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Sulle tracce delle spie della Stasi

Non tutte le spie sono così facili da reperire. RDB

Commercio internazionale d’armi, giornalisti infiltrati, collaboratori informali: ciò che Erwin Bischof descrive nel suo secondo libro suona un po’ come un romanzo di John Le Carré. Tutto è però reale: durante la Guerra fredda la Stasi è stata assai attiva anche in Svizzera.

Il suo nome di copertura era «Robert». All’inizio degli anni ’80, il famoso giornalista radiofonico e regista di radiodrammi Joachim Staritz ha vissuto e lavorato per oltre sei anni in Svizzera, dove poteva contare su una vasta rete di conoscenze nel mondo della cultura, del giornalismo e della scienza. Nessuno però conosceva il suo lato oscuro: Staritz era un collaboratore informale del Ministero per la sicurezza di Stato, la celeberrima Stasi, i servizi segreti della Germania dell’Est.

Durante il giorno Staritz inscenava radiodrammi all’emittente pubblica di lingua tedesca DRS, dava seminari all’Università di Friburgo e impartiva lezioni di recitazione. La notte redigeva rapporti per la Stasi. Svelava dettagli sulla vita dei suoi amici e conoscenti svizzeri, forniva i nomi di alti funzionari federali coi quali aveva stretto relazioni e forniva informazioni sul loro orientamento politico.

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La Stasi in Svizzera

La vicenda «Staritz» è uno dei 13 casi di spionaggio ai quali lo storico, ex diplomatico e parlamentare cantonale del Partito liberale radicale Erwin Bischof si è interessato per il suo libro «Verräter und Versager – Wie Stasi-Spione im Kalten Krieg die Schweiz unterwanderten» (Traditori e perdenti – Come le spie della Stasi si sono infiltrate in Svizzera durante la Guerra fredda), pubblicato nella primavera di quest’anno.

Per quasi vent’anni Bischof ha passato al setaccio 14 archivi in Germania e in Svizzera. Per fare luce su uno scorcio di storia ampiamente sconosciuto in Svizzera – le relazioni tra la Confederazione e la Repubblica democratica tedesca (DDR) – ha esaminato decine di migliaia di documenti.

Nel 2010 ha pubblicato un primo libro sul tema intitolato «Honeckers Handschlag» (La stretta di mano di Honecker). In «Verräter und Versager» descrive come la Stasi ha operato in Svizzera in ambito politico, economico e militare.

Nato nel 1940, Erwin Bischof ha studiato storia e germanistica a Berna, Bonn e Ginevra.

Tra il 1971 e il 1980 ha lavorato come diplomatico per il Dipartimento federale degli affari esteri, in particolare alla Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Dal 1980 lavora come consulente indipendente in materia di relazioni pubbliche.

Dal 1986 al 1981 è stato deputato per il Partito liberale radicale nel parlamento cantonale di Berna.

Nel 1993 ha fondato l’associazione interforum che, oltre ad occuparsi di edizione, organizza simposi e seminari in ambito economico in Svizzera.

Infiltrazioni comuniste

L’obiettivo di Bischof è di opporsi all’idea di una DDR tutto sommato inoffensiva. «La minaccia comunista era ben più grande di quanto ci si potesse immaginare», indica Bischof a swissinfo.ch. «Tramite 13 dei 500 casi di spionaggio esistenti, ho mostrato come la DDR avesse infiltrato la Svizzera. All’epoca nessuno lo sapeva. Si era completamente ingenui e si pensava che la minaccia da est non riguardasse la neutrale Svizzera».

Coi suoi libri, Bischof vuole contribuire a migliorare le conoscenze sui rapporti tra Svizzera e DDR e a divulgarle meglio tra l’opinione pubblica. Secondo Bischof, il tema è stato commentato anche da diversi politici. «La maggior parte ha salutato il fatto che si faccia luce su un capitolo della nostra storia».

Non sempre così scientifico

Nello stesso tempo, alcuni passaggi del libro di Bischof sono assai critici nei confronti della sinistra «impegnata» svizzera, tra cui il Partito del lavoro, esponenti delle POCH (Organizzazioni progressiste della Svizzera) e dell’ala sinistra del Partito socialista svizzero.

Ad esempio, gli studenti marxisti dell’Università di Berna negli anni 1969/70 sono definiti «infantili», «arroganti e stupidi». Nonché indirettamente colpevoli, assieme ad altri esponenti della sinistra «impegnata», della morte di milioni di persone che i regimi comunisti hanno causato nel mondo intero. Bischof non è tenero neppure nei confronti di molti giornalisti elvetici attivi negli anni ’70 – in particolare quelli della radio e televisione pubblica SSR – aspramente criticati per le loro «tendenze di sinistra».

Queste critiche sono però poco oggettive. Questo aspetto, combinato con alcune digressioni avventurose, delle conclusioni un po’ azzardate e l’uso di espressioni della lingua parlata, diminuisce il grado di scientificità del libro e permette ai detrattori di Bischof di contestarlo, anche se tutti i fatti possono essere dimostrati dalle fonti. «Non voglio essere inattaccabile», risponde. «Un libro che non giudica è solo una mera raccolta di fatti, che non interessa nessuno».

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Molte questioni aperte

«Il modo di procedere di Erwin Bischof è selettivo e non sistematico», osserva Jochen Staadt, responsabile del progetto di ricerca sulla DDR (Forschungsverbund SED-Staat) all’Università libera di Berlino. «Le sue scoperte non rappresentano una grande novità per la Germania. Per la Svizzera, invece, possono dare un impulso importante, poiché finora nella Confederazione, contrariamente a quanto successo in Germania negli anni ’90, questo dibattito non ha avuto luogo».

Staadt definisce gli agenti della Stasi attivi in Svizzera come delle «spie da strapazzo», «piccolo borghesi», che hanno agito per soddisfare la brama della DDR di sapere tutto di tutti.

Ciononostante rimangono ancora aperte molte questioni, prosegue Staadt. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno trasmesso alle autorità giudiziarie elvetiche fascicoli sulle attività della Stasi in Svizzera. Informazioni che finora sono state tenute segrete. «Nessuno sa che fine abbia fatto questo materiale», indica Staadt.

Un altro enigma ancora irrisolto riguarda i soldi di Schalck-Golodkowski, responsabile della Coordinazione commerciale – che si occupava tra l’altro dell’acquisizione di divise estere – della DDR. Durante la guerra Iran-Iraq, la DDR ha venduto armi per un valore di 1,2 miliardi di dollari ad entrambi i paesi, spiega Staadt. «Questi soldi dovevano essere spostati e la Svizzera ha giocato un ruolo importante. Schalck-Golodkowski aveva diversi conti presso la Banca per il commercio e i valori di Zurigo, sui quali erano depositati parecchi milioni di dollari e di marchi tedeschi». Nessuno sa però dove siano andati a finire.

Finora in Svizzera non è stata intrapresa, almeno ufficialmente, nessuna ricerca sistematica. In questo senso, il dibattito rilanciato dal libro di Bischof è politicamente e socialmente rilevante.

Nel suo primo libro, intitolato «Honeckers Handschlag» (La stretta di mano di Honecker, 2010), Erwin Bischof analizza le relazione intercorse tra la Svizzera e la Repubblica democratica tedesca dagli anni ’60 fino alla riunificazione della Germania nel 1990.

In particolare, Bischof mette in luce i rapporti di partiti, chiese, associazioni, intellettuali e media svizzeri con la DDR. L’autore prova, tra l’altro, che il Partito del Lavoro svizzero fu sostenuto non solo ideologicamente ma anche finanziariamente dal Partito socialista unificato di Germania (SED).

Inoltre, Bischof narra i viaggi di alcune personalità svizzere importanti nella DDR, come gli esponenti del Partito socialista Helmut Hubacher e Peter Vollmer o dell’ex direttore della radio svizzera DRS Andreas Blum.

Il suo secondo libro si intitola «Verräter und Versager – Wie Stasi-Spione im Kalten Krieg die Schweiz unterwanderten» (Traditori e perdenti – Come le spie della Stasi si sono infiltrate in Svizzera durante la Guerra fredda). È stato pubblicato nel 2013 presso le Edizioni Interforum.

(traduzione di Daniele Mariani)

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