Votazioni del 10 giugno: scendono in campo i fautori dell’autodifesa
Per l'autodifesa, per la politica di sicurezza e contro Blocher: 140 parlamentari di diversi schieramenti, riuniti in un comitato interpartitico, sostengono la revisione della legge militare riguardante l'invio di soldati armati in missioni di pace.
Anche i sostenitori hanno finalmente aperto la loro campagna, in vista della votazione del 10 giugno sulla revisione della legge militare, la cui modifica principale prevede di dotare di armi per l’autodifesa i soldati svizzeri inviati all’estero in missioni di mantenimento della pace.
Contro il progetto le organizzazioni anti-militariste e, soprattutto, il fronte nazionalista hanno lanciato separatamente un referendum. In particolare quest’ultimo, guidato dall’Associazione per una Svizzera neutrale e indipendente (ASNI) e dall’UDC blocheriana, da settimane ha scatenato una provocatoria propaganda, diffondendo anche immagini ad effetto di cimiteri militari.
In gioco c’è “la credibilità di tutta la nostra politica di sicurezza, all’interno e all’esterno del nostro paese”, ha osservato la consigliera agli Stati PLR Christiane Langenberger. Che la protezione dei soldati svizzeri impiegati in missioni di pace sia affidata alle forze armate di altri paesi è “inammissibile”, ha detto la senatrice, ricordando inoltre che la partecipazione a queste missioni è su base volontaria e che, nel caso l’impegno militare richieda oltre 100 uomini o duri più di tre settimane, la decisione definitiva spetta al parlamento.
“Ogni paese prende in considerazione i suoi interessi nazionali nell’elaborazione della sua politica estera e di sicurezza”, ha spiegato Ulrich Siegrist. Il deputato UDC, esponente dell’ala moderata del partito nonché presidente della Società svizzera degli ufficiali, ha fatto ricorso ad argomenti cari soprattutto all’ASNI per illustrare le ragioni del sì.
Un impegno della Svizzera, ha sottolineato, sarà possibile soltanto se compatibile con il principio della neutralità elvetica. Inoltre le operazioni di promozione della pace contribuiscono alla stabilità e migliorano l’applicazione del diritto internazionale. “Due aspetti che sono nell’interesse di un piccolo paese come il nostro, che non intende aderire a nessuna alleanza”, ha detto Siegrist respingendo le accuse dei referendisti di un’adesione di fatto alla NATO.
Secondo il comitato, che conta 140 parlamentari di tutti i partiti di governo nonché i liberali, l’aiuto militare risulta complementare all’avvio di un processo di ricostruzione civile in regioni problematiche e contribuisce a diminuire i rischi che minacciano la comunità internazionale. Rischi che non sono legati solo alla politica militare, ma che riguardano anche fenomeni come la criminalità organizzata, le catastrofi naturali o le pressioni migratorie.
“È incoerente e poco credibile voler ridurre il numero di richiedenti l’asilo e di rifugiati e impedire contemporaneamente di partecipare a sforzi che permetterebbero a questi rifugiati di rientrare nei loro paesi”, ha stigmatizzato il PPD Josef Leu, riferendosi alle posizioni dell’UDC.
Spaccato tra l’anima pacifista e anti-militarista e quella prevalentemente pragmatica, il PS si è schierato ufficialmente in favore della revisione della legge. Anche il socialista Mario Fehr ha così potuto intervenire nel comitato, approfittandone per lanciare un’ulteriore frecciata all’UDC: “Sono disposto ad appoggiare più volentieri un esercito che permetta a volontari debitamente equipaggiati di proteggersi e di proteggere la popolazione civile in loco, piuttosto che un esercito ridotto secondo la concezione blocheriana, che non vuole assumersi alcuna responsabilità in questo mondo”.
Luca Hoderas
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