Siria ha armi chimiche pronte, vertice Usa-Russia
(Keystone-ATS) Dopo più di 20 mesi e oltre 40 mila morti, la guerra siriana è ormai alle porte di Damasco, da dove si levano dense colonne di fumo.
Bombe e combattimenti scuotono la capitale, mentre funzionari Usa lasciano trapelare la notizia che le forze armate fedeli al rais Bashar al Assad hanno approntato armi chimiche, al gas nervino, avvicinandosi pericolosamente a quell’invalicabile “linea rossa” tracciata dal presidente Barack Obama. E mentre, a sorpresa, a Dublino si sono incontrati i capi della diplomazia di Stati Uniti e Russia.
Testimoni raggiunti dall’ANSA riferiscono di pesanti bombardamenti aerei e di artiglieria su diversi quartieri alla periferia della capitale: “Boati ed esplosioni si susseguono ogni minuto”. I ribelli affermano di aver circondato una base militare a Mezze, a quattro chilometri dal centro della città, e sostengono che prosegue inarrestabile la loro avanzata sulla strada dell’aeroporto internazionale di Damasco, ormai tagliato fuori da molte compagnie aeree, per motivi di sicurezza.
E mentre anche oggi i morti si contano a decine, il ministero dell’Informazione dice che l’esercito si prepara a “un punto di svolta cruciale” e che i militari “vinceranno la battaglia”. In questo quadro, continuano a rincorrersi le voci di una possibile fuga del presidente al Assad verso l’esilio, ma anche di un suo possibile “disperato” utilizzo di armi chimiche.
Le forze armate, hanno detto funzionari americani a diversi media Usa, hanno caricato bombe con gas sarin, lo stesso usato da Saddam Hussein contro i curdi nel Nord dell’Iraq, quando nel 1988 con un solo bombardamento uccise oltre cinquemila persone. Secondo le fonti le bombe non sono state ancora messe sotto le ali dei cacciabombardieri siriani, ma sono ormai pronte, nel caso arrivasse un ordine in tal senso da parte di al Assad.
Oggi è toccato al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon avvertire che un eventuale utilizzo di tali armi sarebbe “un crimine vergognoso con conseguenze disastrose”; e anche la Casa Bianca e il Pentagono hanno minacciato “conseguenze” nel caso in cui Assad oltrepassasse la “linea rossa”. Il regime però continua a smentire, mentre continua ad usare liberamente tutti gli altri armamenti che ha a disposizione.
“La Siria ribadisce per la decima volta, per la centesima volta, che armi del genere non saranno usate contro la popolazione. Non intendiamo suicidarci”, ha affermato il vice ministro degli Esteri Faysal Maqdah, secondo cui si tratta solo di una montatura, “un pretesto per un intervento” militare. Che però si sia vicini ad una svolta lo segnala anche l’incontro a sorpresa a Dublino del segretario di Stato Usa Hillary Clinton con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, ‘ospitì del mediatore internazionale per la Siria Lakhdar Brahimi: nessuna decisione sensazionale, ha sintetizzato Brahimi dopo il faccia a faccia, ma Clinton e Lavrov hanno concordato di lavorare assieme al dossier.
Alcuni segnali lasciano intuire che Mosca si prepara ad ammorbidire la sua posizione e che inizia a pensare seriamente ad un dopo Assad e ad una sua ‘uscita di scenà. Lo hanno affermato funzionari di Ankara dopo l’incontro di lunedì ad Istanbul tra il premier turco Recep Erdogan e il presidente russo Vladimir Putin; ma anche vari analisti, che notano una certa apertura da parte russa. Come quella di oggi del viceministro degli Esteri Gennadi Gatilov, che su Twitter ha scritto che gli Stati Uniti “cominciano a capire il pericolo di una escalation dell’attività terroristica in Siria”.
In pratica, si tratta di un segno di apprezzamento per il fatto che il Dipartimento del Tesoro Usa si appresta ad adottare sanzioni contro il gruppo di ribelli siriani Janhat al Nusra, che usa autobombe, attentatori suicidi ed è vicino ad al Qaida e quindi è considerato un’organizzazione terroristica.
Nel linguaggio diplomatico l’apprezzamento russo rappresenta però anche un primo tentativo di allineamento sul futuro: le sanzioni sono, in questo caso, di fatto giusto simboliche, ma guardano avanti, indicando chiaramente che Washington intende respingere la prospettiva che gruppi radicali svolgano un ruolo nelle istituzioni siriane nel dopo Assad, e allo stesso tempo si prepara a isolarli. E almeno su questo, Mosca è d’accordo.