condanna per finanziamento terrorismo
Il produttore francese di cemento Lafarge, acquisito nel 2015 dal gruppo svizzero Holcim, insieme a otto ex dirigenti hanno inoltrato ricorso contro la condanna inflitta loro a metà aprile dal tribunale penale di Parigi per finanziamento del terrorismo in Siria.
(Keystone-ATS) Lo ha indicato oggi all’agenzia Afp la procura generale della corte d’appello di Parigi.
Il 13 aprile erano stati tutti riconosciuti colpevoli di aver versato, nel 2013 e 2014, circa 5,6 milioni di euro (5,17 milioni di franchi) a gruppi jihadisti armati al fine di mantenere in attività un cementificio a Jalabiya, nel nord della Siria.
La società, “pronta a qualsiasi compromesso con organizzazioni terroristiche”, secondo i termini della sentenza di primo grado, era stata condannata alla multa massima prevista, pari a 1,125 milioni di euro, nonché a pagare un’ammenda doganale di 4,57 milioni di euro insieme a quattro ex responsabili per il mancato rispetto delle sanzioni finanziarie internazionali.
Condannando la “malafede” e la “vigliaccheria” dell’ex presidente della direzione di Lafarge, Bruno Lafont, il quale sostiene di non essere stato informato dei versamenti ai gruppi jihadisti, i giudici avevano pronunciato nei suoi confronti una pena di sei anni di prigione con incarcerazione immediata, avvenuta nella struttura parigina della Santé. Lafont da subito ha presentato una richiesta di scarcerazione. È stata inoltre disposta la carcerazione immediata dell’ex direttore generale aggiunto Christian Herrault, condannato a cinque anni di reclusione: secondo i magistrati “presiedeva alle trattative con lo Stato Islamico al fine di firmare con l’organizzazione terroristica un accordo vantaggioso per lo stabilimento”.
Bruno Pescheux, direttore della filiale siriana di Lafarge dal 2008 al 20 luglio 2014, al quale è stata inflitta la stessa pena, ha invece evitato la detenzione a causa delle sue condizioni di salute. Agli altri ex dirigenti della società erano state inflitte pene che vanno da 18 mesi a sette anni di reclusione.
Riconosciute come parti civili, le ONG Sherpa ed ECCHR (Centro Europeo per i Diritti Costituzionali e Umani) avevano salutato la sentenza di primo grado come una “vittoria importante per la lotta contro l’impunità delle multinazionali coinvolte in gravi violazioni dei diritti umani”.