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Svolta di Sanchez, via il velo sui segreti del golpe del 1981

Keystone-SDA

"La memoria non può essere sotto chiave". Con questo messaggio il premier Pedro Sanchez ha annunciato la declassificazione dei documenti ancora coperti da segreto del fallito colpo di Stato del 23 febbraio 1981, per saldare "un debito storico" con gli spagnoli.

(Keystone-ATS) La svolta, effettiva da mercoledì, è arrivata nel 45esimo anniversario del fallito putsch guidato dal tenente colonnello Antonio Tejero, che, alla testa di militari della Guardia Civile e pistola in pugno, fra raffiche di mitra, assaltò il Parlamento spagnolo.

In quella notte che fece tremare la giovane democrazia, Tejero prese in ostaggio i deputati durante la seduta di investitura di Leopoldo Calvo Sotelo a capo del nuovo governo, mentre a Valencia i carri armati scesero in strada. Dopo 18 ore sospese l’allora re Juan Carlos I, in uniforme delle forze armate, respinse il tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale, isolò i golpisti e segnò il fallimento del colpo di mano.

La desecretazione riguarderà atti classificati “alto segreto”: una novantina di tomi dei fascicoli processuali custoditi al Tribunale Supremo, trascrizioni di intercettazioni, comunicazioni tra la Casa Reale e la Moncloa, rapporti sulle mobilitazioni delle regioni militari e dossier dei servizi segreti dell’epoca (Cesid, oggi Cni). Materiali rimasti finora coperti dalla legge sui segreti ufficiali del 1968, varata sotto la dittatura di Francisco Franco, solo parzialmente modificata nel 1978, e che non prevede scadenze automatiche alla segretazione dei documenti governativi e militari.

La scelta di Sanchez anticipa la riforma, avviata dal governo nel 2025 ma ferma in Parlamento, che introduce termini certi (45 anni per l'”alto segreto”, 35 per il “segreto”), segnando una cesura con l’impianto franchista.

Per gli storici come il cattedratico di Storia contemporanea, Julian Casanova l’apertura degli archivi precedenti il 1981 è “un’eccellente notizia”. Secondo molti, porterà chiarimenti su eventuali complicità negli apparati militari e istituzionali e sulle reali ambizioni politiche del golpe. Compreso il nodo mai del tutto sciolto dell'”elefante bianco”, che avrebbe dovuto guidare l’operazione, di grado superiore allo stesso Tejero, condannato a 30 anni di carcere (dei quali ne scontò 15), così come al generale Alfonso Armada, vicino al re, accusato di aver progettato il golpe per “riportare” la democrazia sotto guida militare in una “prospettiva costituzionale”.

Nella sua biografia “Reconciliacion” (2024) Juan Carlos I afferma che “non ci fu un golpe, ma tre golpe”: quello di Tejero, quello di Armada e quello dei politici vicini al franchismo, assicurando che il generale lo tradì, convincendo gli altri vertici militari che parlava in suo nome.

Lo scrittore Javier Cercas, nel suo celebre libro “Anatomia di un istante” su quelle ore in cui la Spagna rimase col fiato sospeso, suggerisce che il re simpatizzava con i “ribelli”. Tuttavia oggi invita alla cautela: “Non aspettatevi il grande segreto sul colpo di Stato del 23 febbraio, perché non esiste”.

Secondo l’autore di “Soldati di Salamina”, sia il monarca che “tutta la classe politica” commisero “errori che favorirono il putsch”. E Juan Carlos lo fermò “perché come capo delle forze armate era l’unico che poteva farlo”. Per lo scrittore, la verità storica è già nota e l’apertura degli archivi servirà soprattutto a “farla finita con le bufale” e le teorie cospirative su quell'”intento militar”, che segnò lo spartiacque con il franchismo e la transizione, divenendo “il mito fondante della democrazia”.

Quella notte però continua a proiettare ombre simboliche sulla Spagna contemporanea. Nel 2019, alla traslazione della salma di Franco dalla Valle de los Caidos, la cerimonia funebre fu officiata da Ramon Tejero, figlio del golpista, oggi 93enne, che non volle mancare al saluto dei tanti nostalgici al “caudillo’, quando fu interrato nel cimitero di Mingorrubio-El Pardo, a Madrid.

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