Il “made in Italy” alla conquista della lingua tedesca
Quando una persona di lingua madre italiana si muove nella Svizzera tedesca fa delle scoperte linguistiche strane. Gli abitanti d'oltralpe utilizzano infatti l'italiano come bacino a cui attingere parole e significati. Il fenomeno che può urtare la sensibilità linguistica dei parlanti nativi dell'italiano, ma non solo, ha delle ragioni sociali e sembra prendere sempre più piede nella quotidianità svizzero-tedesca.
Si potrebbero citare due esempi a bruciapelo, scovati scorrendo con gli occhi sul menu di una pizzeria d’oltralpe: un’insalata di “ruccola” che promette di essere particolarmente piccante e un’improbabile “pizza quattro stazioni”. Ma non sono solo gli errori di battitura ad attirare l’interesse.
Nei centri delle città elvetiche si incontrano parole nuove. Italiane, almeno così sembrerebbe di primo acchito. Ma “Brilleria”, “Bistretto”, o “Cavino” non sono parole registrate in un dizionario. Eppure, per tutti gli svizzero-tedeschi il significato trasmesso dai nomi di questi negozi è evidente.
Nel primo si comperano gli occhiali, il secondo è un caffè e nel terzo caso si tratta di un’enoteca. Evidente, ma solo per chi non parla esclusivamente l’italiano, è il significato di “Condomeria” che promette un’ampia gamma di preservativi. In tutti i casi si tratta di un connubio tedesco-italiano o francese-italiano.
Anche la catena di negozi “Mobitare” invita al piacere dell’arredamento coniugando “mobili” e “abitare”. Implicitamente il nome richiama ad una qualità di vita tutta italiana o almeno lascia riecheggiare quell’ideale che i nordalpini tendono a proiettarvi.
Il gigante della distribuzione al dettaglio Migros, da parte sua, propone una sezione delicatezze chiamata “Gourmessa” e un reparto fiori dei superlativi: “Florissimo”. A Zurigo, l’azienda pubblica dei trasporti ne ha inventata un’altra: i biglietti di tram e autobus si comperano alla “Ticketeria”.
Nel campo della sete si trovano “Rivella” che potrebbe avere qualche eco italica. Più semplice il caso di “Orangina”. Curioso invece il prodotto surgelato “Panizza”.
Nella quotidianità poi si sentono espressioni come “ciao, ci vediamo” o un “saluti”, deturpato a volte in “saletti” e affini. Per non parlare poi dei riferimenti climatici e sociali: una “piazza” è per i giornali della Svizzera tedesca, un luogo pieno di gente festosa, il “sole” riscalda sicuramente più del parallelo “Sonne”.
Le ragioni dell'”adozione linguistica”
Insomma, gli svizzeri tedeschi hanno accolto nella loro quotidianità termini di altre lingue, utilizzandoli con disinvoltura. La professoressa Rita Franceschini ha coniato un termine per questo fenomeno: “adozione linguistica”.
Da circa dieci anni Rita Fanceschini, linguista presso l’Università di Basilea e da un’anno e mezzo all’Università di Saarbrücken, osserva il fenomeno, “certo di striscio – osserva nel rispondere a swissinfo – per curiosità”.
“Ci sono forse due ragioni – continua la professoressa- per spiegare il fenomeno. Da una parte gli emigrati italiani si sono inseriti bene nella realtà svizzera, rimanendo fieri della loro lingua e cultura. E la maggioranza di lingua tedesca ha colto così, per esposizione spesso passiva, alcuni elementi di questa presenza, facendoli evidentemente propri”.
Una seconda ragione – spiega ancora Franceschini – è il successo del “made in Italy”, che è assurto a simbolo di uno stile di vita, trasmesso soprattutto dalla moda, nel design, ma anche nell’alimentazione”.
La lingua italiana inoltre si presta a dei giochi linguistici. I suffissi, in particolare “-eria”, che indicano chiaramente la natura del luogo si lasciano combinare in maniera infinita.
Ma perché questo succede molto meno nelle altre regioni linguistiche? Per Rita Franceschini le situazioni sono diverse. Il francese ha un passato storico definito dall’Accademia che è riuscita a rallentare la permeabilità della lingua verso gli influssi esterni.
Il tedesco, soprattutto quello parlato in Svizzera, ha invece una lunga tradizione di contatto con le altre lingue. La politica elvetica, con una terminologia che spesso assume caratteri pan-elvetici, ne è un esempio lampante.
Per il momento l’adozione linguistica di termini italiani si può ritenere solo una moda, un fenomeno provvisorio, almeno in Svizzera. “Ma in generale assistiamo a delle fusioni e a delle interferenze fra le lingue, date dalla società multiculturale. Si tratta di tendenze, per così dire, che portano ad un “bricolage” linguistico spontaneo che non è più ritenuto fuori dal normale, ma entra a far parte della quotidianità”.
Daniele Papacella
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