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Democrazia diretta in Svizzera

Spazzata via l’iniziativa contro l’aborto

Gli argomenti dell'iniziativa antiabortista non hanno incontrato i favori dei deputati A pro-life group's billboard poster campaign

I deputati non vogliono saperne dell'iniziativa "per la madre e il bambino", lanciata da ambienti della destra per vietare l'aborto.

Nell’aula del Consiglio nazionale si sono volati mercoledì mattina termini come “taleban” e “fondamentalista”: parole di condanna contro i promotori di un’iniziativa che propone un divieto quasi totale di abortire. Un’unica eccezione sarebbe possibile in caso di pericolo di morte per la futura madre; un pericolo, però, soltanto di natura fisica, imminente e impossibile da eliminare in un altro modo.

In altre parole, la donna dovrebbe portare a termine la gravidanza anche se fosse frutto di un atto di violenza o se l’embrione soffrisse di una malformazione evidente. Anche la presenza di una malattia trasmissibile, invalidante, che minacciasse la vita a lungo termine, come l’Aids, non permetterebbe alla donna di evitare i rigori della legge.

“Tornare indietro di 100 anni”

Per le relatrice della commissione, l’ecologista vodese Anne-Catherine Ménétrey, l’iniziativa è “inapplicabile, rigida, ma talvolta imprecisa nelle sue richieste. Potrebbe farci tornare indietro di 100 anni, in un’epoca di aborti clandestini e del turismo ginecologico.”

Per la radicale democratica di Appenzello Dorle Vallender, l’iniziativa “farebbe della donna un essere sotto tutela della società.” Di un grande cinismo, inoltre, la possibilità prevista dall’iniziativa per la futura madre di affidare in adozione il bambino una volta nato: “Con questa disposizione la donna è degradata a semplice oggetto del nostro ordinamento giuridico.” La Vallender si chiede anche in che misura una tale disposizione possa servire l’interesse del bambino, “quando questi apprende di essere stato rifiutato dalla propria madre, perché il padre l’ha violentata?”

“Non siamo in Afghanistan e non dobbiamo fare paragoni avventati, ha dal canto suo detto il liberale di Ginevra Jacques-Simon Eggly, ma dobbiamo chiederci se qui non ci troviamo di fronte ai taleban della nostra democrazia.”

“Un progetto visionario”

Sull’altro fronte, uno sparuto gruppo di deputati ha parlato di “un progetto visionario, per un futuro senza più aborti.” Il deputato dell’Unione federale democratica (estrema destra) bernese Christian Waber non ha esitato a istituire un legame tra l’aborto e il terrorismo: “Non ci si meravigli se in una società come la nostra che tollera l’aborto -ha tuonato suscitando indignazione- qualcuno si prenda poi la libertà di uccidere altre persone.”

Per Waber, “l’iniziativa ridurrà il numero degli aborti e i costi delle assicurazioni malattia; rispetta la tradizione umanitaria della Svizzera; mantiene il potenziale umano che andrebbe altrimenti perso; risolve il problema etico del personale sanitario confrontato con il dilemma della soppressione di un’essere umano e costituisce la base di una politica familiare credibile.

Insomma, una “soluzione miracolo” alla quale però ben pochi credono, visto che in votazione è stata respinta dal 139 deputati e appoggiata soltanto da 7. Anche la camera alta l’aveva bocciata in estate all’unanimità.

L’iniziativa sarà sottoposta l’anno prossimo al voto del popolo. Sarà probabilmente appaiata al referendum lanciato contro la nuova legge sull’interruzione di gravidanza, approvata dal parlamento nella sessione di Lugano. Il punto centrale di questa legge è la legalizzazione dell’aborto durante le prime dodici settimane di gestazione. La campagna si annuncia calda: i fautori di un divieto assoluto dell’aborto hanno dimostrato in passato di non esitare a ricorrere ad azioni tanto spettacolari quanto controverse.

Mariano Masserini

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