"Solidarietà naturale" degli svizzeri all'estero di fronte all'isolamento

Circoli e associazioni degli svizzeri residenti in Francia cercano di rincuorare i membri isolati in casa a causa del coronavirus, affinché non sprofondino nella solitudine. Keystone / Daniel Reinhardt

Strade deserte, monumenti vuoti, musei, bar e ristoranti a porte chiuse sono la prova lampante: il coronavirus priva milioni di persone della vita sociale e le fa sprofondare nella solitudine. Gli svizzeri residenti all'estero, ovunque si trovino, non fanno eccezione.

Questo contenuto è stato pubblicato il 12 aprile 2020 - 11:00

Al fine di contenere la diffusione del coronavirus e di proteggere i più vulnerabili, molti Paesi hanno introdotto misure di confinamento. Tutti i luoghi d'incontro e di socializzazione sono chiusi, mentre la gente è esortata a rimanere in casa.

Per gli svizzeri all'estero la sofferenza è talvolta duplice: da un lato, sono lontani dalle loro famiglie e dal loro Paese d'origine; dall'altro, le restrizioni all'uscita e la chiusura di molte frontiere li costringono a rimanere nel Paese di residenza. Gilda Hermann-Billo in Italia è in uno di questi casi: "Dovevo andare a trovare la mia famiglia in Svizzera per tre settimane, ma ho dovuto annullare il biglietto. Vedremo se sarà possibile in aprile. Nel frattempo, resto a casa sperando di poter di nuovo viaggiare presto".

La crisi del coronavirus sta forse colpendo ancora più duramente gli svizzeri che si sono trasferiti in tempi relativamente recenti all'estero. Pierre Calame vive nella Francia centrale solo da un anno e non ha ancora avuto il tempo di formarsi una rete di contatti sociali. Tuttavia, relativizza: "In tempi normali, avremmo forse sofferto per l'isolamento, ma in questa situazione molto particolare, in fin dei conti è una fortuna. E i nostri vicini sono molto gentili".

Passeggiate e giardinaggio

Anche Jean-René Piatti si è rassegnato senza farne un dramma: "Sono bloccato nel mio appartamento a Strasburgo. Ebbene, ci si adatta, non c'è scelta". Vivendo in un piccolo villaggio a 30 minuti da Alicante, Malou Follonier si sente "molto sola". "Ma ci si deve abituare, è lo stesso per tutti". La donna ammette però di essere stanca della Spagna e di voler rientrare in patria quando sarà possibile.

Per molti svizzeri all'estero, questa solitudine forzata è invece fonte di introspezione, di ritorno alla natura e di prendersi tempo per se stessi. Come Verena Stirnemann-Funnell in Nuova Zelanda, che "fa giardinaggio, jogging e power walking". Ha persino allestito una palestra in giardino. Ha anche iniziato a cantare e "per fortuna nessuno mi sente".

In Spagna, Gaby Ruth Strehler Gabertüehl dedica più tempo ai suoi due cani, che porta a spasso ogni mattina per cinque chilometri. Poi passa il resto delle giornate a fare lavori manuali, leggere e occuparsi del giardino. Dal canto suo, Ruth Soguel Dit Piquard sottolinea che "il confinamento in Nuova Caledonia non è una preoccupazione grazie al giardino e ai lavori da fare dentro e intorno alla casa". Inoltre cammina quotidianamente per un'ora.

"Ho scoperto che tutte le disgrazie dell'uomo provengono da una sola cosa, che è il non sapersi riposare in una stanza".

Blaise Pascal, Pensieri, 1670

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I social network come ancore di salvataggio

Tutti noi lo constatiamo: dall'inizio delle restrizioni alla vita pubblica, dedichiamo più tempo e più importanza al mantenimento dei nostri legami sociali. Il bisogno di contatto è forse ancora più sentito dagli svizzeri all'estero, che sono geograficamente lontani dai loro parenti.

Sul forum della nostra applicazione SWI plus (in francese e in tedesco), uno dei nostri utenti in Spagna ritiene che il confinamento non lo abbia isolato. Anzi: "I legami locali sono stati mantenuti e molti legami con la Svizzera sono stati rafforzati", osserva. Lo stesso vale nella Bresse, in Borgogna (Francia), da dove Jacqueline ci scrive che ciò che la disturba nel confinamento è di non poter andare a trovare i suoi amici. "Quindi li chiamo, soprattutto quelli che vivono da soli".

Mentre in tempi normali rubano tempo, Facebook, Skype, WhatsApps e compagnia attualmente ci permettono di rimanere in contatto per non soffrire la solitudine. Sola in Israele, Esthi Berrebi è felice di poter contare su "WhatsApp e Face Time, nonché sul mare, a cento metri da casa mia".

Anche Trudy Zürcher-Wenger non si sente isolata nel nord-ovest dell'Ungheria. "Siamo in contatto con la famiglia in Svizzera tramite Skype, WhatsApp e Messenger". A Sarajevo, Wilma Varesanovic-Gertsch ci dice che il suo telefono squilla in continuazione. Ursi Messerli, che vive in Grecia, è tra le persone a rischio ed è quindi estremamente prudente. Apprezza particolarmente la possibilità di continuare a discutere con i suoi amici su Skype. "Al confine svizzero", Claudine Clerc "comunica telefonicamente e tramite i social network, fortunatamente".

Le associazioni prendono il testimone

Per chi non ha la fortuna di avere parenti o amici nel Paese di residenza, le associazioni prendono il testimone. Ciò vale in particolare in Francia, il Paese in cui risiede il maggior numero di svizzeri emigrati.

Secondo Madeleine Boulanger, presidente della Societé Helvétique de Bienfaisance (SHB, Società svizzera di beneficienza), la solitudine è già il problema numero uno con cui si confrontano i suoi servizi. E la crisi del coronavirus non ha fatto altro che rafforzare il fenomeno. A ciò si aggiungono le restrizioni messe in atto dal governo francese.

L'SHB ha dovuto chiudere l'ufficio di accoglienza e interrompere le visite. Da allora, la maggior parte delle persone anziane di cui si occupa normalmente l'associazione sono completamente sole. A volte, "non si rendono conto di quanto sia pericolosa la malattia e fanno fatica a capire che non possono uscire". Per ovviare alla mancanza di contatti, l'SHB li chiama ogni due giorni per telefono.

Anche all'interno dei circoli svizzeri sparsi per tutta la Francia, di fronte al rischio di isolamento, si è rapidamente affermata la solidarietà. All'inizio di marzo, il presidente dell'Unione delle associazioni svizzere di Francia (UASF), Françoise Millet-Leroux, ha chiesto a tutte di contattare i loro membri. Ha constato con soddisfazione che la maggioranza lo aveva già fatto.

"Le associazioni hanno organizzato sistemi di auto-aiuto per le persone a mobilità ridotta, chiamano molto regolarmente i membri soli e anziani e li aiutano a fare la spesa", racconta. E aggiunge, non senza orgoglio, che "esiste una solidarietà naturale all'interno della comunità degli svizzeri all'estero. In questi tempi di crisi, è ancora più forte".

La solitudine non è un fardello per tutti...

Lungi da simili considerazioni, Peter Roland Hintermann ci scrive dal Brasile: "Io vivo a cento metri dal mare, dove vado ogni giorno a nuotare. La spiaggia è deserta. Se non c'è nessuno, quindi niente coronavirus! Non mi annoio affatto, mi piace stare da solo".

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