L’altro servizio alla Patria: l’ora del bilancio
Cinque anni fa, ultimo paese dell'Europa occidentale, la Svizzera si dotava di un servizio civile in alternativa alla scuola reclute. Per chi non concilia coscienza e armi esiste dunque oggi la possibilità di prestare un servizio in sostegno della comunità.
“A lungo chi si rifiutava di portare le armi era ritenuto un cattivo cittadino, se non addirittura un traditore e finiva semplicemente in prigione”, ricorda Luca Buzzi responsabile del servizio di consulenza ticinese per gli obbiettori di coscienza. Ma la logica della Guerra fredda ha fatto il suo tempo. Inoltre la carriera militare non è più condizione per avere successo nell’economia privata e la libertà di coscienza è diventata, in ossequio dei diritti umani, un principio riconosciuto anche dalla legge.
Cittadino e soldato: questo è il profilo di ogni svizzero. Fino al 1996 chi si rifiutava di fare il servizio doveva passare davanti ad un tribunale militare. Con le nuove disposizioni invece la competenza è stata trasferita ad un ufficio federale.
“Per accedere al servizio civile – spiega il capo dell’Ufficio centrale del servizio civile, Samuel Werenfels – è necessario appurare la presenza di un conflitto di coscienza”. Una definizione tanto aperta non è però univocamente applicabile. Gli addetti si limitano a cercare la coerenza nelle “richieste morali” dei richiedenti, valutando individualmente ogni caso.
Buzzi però ritiene questo esame indegno di un paese civile e democratico: “Voler misurare la coscienza dell’individuo è assurdo. Inoltre – fa notare Buzzi – il servizio non è riconosciuto come contributo valido e complementare al militare, lo conferma l’ammissione estremamente rigida. C’è la legge, ma la mentalità non è cambiata.”
Le cifre
In Svizzera si sono registrate nel 2000 circa 1400 domande per accedere al servizio civile. Meno di 1200 sono state accolte. Una cifra modesta se confrontata con i 35’000 giovani che si presentano alla leva. “Inoltre più della metà dei richiedenti ha svolto la scuola reclute – spiega Werenfels – e ha dunque già un’esperienza militare che porta poi a questa domanda d’esonero dalle armi.”
Spesso i giovani preferiscono l’esonero completo dagli obblighi militari, facendosi scartare. Sono ben 10’000 gli esonerati dal servizio militare. La maggior parte, dicono le statistiche, evitano la scuola reclute dopo una visita dallo psicologo. Per loro c’è un futuro nella Protezione civile e come contribuenti della tassa militare: questi vengono infatti automaticamente esclusi anche dal servizio civile.
Solo chi è abile, ma non intende servire la patria con il fucile d’ordinanza, può accedere ad altri servizi. Nei cinque anni di rilevamento il numero di richieste si è però mantenuto al di sotto delle previsioni. Probabilmente è la durata del servizio sostitutivo a limitare l’interesse, anche se il prolungamento è ufficialmente definito come compensazione.
Werenfels precisa: “La scuola reclute è più intensa. I soldati sono presenti 24 ore su 24, mentre il servizio civile è svolto di regola nei margini dell’attività civile, con un rientro alla vita privata la sera”. Il periodo corrisponde attualmente ancora ad una volta e mezzo il servizio militare. Ma per gli obbiettori di coscienza la durata maggiore dell’alternativa alle armi è ingiustificata, “quel che conta è la qualità del servizio prestato che deve essere aperto, senza discriminazione”.
I traguardi raggiunti
I responsabili del servizio si dicono comunque soddisfatti dell’applicazione della legge. “Il nostro modello funziona e pone giusti limiti all’accesso al servizio civile” dice Werenfels, respingendo le accuse che giungono soprattutto da sinistra. “Il servizio civile non è in concorrenza con il servizio militare e per la Confederazione la leva obbligatoria non è in discussione.”
La propensione per il servizio civile segnala comunque un modesto aumento. Per l’anno in corso i responsabili prevedono un numero di richieste maggiore all’anno scorso. “Probabilmente saranno 1800 – spiega Werenfels – ma questo avviene, perché l’opzione è più conosciuta. Ma il passaparola non basta, in proporzione non aumentano le domande accettate. La quota rimane stabile intorno al cinque per cento.”
La revisione legislativa che arriverà prossimamente in Parlamento non mette in discussione i principi formulati nel 1996. La procedura di consultazione ha dimostrato che esiste una larga adesione di partiti e organizzazioni allo status quo. “Noi del Ufficio ci aspettiamo essenzialmente una definizione migliore di “conflitto di coscienza” per poter decidere con maggiore sicurezza.”
Per Buzzi invece c’è ancora molto da fare: “Si limita la possibilità di offrire dei servizi utili, prestati da giovani motivati, a favore della società. E poi si apre l’esercito alle donne, ma le si esclude dal servizio civile.” Sia Werenfels che Buzzi comunque sono unanimi nell’affermare che ci vorrà tempo, probabilmente decenni, per un cambiamento radicale. “Forse – conclude Buzzi – con la diminuzione dell’organico dell’esercito, ci avvicineremo agli altri paesi europei, dove l’apporto degli obbiettori di coscienza è già insostituibile.”
Daniele Papacella
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