I cantoni vogliono proteggersi in vista di un’adesione all’UE
Viste le esperienze poco soddisfacenti dei Länder tedeschi e austriaci, i cantoni elvetici vorrebbero disporre di un organo collettivo, che consenta loro di avere un po' di voce in capitolo a Bruxelles, quando la Svizzera avrà concluso il suo processo di integrazione nell'Unione Europea (UE).
Nuove strutture giuridico-costituzionali interne devono assolutamente anticipare una completa integrazione Svizzera all’UE, sottolina il rapporto «I cantoni di fronte alla sfida dell’adesione all’UE», presentato venerdì a Berna dalla Conferenza dei governi cantonali (CdC).
Al fine di tutelare gli interessi dei cantoni, che avranno nuovi compiti e meno competenze, a livello politico potrebbe essere utile un Consiglio degli Stati più rappresentativo delle volontà cantonali, in parte sul modello del Bundesrat tedesco, o una CdC di maggior peso con una funzione chiaramente istituzionalizzata.
Il federalismo svizzero non deve più essere concepito come «una autodeterminazione in territorio protetto», ma come un nuovo «federalismo di partecipazione» efficace, ha rilevato il consigliere di Stato argoviese Thomas Pfisterer, presidente del gruppo di lavoro «EuRefKa» (Europa Riforme Cantoni), creato nel 1998 per redigere il consistente documento, che vuole fornire ai governi cantonali le linee di discussione politiche ed economiche per elaborare una loro chiara posizione in materia.
Il rapporto del gruppo di esperti – 353 pagine – offre una panoramica delle conseguenze di un’adesione all’UE e tutta una serie di proposte di riforma nella ripartizione di compiti e competenze, nella politica fiscale e finanziaria, nella partecipazione dei cantoni alla politica europea in caso di adesione, nel diritto di voto a livello comunale e nei futuri compiti di amministrazione della giustizia.
Dal punto di vista finanziario, bisogna tutelare l’autonomia dei cantoni dal cambiamento del sistema fiscale e dall’aumento del tasso di imposta sul valore aggiunto (IVA). L’armonizzazione dell’IVA su un livello europeo del 15 percento – ha spiegato il professor Claude Jeanrenaud dell’Università di Neuchâtel – dovrà probabilmente essere compensata da una riduzione delle imposte cantonali dirette per non aumentare eccessivamente la pressione fiscale generale.
Rispetto al 7,5 percento attuale, l’IVA al 15 percento dovrebbe fruttare alla Confederazione qualcosa come 7 miliardi di franchi supplementari, una volta tolti i 3,1 miliardi che Berna darà all’UE e i 5 miliardi per le assicurazioni sociali. Perché queste entrate non rechino eccessivo pregiudizio all’autonomia finanziaria costituzionale dei cantoni, il rapporto di esperti propone ad esempio che esse siano impiegate per diminuire i contributi sociali versati da dipendenti e da datori di lavoro.
La necessità e l’utilità di una maggiore integrazione svizzera nell’UE non sono nemmeno messe in discussione: in qualsiasi forma di adesione, con unione monetaria o no, la crescita economica sarà stimolata. Ma si tratta di stabilire per tempo e con chiare linee le forme di adattamento delle strutture della Confederazione ai suoi bisogni futuri, in particolare per la ripartizione delle competenze fra Berna e cantoni. Lo mostrano gli esempi poco soddisfacenti di Austria, Germania – ha sottolineato il consigliere di Stato Peter Schönenberger, presidente della CdC.
swissinfo e agenzie
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