L’eco di Davos
Mentre il Forum economico mondiale ha chiuso i battenti, la discussione sulle misure di sicurezza adottate dalle autorità di polizia sembra destinata a continuare ancora a lungo. Mettendo in ombra i temi dibattuti durante il vertice dai leader internazionali.
Il Forum economico mondiale del 2001 passerà senza dubbio alla storia per la dimensione inedita delle misure di sicurezza approntate dalle forze dell’ordine elvetiche. Volendo discutere sulle prospettive di superamento delle divisioni sociali nell’epoca della globalizzazione, il Forum è stato costretto dalla contestazione a barricarsi dietro un dispositivo di protezione che – per l’ironia della sorte o per l’astuzia della ragione – appariva come la rappresentazione stessa di quelle divisioni. Un fatto che avrà certo degli influssi sull’immagine della manifestazione.
Ma ciò non deve indurre a soprassedere sui contenuti del Forum 2001, che non è stato privo di ospiti illustri e di discussioni importanti. Prima fra tutte, quella sulla globalizzazione, che ha dimostrato quanto i leader economici e politici mondiali siano coscienti – senza voler qui entrare nel merito della loro buona fede rispetto alle promesse di sviluppo sostenibile – che gli effetti della liberalizzazione dei mercati stanno dando fiato ad un movimento di resistenza sempre più forte e organizzato, che non potrà essere ignorato.
In questo senso, Kofi Annan, segretario generale delle Nazioni Unite, ha ammonito i rappresentanti dell’economia che le imprese multinazionali dovranno imparare a diventare cittadini globali coscienti, se non vogliono essere vittima di una reazione sempre più energica contro la mondializzazione.
All’interno del Forum soprattutto i rappresentanti del sud del mondo hanno espresso pareri critici rispetto alla globalizzazione così come si presenta attualmente. Ad esempio il presidente sudafricano Thabo Mbeki, che ha ricordato come il divario tra nord e sud si stia allargando e ha invitato il nord ad aprire i propri mercati ai prodotti del sud. O il ministro delle finanze indiano Yashwant Sinha, che ha riassunto efficacemente la questione in questi termini: “Il sud non chiede elemosine, ma uguali opportunità ed uno scambio equo.”
Del resto anche il direttore generale dell’Organizzazione mondiale per il commercio, Mike Moore, ha ammesso che l’attuale sistema non è equilibrato e che lo status quo deriva da un compromesso ormai superato. Secondo il presidente della Banca mondiale James Wolfensohn tuttavia, la globalizzazione in sé sarebbe inevitabile. E il politologo tedesco Elmar Altvater ha ricordato che l’alternativa all’apertura dei mercati, il protezionismo, è stato la causa di due guerre mondiali.
Altro tema che ha fatto discutere è stata la situazione economica degli Stati Uniti: l’aria di recessione che spira da oltre Atlantico – o meglio il raffreddamento della congiuntura, come vuole la terminologia prudente attualmente in voga fra i commentatori economici – desta naturalmente preoccupazione.
Molti partecipanti al Forum si sono tuttavia detti fiduciosi che l’attuale congiuntura non sia destinata ad evolversi in direzione di una vera recessione: così il rappresentante del Fondo monetario internazionale Stanley Fischer, il quale ritiene che bisognerà semplicemente correggere verso il basso le aspettative di crescita statunitensi. È opinione corrente che l’economia USA sia abbastanza robusta da potersi riprendere. Semmai quest’anno il tasso di crescita europea potrebbe compiere il sorpasso rispetto a quello statunitense.
Accanto ai temi strettamente economici, il Forum ha dato spazio, come da tradizione, anche ad alcuni protagonisti della politica internazionale. Grande attenzione ha suscitato la presenza a Davos del presidente dell’Autorità palestinese Yasser Arafat, il quale, pur condannando fermamente il trattamento dei palestinesi da parte di Israele, ha espresso in presenza del suo interlocutore diretto, Shimon Peres, la volontà di continuare il dialogo.
La speranza che dal Forum scaturisse un’intensificazione degli sforzi di pace in Medio Oriente, speranza sostenuta dalle offerte di mediazione da parte delle autorità elvetiche, è stata tuttavia smorzata dalla decisione del premier israeliano Ehud Barak di congelare i negoziati fino alle elezioni del 6 febbraio.
Fra gli altri ospiti molto attesi dal Forum, il presidente jugoslavo Vojislav Kostunica, la cui presenza è stata però oscurata dalle accuse della procuratrice del Tribunale ONU per i crimini contro l’umanità, Carla Del Ponte, la quale ha stigmatizzato la scarsa volontà di collaborazione delle autorità di Belgrado nella persecuzione penale dell’ex-presidente Milosevic.
Ma torniamo ad uscire idealmente dal centro dei congressi di Davos, a superare guardie armate e filo spinato e ad osservare le discussioni, le polemiche, le accuse che hanno offuscato il Forum 2001 e che promettono di sfociare in un lungo dibattito sulla proporzionalità delle misure di sicurezza rispetto alle reali minacce di disordini e sulla legittimità stessa del Forum nella sua forma attuale.
Intanto si può fare una premessa. È indubbio che la polizia, come hanno tenuto a sottolineare le autorità grigionesi, ha raggiunto il suo obiettivo: nessuna manifestazione violenta ha turbato la quiete di Davos. Ma è una vittoria puramente tecnica, che sul piano politico rischia di rovesciarsi nel suo contrario.
Con la loro presenza pervasiva, con i controlli a tappeto lungo le vie di accesso a Davos, dal sapore necessariamente arbitrario – le intenzioni di un manifestante non si possono certo leggere dal suo aspetto esteriore – le forze dell’ordine hanno contribuito a mettere in discussione il Forum più di quanto avrebbero mai potuto fare le poche migliaia di manifestanti intenzionate a seguire l’appello del coordinamento anti-OMC. Per dirla con un paradosso, non c’è miglior manifestante di un agente in tenuta antisommossa.
Viceversa, si potrebbe anche dire che non c’è miglior modo di offrire argomenti a favore di un ampio dispositivo di sicurezza che rompere vetrine e incendiare automobili, come ha fatto una parte dei manifestanti finiti a Zurigo dopo essere stati bloccati sulla via di Davos.
Ma cerchiamo di fare il punto sullo stato attuale della discussione sulle misure di sicurezza a Davos e sul futuro del Forum.
Da parte delle organizzazioni non governative, la reazione non si è fatta attendere: già nel corso del Forum le ONG presenti nella manifestazione alternativa Public Eye on Davos – peraltro soddisfatte del loro congresso -hanno denunciato le misure di polizia, che hanno colpito anche alcuni dei loro invitati e dei partecipanti alle discussioni.
E sedici ONG accreditate al Forum economico hanno chiesto agli organizzatori una presa di posizione sulle misure di sicurezza e la formulazione di un impegno in difesa della libertà di espressione. I rappresentanti del Forum, per bocca di Claude Smadja, hanno però affermato di non voler esprimersi su un argomento, la sicurezza, che è di esclusiva competenza delle autorità politica, pur affermando la volontà di mantenere e approfondire il dialogo con gli oppositori.
Le ONG si sono rivolte con una lettera aperta anche al presidente della Confederazione Moritz Leuenberger, invitando le autorità elvetiche a rivedere la propria strategia in vista del 2002, pur non mettendo in discussione il principio che la sicurezza del Forum vada garantita. La recente esperienza avrebbe creato dei precedenti che potrebbero mettere seriamente in discussione la legittimità del prossimo Forum economico.
Finora, nelle loro dichiarazioni, i consiglieri federali, e Leuenberger in testa, hanno teso a giustificare l’azione della polizia. Il tema non è comunque destinato a sparire dalla loro agenda, dal momento che i Verdi hanno inoltrato un’interpellanza urgente in cui chiedono al Consiglio federale di prendere posizione e il consigliere nazionale del Partito del Lavoro Josef Zisyadis ha annunciato di voler sporgere denuncia per diffamazione contro Kaspar Villiger, il quale avrebbe definito “criminali” i manifestanti.
Il dibattito avrà certamente una lunga eco nelle aule di giustizia, perché oltre a quella di Zisyadis, anche altre azioni legali sono annunciate, sia da parte degli organizzatori di Public Eye, sia da parte di singole persone fermate dalla polizia mentre tentavano di raggiungere Davos. Quattro denuncie di cittadini tedeschi, tra cui un giornalista, sono già state depositate presso le autorità giudiziarie.
A far discutere contribuirà anche la questione dei costi: il dispositivo di sicurezza costerà attorno ai 5 milioni di franchi, mentre si aggirano sulle centinaia di migliaia di franchi i danni provocati dai manifestanti a Zurigo. Molto minori invece i danni subiti dai vagoni delle Ferrovie federali e della Ferrovia retica che trasportavano i manifestanti. Ancora ignoti i costi dell’interruzione del servizio delle Ferrovie retiche verso Davos. Le assicurazioni hanno già fatto sapere che, benché non obbligate, assumeranno le spese per gli atti vandalici.
Tutto questo metterà in discussione l’organizzazione del Forum economico mondiale a Davos? Al momento pare di no. Sia le autorità grigionesi, sia Klaus Schwab hanno assicurato che nel 2002 il Forum avrà luogo di nuovo nella cittadina grigionese. Il fondatore della manifestazione ha inoltre assicurato, nel tentativo di smorzare le polemiche, che farà tutto il possibile per dare maggiore spazio al dialogo sugli aspetti controversi della globalizzazione. Ma ha anche aggiunto: “Potremmo organizzare la manifestazione annuale ovunque nel mondo.”
O magari nello spazio come ha suggerito ironicamente uno dei messaggi inviati nel quadro dell’azione “Hello Mr. President” di swissinfo?
Andrea Tognina
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