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Critiche al governo e al mondo economico dal Comitato «Sì all’Europa»

Il consigliere nazionale Marc Suter rinfaccia agli ambienti economici di aver voltato le spalle ai promotori dell'iniziativa Keystone

A pochi giorni dal voto del 4 marzo, i sostenitori della proposta che chiede a Berna di avviare al più presto negoziati di adesione con Bruxelles hanno denunciato le incongruenze del Consiglio federale in questa campagna. Il mondo economico è invece accusato di accontentarsi dei bilaterali e di dimenticarsi delle piccole imprese esportatrici.

Gli iniziativisti sono un po’ delusi di aver raccolto «solo» la metà degli 1,4 milioni di franchi che intendeva racimolare per finanziare la campagna di propaganda. Ma «tenuto conto del nostro isolamento al momento del lancio di questa campagna» è un importo tutto sommato rispettabile, ha detto il consigliere nazionale Marc Suter (PLR/BE).

Gli ambienti economici che contano in Svizzera ci hanno girato le spalle – ha aggiunto – preferendo i partigiani del no, i quali non hanno dovuto far altro che tendere la mano. I mancati introiti hanno costretto ad interrompere anzitempo la campagna di affissione e di propaganda sulla stampa, ha precisato Suter.

Dopo la conclusione dei bilaterali, sostiene l’imprenditore Ernst Thomke, gli ambienti bancari e assicurativi in particolare sono caduti in una specie di torpore. Per Thomke, un allontanamento dall’Europa comporterebbe maggiori costi amministrativi e un apprezzamento del franco rispetto all’Euro, e ciò potrebbe avere conseguenze nefaste sulla sopravvivenza delle piccole e medie imprese – «la linfa dell’economia Svizzera» – che fanno affari anche all’estero.

Dopo l’economia, gli strali del comitato «Sì all’Europa» si sono abbattuti sul consiglio federale, che ha tra i suoi obiettivi strategici l’adesione all’UE ma che attualmente chiede di votare no il 4 marzo.

René Schwok, professore all’Università di Ginevra, ha detto che i negoziati di adesione all’UE potrebbero durare cinque anni – se non di più – e non solo 18 mesi come sostenuto da Pascal Couchepin. Un sì all’iniziativa – ha poi aggiunto – non significa l’inizio automatico dei negoziati: tutto è negoziabile con Bruxelles e in ogni caso alla fine saranno popolo e cantoni ad esprimersi.

Più duro il consigliere nazionale PPD giurassiano François Lachat, che ha rinfacciato all’esecutivo di essersi lasciato irretire dagli avversari dell’iniziativa, per i quali il sì ai bilaterali ha assunto di fatto il valore di una moratoria sull’adesione, se non addirittura il rinvio sine die di ogni avvicinamento.

In caso di un «no» – si è domandato Lachat – che cosa rimarrà della strategia del governo che prevede l’adesione all’Unione Europea? A suo avviso, a differenza di quanto affermato finora, sarà un «no» alle urne a legare maggiormente le mani al governo: per negoziare con Bruxelles, Berna non dovrà trovarsi in una posizione di debolezza.

swissinfo e agenzie

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