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Commissione nazionale di etica: a colloquio con Alberto Bondolfi

Alberto Bondolfi: "Compito della commissione è far capire quali sono i costi morali delle scelte che si fanno nella ricerca medica" Keystone

Venerdì si è riunita per la prima volta a Berna la commissione nazionale di etica. Prevista dalla legge sulla procreazione assistita entrata in vigore all'inizio dell'anno, la commissione di 21 membri nominata in luglio dal governo ha come compito soprattutto quello di favorire ed accompagnare la discussione sulle questioni etiche legate alla medicina umana. Prima della riunione abbiamo parlato con uno dei suoi membri, il professore di etica sociale a Zurigo Alberto Bondolfi.

Alberto Bondolfi, quali sono le funzioni della commissione nazionale di etica?

La funzione principale di questi gremi – che per la Svizzera sono nuovi ma in altri paesi hanno alle loro spalle già diversi anni di esperienza – è innanzitutto di cercare di capire meglio cosa sta capitando attorno a noi negli ambiti della ricerca scientifica di punta in medicina e in biologia. Capire di cosa si tratta, capire quali sono i problemi normativi, etici e giuridici che sono legati a queste ricerche.

E poi commissioni del genere dovrebbero cercare di far capire all’opinione pubblica quello che è in gioco e quali siano i costi morali delle scelte che si fanno. Evidentemente queste commissioni non possono prendere il posto né del parlamento, né del popolo e ancor meno del governo e quindi non hanno poteri decisionali. Possono semplicemente consigliare, raccomandare o indicare la posta in gioco, per lasciare poi il processo democratico prendere il suo corso.

Evidentemente la composizione della commissione ha un ruolo importante. Quali criteri sono stati seguiti per mettere insieme la commissione etica?

Se ne sono seguiti molti, tant’è vero che la scelta è avvenuta su un arco di tempo particolarmente lungo rispetto ad altri tipi di commissione. Ce ne sono alcuni che sono quelli classici elvetici che tutti conoscono: varietà della lingue, delle regioni, delle confessioni religiose, dei partiti politici, ecc.. Ma al di là di questa formula, che viene sempre applicata in qualsiasi commissione federale, si è cercato di tener conto innanzitutto di avere, tra i ricercatori, sia delle persone che fanno ricerca di base, sia persone che fanno ricerca applicata.

Tra i medici non si sono voluti scegliere – personalmente trovo a giusta ragione – dei medici di punta che hanno a che fare con problemi particolarmente delicati dal punto di vista etico, perché l’alta specializzazione li avrebbe indotti a disinteressarsi di questioni al di fuori del loro ambito di lavoro. Allora si sono scelti dei medici noti per il loro interesse per le questioni etiche, ma non dei medici particolarmente specializzati.

Mentre invece il grado alto di specializzazione lo si è voluto tra coloro che fanno etica. Si sono scelte persone che da anni lavorano su questi temi e che si sono fatti un nome a livello scientifico. Quindi una commissione specialistica per quanto riguarda gli etici, ma non specialistica per quanto riguarda la classe medica.

Vista la specializzazione di chi si occupa di etica, non è piuttosto probabile che la discussione vera e propria avvenga soprattutto fra di loro?

Dato che l’altra commissione federale, quella che si occupa dei problemi etici della ricerca sugli animali e sulle piante, presieduta dalla dottoressa Andrea Arz De Falco, è stata pure composta in questo modo, si è già potuto far tesoro di una certa esperienza. L’esperienza dimostra che, se gli specialisti di etica quando parlano tra di loro non si fanno capire dagli altri, non hanno nessuna chance di poter avanzare nel loro lavoro.

Quindi molto probabilmente gli specialisti di etica in questa commissione dovranno darsi la briga di far capire quali sono le loro differenze, le loro opinioni divergenti, ma in maniera tale che anche gli altri possano seguire e eventualmente approvare un argomento o un altro. Già all’interno della commissione c’è una necessità di dialogo interdisciplinare e una necessità di farsi capire.

Ha accennato prima alla commissione etica per la tecnologia genetica non umana e alla sua presidente Andrea Arz de Falco, che fa parte anche della vostra commissione. È un caso o c’è stata la volontà di collaborazione tra le due commissioni?

Si tratta di un’eccezione voluta. Si voleva una persona che facesse da tramite tra le due commissioni e questo legame è dovuto anche al fatto che alcune forme di ricerca sulla materia vivente fanno poca distinzione tra ricerca sulle piante, sugli animali e sull’uomo. Le faccio un esempio: la ricerca proposta al Fondo nazionale per la ricerca dalla signora Jaconi dell’Università di Ginevra, riguardante le cellule staminali, è una ricerca che intende lavorare prima su cellule mutate geneticamente di topi, per poi passare all’uomo. Il caso dimostra quanto sia importante che nei luoghi in cui si riflette su questi problemi si tenga conto del passaggio dal regno vegetale a quello animale e poi a quello umano.

Non sarebbe allora forse il caso di andare verso una commissione unita, che si occupi sia dell’ambito umano che di quello non umano?

È un’opzione che il governo avrebbe potuto scegliere già alcuni anni fa, ma che non è stata scelta per vari motivi. Io ho sottolineato ora gli aspetti di comunanza, ma ci sono anche aspetti di diversità, perché quello che eticamente è in gioco quando si fanno delle ricerche su piante e animali è diverso da quello che è in gioco quando si ricerca sull’uomo.

Come diceva prima, commissioni etiche esistono anche all’estero e molte hanno cominciato a lavorare anche prima di quelle elvetiche. Si può provare a fare un paragone fra la via seguita in Svizzera e quella in altri paesi europei?

A livello di contenuti, di metodo di lavoro, direi che ci sono delle forti analogie e quindi la Svizzera al limite può approfittare delle esperienze fatte altrove. Se invece si comparano questi vari comitati nazionali di etica dal punto di vista della struttura evidentemente ognuno è fatto su misura del sistema politico vigente nel suo paese.

Le faccio anche qui degli esempi: l’Italia prevede un comitato nazionale di etica che dipende direttamente dal presidente del consiglio. Questo dà al comitato nazionale di etica una forte connotazione governativa, d’altro canto ha però un punto debole, perché ogni volta che cade il governo cade anche il comitato nazionale di etica e bisogna rifarlo.

Altri paesi, come la Francia, fanno del comitato nazionale di etica un gremio assolutamente indipendente dall’amministrazione. In Francia dipende direttamente dal presidente della repubblica e quindi non è legato al meccanismo dei partiti. La nostra è una commissione tipicamente elvetica in cui da una parte abbiamo un grado alto di autonomia, quindi non siamo parte dell’amministrazione federale, però nel medesimo tempo seguiamo le regole di ogni commissione federale.

Intervista a cura di Andrea Tognina

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