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Sindacati, sinistra ed ecologisti divisi sulla nuova legge elettrica

I sindacati, sinistra ed ecologisti sono piuttosto divisi nel sostenere o no il referendum contro la nuova legge per la liberalizzazione del mercato dell'elettricità, adottata dal parlamento in dicembre. L'ultimo a prendere posizione è stata la Federazione svizzera dei sindacati cristiani (FSSC) che non lo appoggia.

Il referendum è stato lanciato dal comitato «Speculare sull’elettricità/No grazie» – composto principalmente di diversi partiti della sinistra romanda, verdi e sindacati – e deve raccogliere le 50’0000 firme necessarie entro il 9 aprile.

Esso ritiene che il mercato libero sarà interessante solo per le multinazionali e comporterà la soppressione di molti posti di lavoro, nonché un aumento dei prezzi dell’elettricità per i piccoli consumatori.

In un comunicato diffuso giovedì, il comitato direttivo della FSSC scrive che malgrado «non bisogna aspettarsi un gran che di buono» dalla liberalizzazione del mercato elettrico, in particolare per quanto riguarda la soppressione di posti di lavoro e la pressione salariale, la nuova legge contiene comunque delle clausole di protezione.

Fra queste – sottolinea la FSSC – la creazione di una società nazionale per lo sfruttamento della rete elettrica, le misure a favore delle energie rinnovabili, e la possibilità di costringere le aziende a finanziare il ricollocamento del personale in caso di licenziamenti.

La Federazione dei sindacati cristiani comprende che la liberalizzazione del mercato susciti grandi paure fra le maestranze e per questo capisce che organizzazioni operaie a lei affiliate siano a favore del referendum.

Argomentazioni analoghe a quelle della FSSC sono state avanzate anche dal sindacato interprofessionale Syna, il terzo maggiore in Svizzera dopo il SEI e la FLMO: meglio una liberalizzazione con leggi che una senza. Il WWF svizzero rinuncia ad appoggiare il referendum perché ritiene che la nuova legge migliori le chances delle energie rinnovabili sul mercato elettrico.

Il comitato referendario non è riuscito ad avere l’appoggio nemmeno dal Partito Socialista, troppo diviso: la direzione si è detta favorevole con cinque voti a quattro, ma non ha raggiunto la necessaria maggioranza di due terzi per un sostegno ufficiale.

Divisi anche i Verdi. Il comitato centrale è favorevole al referendum ma alcuni membri vi si oppongono. L’assemblea dei delegati deciderà il 10 marzo.

L’Unione sindacale svizzera (USS) ha invece dato sostegno unanime al referendum. Per il suo presidente Paul Rechsteiner è un mezzo di lotta contro «la moda» delle liberalizzazioni e contro «la svendita dei beni pubblici».

Si sono espresse in tal senso anche le principali federazioni dell’USS, come il Sindacato svizzero dei servizi pubblici (SSP/VPOD), il Sindacato dell’industria, della costruzione e dei servizi (FLMO) e il Sindacato edilizia ed industria (SEI).

Sostegno pure dal cantone di Vaud: il municipio di Losanna vuole finanziare con 50’000 franchi la campagna referendaria, perché a suo avviso i piccoli consumatori e le piccole e medie imprese saranno i perdenti di una liberalizzazione troppo brutale.

Anche il parlamento vodese ha preso posizione in tal senso invitando il governo cantonale a sostenere il referendum. Ma il Consiglio di Stato non ha ancora deciso.

swissinfo e agenzie

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