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Esportazione di armi: campagna al via

I promotori dell'iniziativa «per il divieto di esportare materiale bellico» hanno lanciato giovedì a Berna la campagna in vista della votazione popolare del prossimo 29 novembre.

«Le vite umane sono più importanti dei profitti dell’industria degli armamenti», si legge nell’argomentario della coalizione composta di una quarantina di organizzazioni, dal Gruppo per una Svizzera senza esercito al Partito socialista, dai Verdi a numerose associazioni che si impegnano per promuovere i diritti umani e la pace.

L’iniziativa vuole vietare l’esportazione e il transito attraverso la Svizzera di materiale bellico, comprese le tecnologie che possono servire a produrlo. Tra le rare eccezioni previste figurano gli ordigni di sminamento, nonché le armi sportive e da caccia.

L’iniziativa viene osteggiata dalle grosse organizzazioni economiche, ossia la Federazione delle imprese svizzere (economiesuisse), Swissmem (organizzazione padronale che rappresenta l’industria meccanica, elettrotecnica e metallurgica) e l’Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM).

Sarà la questione dei posti di lavoro che potrebbero andar persi se l’iniziativa venisse avvallata dal popolo a tener banco nel corso della campagna. Ed è proprio su questa questione che si scontrano i contrari e i favorevoli all’iniziativa.

Per i primi il divieto rischierebbe di far perdere almeno 5 mila impieghi, se non addirittura 15 mila tenendo conto delle imprese civili che forniscono certe componenti. Gli iniziativisti affermano invece che l’industria bellica avrebbe l’opportunità di orientarsi verso il settore ecologico, grazie al quale si potrebbero creare 60’000 posti di lavoro.

Qualora il testo venisse accettato, la Confederazione dovrebbe sostenere economicamente per dieci anni le regioni e le persone attive nel campo dell’armamento toccate dal provvedimento.

swissinfo.ch e agenzie

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