La sfida delle ONG al Forum economico mondiale
Convinte che il Forum economico mondiale non sia legittimato a rivendicare il ruolo di protagonista nella discussione sulle prospettive di sviluppo economico e politico mondiale, un gruppo di organizzazioni non governative internazionali era presente a Davos con l'iniziativa "Public Eye on Davos", un convegno per dibattere le possibilità di democratizzare la globalizzazione.
Lori Wallach estrae un pesante malloppo dalla sua borsa e lo lascia cadere sul tavolo dei relatori di Public Eye on Davos, con un tonfo sordo. “Ecco”, dice, “queste sono gli accordi che stanno alla base dell’Organizzazione mondiale per il commercio”. La globalizzazione non è un fenomeno di natura, non è un’evoluzione spontanea dell’economia mondiale, ma è il frutto di una serie di decisioni politiche. Questo è ciò che significa il gesto dell’esponente di Public Citizen, l’associazione statunitense fondata da Ralph Nader.
Se la globalizzazione non è un fenomeno naturale, allora vi sono degli spazi d’intervento per imporre delle regole, per ammortizzarne l’impatto sui paesi del sud, sulle risorse naturali, sulla democrazia. A quegli spazi guarda in questi giorni e fino a domenica il convegno Public Eye on Davos.
Organizzato dalla Dichiarazione di Berna insieme a Friends of the Earth, Asociación latinoamericana de organizaciones de promoción, Focus on the global south, Genetic resource action international, Women in development Europe, Tebtebba foundation e World development movement e sostenuto da 134 ONG in 38 paesi, Public Eye on Davos si svolge per la seconda volta nella cittadina grigionese.
Lo scorso anno, il contro-convegno delle ONG aveva ancora accettato il dialogo con il Forum economico. Quest’anno non più, anche se alcuni partecipanti sono accreditati per il Forum. “Davos è sintomatica per la privatizzazione delle questioni d’interesse pubblico”, spiega Peter Bosshard, della Dichiarazione di Berna, “le ONG non sono più intenzionate ad accettare che un’istituzione privata, formata da 2000 grandi aziende, tracci la mappa del futuro globale.
“È questo il motivo per cui le ONG che sostengono Public Eye on Davos hanno preferito affrontare per conto proprio, lontano da quella che definiscono la retorica del Forum, i problemi legati alla globalizzazione. L’esperienza, dice Duncan McLaren di Friends of the Earth, insegna che le promesse di autoregolamentazione da parte delle aziende multinazionali si riducono spesso ad una pura operazione di immagine, che non conduce a risultati concreti.
Per i relatori di Public Eye, la questione si pone allora in termini di democrazia e di trasparenza: ad una globalizzazione che corre sui binari di accordi a porte chiuse, va contrapposta una gestione dell’evoluzione dell’economia mondiale che sia oggetto di dibattito pubblico e che coinvolga nei processi decisionali i cittadini e le comunità locali. Dove sono in gioco interessi pubblici è necessario che vi siano degli strumenti di controllo che garantiscano degli standard rispetto alla protezione dell’ambiente, della democrazia e dei diritti umani.
Come nota Jessica Woodroffe, del World development movement, se le aziende multinazionali, attraverso gli accordi sul commercio internazionale, hanno acquisito una serie di diritti che le pongono di frequente al di fuori delle possibilità di controllo da parte degli stati nazionali, bisogna ora spostare il baricentro della globalizzazione dalla parte dei doveri, delle responsabilità che le imprese devono assumere nei confronti delle persone e dell’ambiente. E questa responsabilità deve essere affidata a dei meccanismi di controllo o, detto altrimenti, a dei meccanismi politici globali.
Va da sé che allo stato attuale, quelle delle ONG rimangono delle proposte. Mettere in atto una legislazione anti-trust e dei sistemi di tassazione omogenei a livello internazionale, inserire negli accordi internazionali sul commercio delle clausole vincolanti rispetto all’ambiente e ai diritti umani, frenare la liberalizzazione dei mercati finanziari globali, sono dei postulati che per essere realizzati richiedono una forte mobilitazione. Si tratta, in altri termini, di una questione di potere.Ed è evidente che le ONG sono ben lontane dal disporre di un’influenza paragonabile a quella delle multinazionali. Basta essere a Davos in questi giorni, per constatarlo: mentre agenti di polizia e militari, pagati con soldi pubblici, garantiscono la sicurezza dei “global leaders” dell’economia, gli oratori di Public Eye on Davos sono guardati con sospetto, al punto che uno di loro, Adam Ma’anit è stato espulso dalla Svizzera, mentre un altro, Kerim Yildiz, è stato fermato per alcune ore dalla polizia, reo di aver distribuito dei volantini di Public Eye nei pressi del sancta sanctorum dell’economia globale.
Andrea Tognina, Davos
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