VD: pena pecuniaria per Alain Soral per diffamazione
(Keystone-ATS) La giustizia vodese ha condannato il saggista di estrema destra franco-svizzero Alain Soral a una pena pecuniaria per omofobia, ma non dovrà scontare giorni di prigione. L’ideologo è stato riconosciuto colpevole solo di diffamazione nei confronti di una giornalista.
La presidente del Tribunale di polizia del distretto di Losanna, Malika Turki, non ha seguito la severa requisitoria del procuratore vodese Eric Cottier. L’accusa aveva chiesto tre mesi di reclusione senza condizionale.
Soral è stato condannato al pagamento di 30 aliquote giornaliere i 50 franchi, oltre a 500 franchi per torto morali e 7’000 franchi di spese legali della denunciante.
Soral, il cui vero nome è Alain Bonnet e domiciliato a Losanna dal 2019, la scorsa primavera è stato riconosciuto colpevole di diffamazione, discriminazione e incitamento all’odio per decreto d’accusa dal Ministero pubblico cantonale. Il saggista in un video aveva rivolto commenti sprezzanti alla comunità LGBTQ+ e ad una giornalista de La Tribune de Genève e di 24 heures che aveva pubblicato un articolo su di lui nell’agosto 2021.
In particolare Soral aveva definito la giornalista “grossa lesbica” e “militante queer”, insinuando che quest’ultimo termine significasse “squilibrata”.
La presidente del tribunale ha spiegato che nel contesto esatto del caso in questione non era “evidente” che ci fosse un’avversione generale nei confronti della comunità omosessuale in quanto tale. Per la giudice si è trattato piuttosto di un “attacco mirato e reattivo” nei confronti della giornalista. La giudice ha rilevato che le affermazioni in questione occupavano un solo minuto dei circa tredici del video. Inoltre i commenti offensivi e odiosi pubblicati su un sito web dopo la diffusione del video non sono di Soral.
La giudice ha ricordato che la nuova disposizione del Codice penale – l’articolo 261 bis introdotto in Svizzera dalla metà del 2020 – ha un “campo di applicazione più ampio”. Essa consente di punire la diffusione dell’odio e gli appelli alla discriminazione o alla violenza basati sull’orientamento sessuale; analogamente alla discriminazione basata sull’etnia, la religione o l’origine introdotta con la norma antirazzismo nel 1995. Ma ciò non è il caso per il dossier in questione, ha concluso la Corte.
La presidente del tribunale ha comunque anche affermato che “la libertà di espressione non è assoluta” e che i commenti di Soral erano “indiscutibilmente lesivi dell’onore del giornalista”.
In una prima dichiarazione quando ha lasciato l’aula, l’imputato ha reagito con sollievo al verdetto: è stato “misurato” e non “eccessivo e delirante”. Soral e il suo legale lasciano aperta la possibilità di ricorrere in appello.
In un comunicato, l’associazione professionale dei giornalisti impressum “deplora fortemente il fatto che una giornalista possa essere attaccata a causa del suo orientamento sessuale e, più in generale, a causa della sua origine o religione”.