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Diritti umani: una giornata di riflessione anche per la Svizzera

10 dicembre: giornata internazionale dei diritti umani Keystone

Ancora oggi i diritti umani vengono sistematicamente calpestati in tutto il mondo. Anche la Svizzera, che viene spesso considerata un paese modello, è chiamata a riflettere sui suoi rapporti con gli Stati che non rispettano le libertà fondamentali.

Che dire di paesi dove non viene garantito un minimo esistenziale a tutti i cittadini, dove non esiste una vera e propria libertà di stampa e di espressione o, come negli Stati Uniti, un paese sempre in prima fila quando si tratta di difendere i diritti delle minoranze, dove viene ancora applicata la pena di morte?

Sono interrogativi che si pongono le grandi multinazionali svizzere, gli istituti bancari elvetici e anche il governo. Come evitare gli abusi in questo campo? Dove intervenire per distanziarsi dalle autorità, ma aiutando le popolazioni? Dove porre dei limiti? A livello federale, il Dipartimento degli esteri applica, a questo proposito, le sanzioni decise dal Consiglio di sicurezza dell’ONU nei confronti di determinati paesi e segue anche le sanzioni economiche volute dall’Unione europea.

Ciò non significa, dichiara Livio Zanolari, portavoce del Dipartimento degli esteri, che la Svizzera non è presente in nessun Paese dove si registrano degli abusi, magari minori, nel campo dei diritti umani. Questo perché secondo la filosofia della politica estera si può dialogare e discutere sui diritti dell’uomo solo se si è presenti anche in altri campi. Il ruolo delle ambasciate svizzere in questi paesi, afferma Zanolari, è dunque estremamente importante perché proprio grazie a queste istituzioni la Svizzera può far passare il suo messaggio umanitario.

Inoltre, proprio grazie alla presenza di organizzazioni ed enti svizzeri come la Direzione allo sviluppo e alla cooperazione (DSC),la Svizzera si impegna sul posto in progetti che hanno come scopo principale il rispetto dei diritti dell’uomo.

Per molte ditte tuttavia, il profitto resta lo scopo principale della loro attività in un paese straniero. In questo caso il governo interviene solo se le ditte in questione violano le sanzioni applicate a livello internazionale. Altrimenti si limita a dare suggerimenti, indicazioni, istruzioni.

Anche una multinazionale come la Nestlé ritiene che la presenza di una ditta svizzera, in un paese che viola i diritti umani, possa avere anche un effetto positivo. Per la grande ditta, attiva nel settore alimentare, non spetta a chi è ospite di un paese straniero, dettare le proprie leggi, anche se il paese in questione viola certi diritti fondamentali. Francois Xavier Perroud, capo del Dipartimento comunicazioni della Nestlé è del parere che se la sua ditta dovesse tener conto di tutte le violazioni dei diritti umani nel mondo, allora non dovrebbe nemmeno vendere Nescafé in Vaticano perché il Vaticano non conosce il suffragio universale.

Per la Nestlé spetta alla ditta stessa garantire ai suoi dipendenti condizioni giuste e umane, indipendentemente da quanto succede nel paese dove ha investito, proprio per non incorrere nelle critiche che accusano le multinazionali di voler determinare le sorti delle nazioni dove operano.

Le grandi banche, pure al centro di molte critiche, hanno dal canto loro iniziato a proporre alla clientela fondi d’investimento “eticamente puliti”. Credit Suisse e UBS si sono specializzati soprattutto in titoli che rispettano determinati criteri ecologici e sociali, escludendo investimenti nei settori nucleari e degli armamenti.

Un buon inizio, come riconosce anche la Dichiarazione di Berna, l’organizzazione che dal 1968 si batte in favore di relazioni nord-sud più eque. Tuttavia, se si tiene conto del fatto che in Svizzera i guadagni in borsa non vengono tassati, come succede invece per i salari, anche chi investe in valori “eticamente accettabili” contribuisce ad ingrandire il fossato fra ricchi e poveri.

Elena Altenburger

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